Direttore Valter Vecellio. 16 ore 34 min fa
Luca Pardi Francesco Meneguzzo

Incentivi per le fonti rinnovabili e difesa del territorio

17-02-2011

Ci sono molti tipi di ambientalismo. C'è quello NIMBY, che tutti conoscono: Not In My Backyard (non nel mio cortile) che si oppone ad ogni impianto di qualsiasi tipo purché non sia da qualche altra parte. C'è l'ambientalismo dei cocomeri, verdi di fuori e rossi di dentro. Aspettano da decenni la caduta del capitalismo e se la forza dirompente della Classe non c'è riuscita può darsi che alla fine ci riesca il cambiamento climatico o il picco del petrolio. C'è l'ambientalismo mistico, quello di coloro che vogliono instaurare un nuovo contatto o un nuovo patto con Madre Natura. Quello volontaristico, sempre apprezzabile e che in qualche misura ci coinvolge tutti, di coloro che iniziano dalla propria vita, riciclo, differenziazione, riduzione dei consumi di carburante e di carne ecc. Poi c'è un ambientalismo pragmatico che è il contrario del NIMBY, ma spesso finisce per accettare praticamente tutto purché non sia marginale e irrilevante: vanno bene i rigassificatori e vanno bene le centrali a carbone, come potremmo farne a meno? E vanno bene i progetti edilizi purché fatti bene, il mattone è il volano dell'economia! E le autostrade? Certo, strade e autostrade sempre realizzate per risolvere un problema della viabilità che non è mai stato risolto. E inceneritori, e infrastrutture grandi e piccole come TAV, TAC e via velocizzando trasporti di merci e persone che di velocità non hanno bisogno già ora, ma ancor meno ne avranno in futuro, porti, interporti, aeroporti, nuovi stadi per un calcio alla canna del gas, piste da sci con annessi impianti di risalita, il tutto in un territorio già pesantemente infrastrutturato. L'ultima che ho sentito è il progetto di un aeroporto in provincia di Viterbo da costruire in una zona di interesse geologico e archeologico.

Di fronte a quest'ultimo ambientalismo viene voglia di aderire ad una forma estrema ed estesa di NIMBY: l'ambientalismo BANANA (Build Absolutely Nothing Anywhere Near Anything = Non costruire assolutamente nulla da nessuna parte vicino a niente), poi però mi rendo conto che qualcosa si deve pur fare per mantenere in piedi un minimo di civiltà in un mondo con risorse fossili in via di esaurimento (non si esauriranno mai, ma saranno sempre più difficili da estrarre con costi economici ed energetici crescenti). E questo qualcosa consiste anche in una fitta rete di impianti basati sulle fonti di energia rinnovabile (FER). Ci sarà anche altro da fare, ovviamente, ma la disponibilità di energia, o meglio di potenza (flusso di energia nell'unità di tempo), è una condizione necessaria anche se non sufficiente. Di più, un volume consistente, anche ben oltre il 50%, di energia elettrica prodotta per mezzo di fonti rinnovabili costituisce la precondizione necessaria affinché uno sforzo di miglioramento dell’efficienza energetica possa sortire gli effetti sperati e non esattamente il contrario! Prima, quindi, la produzione da fonti rinnovabili, e *poi* l’efficienza energetica!

Le FER godono di un regime di incentivi ovunque nel mondo, in Italia questi incentivi sono particolarmente vantaggiosi. Il sistema degli incentivi è necessario per superare il gap economico con le fonti tradizionali che sono incentivate in modo nascosto. Le fonti fossili: carbone, petrolio, gas hanno un sussidio entropico (o ecologico), cioè non pagano i danni che recano all'ambiente e alla salute. Il nucleare e in una certa misura anche i fossili hanno inoltre goduto del sussidio militare. L'IEA stima che i sussidi alle fonti fossili ammontassero globalmente a 321 miliardi di dollari nel 2009.

In Italia i sussidi alle fossili sono di vario tipo, dal sostegno al trasporto su gomma sotto forma di rimborsi per i pedaggi autostradali, allo sconto ai grandi consumatori, fino ai contributi statali, a valere sulla fiscalità generale, per la “rottamazione”, paradossalmente giustificata con la riconversione ecologica.
A questo si aggiunge la vera e propria truffa del c.d. “CIP6”, decine di miliardi di Euro devoluti in quasi 20 anni dagli utenti elettrici prevalentemente ai raffinatori di prodotti petroliferi,di cui ormai tutto si sa e che è stato bloccato limitatamente alle nuove convenzioni, non disponendo però degli strumenti giuridici per bloccare le convenzioni già stipulate.

Far pagare gli incentivi a chi consuma energia è l'unico modo che abbiamo nella corsa contro il tempo verso una riduzione sostanziale della dipendenza dai fossili. Purtroppo una fetta consistente degli incentivi CIP6 invece di andare, come doveva e dovrebbe essere, alle vere FER viene in gran parte mangiato dalle cosiddette assimilate. Tali fonti, appunto, includono la gassificazione dei residui di raffineria, una delle attività principali della Saras di Moratti, e in misura minore altre porcherie fra cui i cosiddetti rifiuti solidi urbani che altro non sono che materiali di scarto della nostra società consumistica che potrebbero essere, almeno in parte, riciclati e riusati, laddove energeticamente conveniente, o comunque valorizzati anche termicamente ma per mezzo di impianti più avanzati ed efficienti rispetto ai classici inceneritori.

