Direttore Valter Vecellio. 10 ore 15 min fa
Francesco Pullia

Oltre il margine discriminante dei “diritti dell’uomo”

11-04-2011

In un’ottica del vivente, del senziente, non si comprende per quale motivo, se non per pretestuosa unilateralità specista (intendendo per specismo quella forma di razzismo per cui una specie, in questo caso l’umana, si reputa superiore rispetto alle altre e si comporta di conseguenza), siano esclusi dalla sfera del “diritto” i non umani. Contestando la limitatezza della prospettiva antropocentrica, Jacques Derrida sosteneva, come si sa, la necessità di riconsiderare la stessa nozione di “diritto” ritenendola, nell’accezione usuale, decisamente insufficiente e fortemente limitante.

Massimo Filippi, cui si deve un’intensa attività saggistica e di traduttore nonché la creazione del bel trimestrale “Liberazioni (rivista di critica antispecista)”(www.liberazioni.org; email: redazione@liberazioni.org), ci offre sull’argomento un contributo decisamente interessante con un testo breve ma particolarmente impegnativo, edito da Ortica (www.orticaeditrice.it, email: info@orticaeditrice.it) e intitolato significativamente “I margini dei diritti animali”.

L’impostazione della sua riflessione, che continua l’analisi già esposta nel libro “Ai confini dell’umano. Gli animali e la morte” (Ombre Corte, 2010), è estremamente chiara e rigorosa: ponendosi al centro di tutto, l’uomo ha di fatto prodotto una doppia cesura separandosi, da un lato. dalla natura, e, dall’altro, dagli altri esseri senzienti, e istituendo nei confronti delle altre specie un vero e proprio dominio oppressivo e gerarchizzante.

In questa situazione, afferma l’autore, il diritto e i diritti non sono altro che la testimonianza più eclatante della “topologia sovra-ecologica che l’umano si è autoassegnata”. Anche quando si vogliono estendere agli altri esseri, evidenziano, infatti, un vizio di fondo, nel senso che il loro riconoscimento si basa sulla rispondenza degli altri ai parametri (auto)imposti dall’uomo, su una sorta di incorporazione - assimilazione che annulla e discrimina, nel segno di un’ipocrita tolleranza, ogni forma di differenza e alterità.

Se le cose stanno così, ha ragione Horkheimer a descrivere la nostra società come strutturata in un grattacielo “la cui cantina è un mattatoio e il cui tetto è una cattedrale”. Ovviamente, guarda caso, solo all’inquilino del piano superiore (inutile dire chi sia) è assicurata “una bella vista sul cielo stellato”.

Ma è giusto che sia così? E’ accettabile il perpetuarsi dell’umanesimo in questi termini?
Il confine tra uomo e “animale” costituisce, come ancora una volta ha rimarcato Horkheimer (insieme ad Adorno) “il fondo inalienabile dell’antropologia occidentale”. Da questo fondo si sono originati i vari tipi di razzismo che hanno contrassegnato la storia finendo per dare giustificazione alle atrocità commesse dall’uomo dall’antichità ad Auschwitz e ad attuali allevamenti intensivi in cui altri esseri, alienati persino dei loro stessi corpi, sono reificati, oggettivati, considerati esclusivamente all’interno dell’ingranaggio produttivo. In questa direzione, sia la dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, del 1789, sia quella del 1948 si dimostrano ambigue. 

Nato a Terni il 4 novembre 1956, è radicale da quando aveva quattordici anni. Vegetariano, animalista, appassionato gattofilo, è militante nonviolento, capitiniano.

Nella prima, i diritti “diventano tali quando l’uomo si sublima, dileguandosi, nel cittadino. Quando ciò non accade, come nel caso degli ebrei perseguitati dalla barbarie nazista, i diritti umani sono completamente inefficaci”. Nella seconda, ci si “limita a spostare tra l’uomo e l’animale la linea di demarcazione che prima correva tra l’uomo ancora animale e il cittadino non più animale”.

Non a caso, il neotomista Jacques Maritain, che fu coinvolto nella stesura dell’atto del 1948, sosteneva con forza che l’uomo è persona in quanto portatore di un’irriducibile discontinuità metafisica rispetto alle altre specie.

Come venirne fuori?
Innanzitutto, come suggerisce Filippi sulla rotta di Giorgio Agamben ma anche di Gilles Deleuze e Felix Guattari, riconducendo l’umano non al bios (con cui, alla fine, si fa coincidere la vita umana) ma allo zoe, alla vita cioè che, con i suoi flussi, percorre e accomuna ogni vivente.
Non più, quindi, la menzognera riproposta della categoria della persona, debitamente svillaneggiata da Frederich Nietzsche che, come si sa, la rapportò alla maschera dietro cui, nel teatro antico, si nascondevano gli attori.

Non più l’entità che, specialmente nella teologia cattolica, segnerebbe la sottrazione dell’essere umano alla propria animalità, l’addomesticamento, l’elisione dello zoe in funzione del bios. No. Niente più di tutto questo.

Occorre, invece, una svolta radicale consistente nel congedarsi definitivamente dal carnologofallocentrismo demolito da Derrida, dall’idea di un centro, di un unico metro di misura, per lasciare (con)vivere le differenze senza alcuna graduazione rispetto a qualcosa di trascendente.

Bisogna incamminarsi capitiniamente verso la compresenza nel segno della compassione. E’ dal riconoscimento della vulnerabilità propria di ogni essere senziente che, come ci ha insegnato Ralph R. Acampora, è possibile pervenire ad una “comunanza non assimilante e in grado di valicare i confini di specie” e sviluppare compassione, intesa come con-sentire, sentire-assieme.

Il mondo, nota Filippi riallacciandosi alla lezione di Jacob von Uexküll nonché al pensatore libertario Murray Bookchin, è già di per sè una pluralità di mondi, tutti con eguale dignità e tutti destinati a intrecciarsi e comunicare tra loro. E’ lecito e doveroso, pertanto, operare una scelta prefiguratrice, annunciare qui ed ora il superamento del confine discriminante tra la specie umana e le altre.

Il veganismo, in questo senso, può rappresentare quell’irruzione utopica che Ernst Bloch, sia pur in altri contesti, ha insistentemente evocato: ci fa ricordare che il diritto si fonda su quell’assoluta assenza di fondamento che è la compassione verso quei “corpi straziabili” cui allude Adorno nella sua attualissima Dialettica negativa.

Può la compassione essere prodromo di un neoilluminismo?

Ce lo auguriamo e, con noi, Filippi che ci invita a compiere “un abissale ritorno a quel luogo da cui siamo partiti pur non essendoci mai stati, di dar corpo – il nostro corpo animale e mortale- alla paradossale speranza di salvarci salvando l’insalvabile”.
 

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