Direttore Valter Vecellio. 16 ore 42 min fa
Margherita Fabbri

Referendum sull’acqua: per i Radicali c’è l’esempio americano

13-05-2011

Se i referendum indetti per il 12 giugno prossimo resisteranno agli agguati governativi, immediatamente dopo le elezioni amministrative saremo chiamati in causa ancora una volta per esprimerci, tra l’altro, su due questioni relative alla gestione e alla distribuzione dei servizi idrici nel paese.

Facciamo un passo indietro o meglio, oltre le ideologie contrapposte dei centri sociali da un parte e dai vari Istituto Leoni dall’altra. Sarà meglio vedere cosa accade negli altri paesi e in particolare negli Stati Uniti dove di concorrenza e garanzie capiscono.

Le opzioni da valutare non mancano e la scelta di un modello efficiente supera nella maggior parte dei paesi la dicotomia privato/pubblico cui in Italia sempre si riconduce la questione dell’acqua.

In Francia, ad esempio, il settore idrico è caratterizzato dalla responsabilità dei comuni, che possono volontariamente associarsi in varie forme di consorzio. A questa frammentazione dell’unità di gestione, corrisponde tuttavia una fortissima concentrazione dal lato dell’offerta, con una massiccia presenza del settore privato, strutturato in forma nettamente oligopolistica. Il comune, inoltre, ha a disposizione diverse forme di partenariato con il privato tra cui effettuare le proprie le scelte. Dal cosiddetto public procurement (l’acquisizione sul mercato di beni e servizi specifici, nel quadro di una gestione che rimane interamente pubblica), ai management contracts (l’effettuazione di prestazioni private reminerate direttamente senza coinvolgimento dei privati nel rischio economico di gestione), dai contratti di concessione a quelli di affitto di reti, fino a giungere al contratto di partenariato, ancora in fase di rodaggio. Negli ultimi anni, ad ogni modo, si è osservata una certa tendenza alla rimunicipalizzazione dei servizi, o quantomeno una crescente assunzione di responsabilità da parte dei soggetti pubblici, come avvenuto a Grenoble e a Parigi. In alcuni comuni francesi, come Rouen e Nantes, sono inoltre state create delle reti di enti locali che hanno dato vita ad entità sovracomunali, con il fine di gestire il servizio idrico integrato in maniera coordinata e con un unico affidamento. I soggetti pubblici, in questo caso, hanno goduto di una serie di interessanti benefici, in termini di maggior potere contrattuale, migliore capacità di monitoraggio e consistenti risparmi. Accanto a questa sostanziale libertà decisionale, permangono comunque numerosi obblighi di trasparenza ed il ricorso a procedure specifiche di evidenza pubblica nei servizi.


Anche il Portogallo offre alcuni spunti interessanti, soprattutto perchè anche in questo paese, come in Italia, il sistema dei servizi idrici è stato riformato all’inizio degli anni Novanta, col fine di riorganizzare il servizio secondo ambiti territoriali sovra comunali, che superassero la frammentazione gestionale e raggiungessero una dotazione di servizi più omogenea e sostenibile a livello economico. Come in Francia, anche nel sistema portoghese si possono rintracciare meccanismi di gestione diretta – organizzata secondo il diritto pubblico – o di gestione delegata, prevalentemente a società per azioni pubbliche o miste, ma anche ad imprese interamente private. È però importante sottolineare che la partecipazione dei privati è qui soggetta all’obbligo di gara e, all’atto dell’affidamento, le imprese sono tenute a sottoscrivere pubblicamente una serie di impegni e di obiettivi in termini di qualità ed estensione del servizio. Le tariffe, inoltre, sono regolamentate secondo il principio del “cost-based”, ossia prevedendo un recupero dei costi ex-post e valutando la corrispondenza tra le previsioni e gli investimenti realizzati dai gestori.

Al di là dei confini europei, infine, gli Stati Uniti offrono un ulteriore panorama di opzioni, con un totale di 50.000 gestioni classificate come servizio pubblico ed un considerevole numero di sistemi organizzati autonomamente dagli utenti, singoli o associati in comunità, cooperative o simili. A fianco di queste strutture operano ovviamente anche le grandi imprese private, attive contemporanemante in vari stati e spesso impegnate anche nella fornitura di altre utilities.
Indipendentemente dalla gestione, negli USA il sistema di regolazione rimane tuttavia di competenza statale, sia per il controllo degli standard di qualità che per la verifica delle tariffe (anche qui, come in Portogallo di tipo “cost-based”). La legge federale, inoltre, prevede che la fissazione degli standard normativi si svolga in modo trasparente ed attraverso un dibattito pubblico aperto e partecipativo. I principi di base della regolazione tariffaria, infine, sono i cosiddetti principi di Bonbright: (recupero dei costi sostenuti e garanzia della stabilità deie ricavi e dei flussi di cassa; equità tra diversi consumatori, non discriminazione e garanzia della stabilità della tariffa pagata da ciascuno; efficienza llocativa (secondo la quale la tariffa non deve incoraggiare sprechi di risorse, coste e investimenti eccessivi); semplicità di comprensione ed applicazione della tariffa), ai quali si aggiungono nella prassi anche il principio dell’accessibilità del servizio universale (affordability) e quello della sostenibilità ecologica.

Il 12 giugno, nessuno di noi verrà chiamato a pronunciarsi a favore del pubblico o del privato, nè dell’una o dell’altra ideologia. Piuttosto, quel giorno costituirà un’occasione unica per rimettere sul tavolo una questione che altri paesi hanno saputo affrontare tenendo conto della realtà di questo particolare mercato.

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