Secondo la relazione dell'autorità dell'energia uscita recentemente risulta che dal 2001 al 2009 la remunerazione delle rinnovabili in CIP6, ammonti a circa 14,5 miliardi di euro mentre quella delle assimilate ammonterebbe a più di 34 miliardi di euro. Occupiamoci dunque e in modo aggressivo del Cip6, cercando alleanze che certamente nel mondo ambientalista non mancherebbero, e poi anche delle torri eoliche improduttive dei furboni, .... poi, molto poi, al problemino del FV a terra.

segretario di “Rientro Dolce”
Ricercatore CNR, esperto di energia.

Dunque, prima di attaccare la “sovraincentivazione” delle FER sarebbe bene eliminare l'incentivazione secolare delle fossili e del nucleare e quella più recente ma non meno dannosa delle assimilate.

Inoltre sarebbe opportuno incardinare una battaglia per la difesa del suolo chiedendo una moratoria sulle costruzioni di nuovi capannoni, centri commerciali, strade ed autostrade, e di nuovi insediamenti residenziali, prima di andare a vedere quanti ettari occupano gli impianti eolici o quelli fotovoltaici.

Secondo gli obiettivi l'Italia dovrebbe aver installato 8000 MWp (Mega Watt di picco) di fotovoltaico nel 2020. La superficie necessaria a tale scopo corrisponde a circa 20000 ha (ventimila ettari) da confrontare con i 750 000 (settecentocinquantamila) ha di territorio consumato dal 1995 al 2006 (dati ISTAT) per la somma di edilizia residenziale, produttiva (capannoni) e infrastrutture (alta velocità, strade e autostrade ecc).

Altro che TAV o TAC, la più grande e la meno impattante opera pubblica oggi è quella della ristrutturazione, fisica e logica, delle reti di trasmissione e distribuzione, in modo da renderle in grado di sostenere l’immissione di volumi crescenti di potenza intermittente dalle nuove fonti rinnovabili – intermittente e non programmabile ma certamente “prevedibile” con gli ordinari strumenti meteorologici. Trasformare cioè la struttura della rete dal paradigma centralizzato delle gigantesche produzioni locali al paradigma delle “smart grids” in gradi di connettere sul livello locale le mini-centrali di produzione ai centri di consumo.

Dunque, dicevo, 20000 contro 750 000 ettari. Inoltre la quota a terra non occuperebbe comunque l'intera superficie. Quindi si sta parlando di una cosa che riguarda una percentuale inferiore al 20/750 = 2,6 % del territorio che è passato da destinazione agro-forestale ad altra destinazione. Ma non basta, in realtà i dati dal 2006 in poi sono carenti (e sono carenti per difetto anche quelli precedenti) quindi la percentuale si riduce ulteriormente.

Infine, il terreno agricolo soggetto a installazioni fotovoltaiche sarà sempre del tutto reversibilmente riutilizzabile per le attività agricole, in quanto le tecnologie attuali consentono di non utilizzare cemento per le fondazioni e di mantenere le “stringhe” fotovoltaiche a debita distanza reciproca; tra l’altro, si tratterà sempre di terreno agricolo di basso pregio e per lo più incapace di fornire redditi adeguati, avendo i Comuni a disposizione fin dal lontano 2003 – D.Lgs 387/2003 tutti gli strumenti per impedire la realizzazione di impianti su terreni agricoli interessati da produzioni tipiche, biodiversità, pregio paesaggistico, ecc.
Per non parlare dei redditi generati e distribuiti nel mondo agricolo, utilizzabili per il miglioramento e la modernizzazione delle stesse aziende agricole, delle misure di compensazione a favore degli Enti Locali, che significano cassa in un periodo di penuria, dell’occupazione stabile creata sul territorio per opere di manutenzione degli impianti e del terreno (e delle opere di mitigazione paesaggistica), della guardiania, della progettazione, della posa in opera, ecc.

Ma in un mondo in cui qualsiasi politico di destra o di sinistra (qualsiasi cosa significhino ormai questi termini vetusti) compare in televisione o su i giornali per affermare l'imperativo categorico di rilanciare la crescita secondo le modalità del secolo scorso, chi ha il coraggio di fare il controcanto? Pensavo che i radicali lo avessero invece, pur essendo tra i pochi ad aver almeno detto qualcosa sul CIP6, sembra che si stiano imbarcando in una battaglia per la difesa del suolo il cui principale obbiettivo sono i “nuovi palazzinari” delle rinnovabili.

Intendiamoci, come ho detto, i furbi esistono anche in questo campo, installare torri eoliche in zone poco ventose è un'azione criminosa (e stupidissima) perché rende meno credibile tutto il progetto di riconversione alle fonti rinnovabili. E' giusto denunciare le storture indotte dal sistema degli incentivi. Ma sarebbe giusto farlo affrontando caso per caso e all'interno di una campagna seria di tutela del territorio e del suolo e del portafoglio dei cittadini, che affronti tutti i nodi enunciati prima. Purtroppo non è così. E in questo modo i radicali rischiano di apparire i campioni della campagna contro le rinnovabili in combutta con i furbissimi industriali del petrolio e del nucleare. Una scelta miope e superficiale anche e soprattutto in relazione al declino delle fonti fossili e, evidenza non sufficientemente chiara, alla cronica e inesorabile insufficienza delle risorse di materiale fissile.

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