Direttore Valter Vecellio. 16 ore 38 min fa
Valter Vecellio

Come abbattere un regime

22-06-2011

Cominciamo con un libro. Un libro scritto da un americano, la stessa generazione di Marco Pannella, è del 1928, un americano che, ci informa il “New York Times”, vive in una modesta abitazione in un quartiere operaio di Boston. Il suo nome è Gene Sharp. Il “NYT” lo descrive così: “Lontano da piazza Tahir (la piazza delle rivolte al Cairo, Egitto) e dai luoghi delle rivolte che stanno sconvolgendo il mondo arabo, un anziano intellettuale cammina nella sua casa di mattoni… A vederlo in foto non pare un tipo pericoloso, ma le sue idee potrebbero rivelarsi fatali per i dittatori di tutto il mondo”.

Un tipo per bene, dunque. Sharp è l’autore di un prezioso libretto “From Dictatorship to Democracy”, un libello di un centinaio di pagine diffuso via internet e disponibile in una trentina di lingue. Non in italiano, però. E ora, finalmente!, la lacuna è colmata: se andate in una libreria lo trovate: dieci euro, Chiarelettere editore, titolo dell’edizione italiana: “Come abbattere un regime”, traduzione di Massimo Gardella e revisione di Giuseppe Maugeri.

Quando dici nonviolenza, pavlovianamente il pensiero corre subito alla scheletrica figura di Gandhi, l’immagine che lo ritrae avvolto da un panno, il cranio rasato, mentre procede verso il mare, la “la marcia del sale”; oppure si pensa a Martin Luther King: la grande marcia a Washington, il suo “I have a Dream”; meno automatico pensare a Rose Parks, la donna di colore che, stanca morta dopo una giornata di lavoro, si va a sedere in un posto dell’autobus riservato ai bianchi, e non ne vuole sapere di alzarsi, accendendo così la “scintilla”; certo non si pensa a César Chavez, il leader dei campesinos di California che dopo un lungo sciopero e boicottaggio dei produttori d’uva appoggiati da uno strafottente Richard Nixon, alla fine vinse: nessuno ne ha mai parlato, e per trovare qualcosa bisogna andare a un polveroso numero di “La Prova Radicale”, una rivista dei primi anni Settanta, beato chi ne ha la collezione.

Giornalista professionista, attualmente lavora in RAI. Dirige il giornale telematico «Notizie Radicali», è iscritto al Partito Radicale dal 1972, è stato componente del Comitato Nazionale, della Direzione, della Segreteria Nazionale.

Nonviolenza: forse si penserà alle marce della pace Perugia-Assisi, anche se è più che sbiadito il ricordo del suo ideatore, quell’Aldo Capitini perseguitato dal fascismo e che tanta parte ha avuto nella formazione di una coscienza nonviolenta e libertaria (e menomale che Francesco Pullia ce lo rammemora, e il direttore di “Diritto e Libertà” Mariano Giustino, qualche anno fa ha dedicato a questa straordinaria figura di intellettuale un bel numero della sua rivista); ma provate a dire: Jean-Marie Muller, Theodor Ebert, Johan Galtung, Gene Sharp; fate una ricerca su internet: a parte gli articoli pubblicati su “Notizie Radicali” nella rubrica dei “Sepolti vivi”, troverete ben poco…

Sharp nasce in Ohio nel 1928; ha insegnato in diverse università e diretto istituti e programmi di ricerca per le alternative nonviolente nei conflitti e nella difesa. Si forma sui testi di Gandhi e sulla storia della rivolta per l’indipendenza dell’India. La sua fede e militanza all’insegna della nonviolenza gli procura, negli anni Cinquanta, un periodo di carcere per diserzione durante la guerra di Corea. Tra le sue opere, “Politica dell’azione nonviolenta”, tre volumi pubblicati in Italia dalle Edizioni Gruppo Abele: un testo fondamentale per chiunque operi in situazioni di conflitto e intenda adottare le tecniche della nonviolenza o promuovere la teoria-prassi nonviolenta (una domanda a don Luigi Ciotti e ai suoi collaboratori: quando la ripubblicazione?). Soprannominato "il Clausewitz della guerra nonviolenta", nel 1983 fonda l'Albert Einstein Institute per «lo studio e l'utilizzo della nonviolenza nei conflitti di tutto il mondo». Il suo pensiero e i suoi testi sono considerati fonte di ispirazione per i movimenti studenteschi e popolari che hanno condotto in particolare le Rivoluzioni colorate negli stati indipendenti un tempo parte dell'Unione Sovietica che hanno rovesciato pacificamente i governi in carica sostituendoli con nuovi governi più filo-occidentali.

«L'azione nonviolenta è una tecnica per condurre conflitti, al pari della guerra, del governo parlamentare, della guerriglia. Questa tecnica usa metodi psicologici, sociali, economici e politici. Essa, è stata usata per obiettivi vari, sia "buoni" che "cattivi"; sia per provocare il cambiamento dei governi sia per supportare i governi in carica contro attacchi esterni. Il suo utilizzo è unicamente responsabilità e prerogativa delle persone che decidono di utilizzarlo».

Sharp ha rinunciato ai diritti d’autore, e il suo libro ha fatto il giro del mondo, sia pure spesso in edizione samizdat; è passato di mano in mano tra i manifestanti del Myanmar, della Bosnia, dell’Estonia, e poi in Serbia, Zimbabwe, Tibet, e di recente Tunisia ed Egitto. “Il materiale da cui è ricavato questo libro” spiega Sharp, “si basa su oltre quarant’anni di ricerche e testi su lotta nonviolenta, dittature, sistemi totalitari, movimenti di resistenza, scienze politiche, analisi sociologiche, e altri campi”.

In buona sostanza Sharp contesta il luogo comune (lo chiama “antico preconcetto”) secondo cui l’uso della forza ottiene risultati rapidi e apprezzabili, mentre con la nonviolenza si spreca tempo; un assunto che “non ha alcuna validità”. Elenca e ricorda il lungo elenco di paesi “governati” da dittature che a partire dagli anni Ottanta, grazie alle pratiche nonviolente, sono passati alla democrazia, e l’ancor più lungo elenco di paesi in via di democratizzazione. L’assunto, e la nozione di base, sono semplici: “se un numero sufficiente di subordinati si rifiuta di collaborare abbastanza a lungo, nonostante la repressione, il sistema oppressivo si indebolirà fino al collasso”. Quasi duecento i metodi censiti per attuare questa non collaborazione. Un solo “buco” ci sembra di individuare in questo prezioso manuale che sarebbe bene conservare come libre de poche: poco o nulla viene detto sulla questione informazione, che è essenziale; come garantire conoscenza, come difendersi dalle mistificazioni del regime oppressivo. Su questo enorme problema Sharp sembra glissare. Ed è, invece, questione cruciale, se è vero che tutti i dittatori e i golpisti, fin dal primo momento, hanno cura di garantirsi i sistemi informativi. Se, come Sharp ci ricorda, la ribellione, la rivolta contro un sistema oppressivo “nasce dall’interno, richiede consapevolezza collettiva, capacità di non collaborazione, pubblica resistenza” (e in questo il manuale di Sharp è prezioso), come si può assicurare tutto ciò senza informazione e conoscenza? E come? Sono interrogativi che attendono di essere sciolti.

C’entra nulla, tutto questo con Marco Pannella, con i radicali? Qualcuno obietterà che si stra tracciando un ardito parallelo. Proviamo allora a spiegarci utilizzando quanto scritto anni fa da Goffredo Fofi nella nota di prefazione al libro di Amoreno Martellini “Fiori nei cannoni” (Donzelli, pagg.226, 24,50 euro). “Ho sempre pensato”, scrive Fofi, “che bisognasse accentuare, nel discorso nonviolento, prima ancora che quello della nonviolenza, quello dei suoi corollari: la non-collaborazione e la non-menzogna… Più che le dispute sulla nonviolenza, nell’incombere dei tempi del disastro, credo che si debba partire prioritariamente dalla parte della nonviolenza che è la non-collaborazione, cioè la disobbedienza civile…”. Libro accurato, questo di Martellini, vi abbiamo trovato una sola, lieve imprecisione, a pagina 195 Mario Tanassi viene qualificato come democristiano mentre era socialdemocratico; nel quale (pag.142) si dà anche conto di uno scontro, piuttosto rude a livello verbale, di Pannella con Capitini a proposito della Consulta Italiana della Pace (siamo nel 1964), che “scivola” su posizioni pacifiste. Un dibattito, quello su pacifismo da una parte, nonviolenza dall’altra, che a ripercorrerlo e studiarlo, spiega tante delle affermazioni e dei comportamenti del Pannella e dei radicali di “oggi”.

Per tornare a Sharp, nel paragrafo “Una responsabilità meritoria”, annota:

“L’effetto della nonviolenza non è solo quello di indebolire e rovesciare le dittature, è anche quello di conferire potere agli oppressi. Questa tecnica permette a chi prima si sentiva solo una pedina, o una vittima, di esercitare il potere direttamente per garantirsi un margine più ampio di libertà e giustizia. L’esperienza di lotta presenta significative conseguenze psicologiche, che contribuiscono ad aumentare la fiducia e la determinazione in se stessi. Una conseguenza positiva a lungo termine della lotta nonviolenta è dotare la società di strumenti per affrontare i problemi futuri quali: abuso di potere e corruzione del governo, maltrattamenti, ingiustizie economiche e restrizioni del sistema politico democratico. La popolazione abituata alla ribellione politica sarà meno vulnerabile a future dittature. Dopo la liberazione, la familiarità con le tecniche di lotta nonviolenta sarà utile per difendere la democrazia, le libertà civili, i diritti delle minoranze e le prerogative delle istituzioni governative e non a livello locale, regionale e statale. La popolazione potrà così esprimere il proprio dissenso in modo pacifico su questioni tanto importante da spingere talvolta l’opposizione a fare ricorso al territorio e alla guerriglia”.

Il testo di Sharp ha aiutato movimenti che hanno abbattuto regimi: Milosevic nel 2000 e oggi Ben Alì e Mubarak, in Tunisia ed Egitto. Tutto attraverso la nonviolenza e l’informazione. Sharp descrive le fonti di legittimità del potere che non sono “solo” gli eserciti o gli apparati repressivi tradizionali, ma anche se non soprattutto le “fonti intangibili”, quelle psicologiche, che portano ad accettare l’oppressione. Tutto questo postula consapevolezza collettiva, non-collaborazione, pubblica resistenza. Un manuale, insomma, con i metodi per costruirla. Dite ancora che tutto questo non c’entra con la lotta nonviolenta, il Satyagraha in corso di Marco Pannella e altre 15mila persone?

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