Direttore Valter Vecellio. 1 giorno 9 ore fa

Un paese si giudica dalle sue prigioni

12-07-2011

Il soldato Shalit è tenuto prigioniero in condizioni atroci. Ma infierire sui detenuti palestinesi non servirà certo a far liberare Shalit né a farlo star meglio, scrive Gideon Levy, giornalista israeliano che scrive per il quotidiano “Ha’aretz”.

La settimana scorsa, tra gli applausi e le grida di approvazione dei partecipanti alla Israeli presidential conference, il primo ministro Benjamin Netaniahu ha annunciato che le condizioni, già eccezionalmente dure cui sono sottoposti i prigionieri palestinesi saranno rese ancora più rigide. La “festa” è finita, ha detto. Non ci saranno più “maestri e dottori del terrore”. Alla vigilia del quinto anniversario del rapimento del soldato israeliano Gilad Shalit Netaniahu ha lanciato un altro osso populista ai suoi concittadini scontenti per dimostrare che sta facendo qualcosa per liberare il ragazzo.

Sorprendentemente la famiglia Shalit si è dichiarata soddisfatta. I mezzi d’informazione hanno fatto a gara per mostrare i prigionieri palestinesi che giocano a biliardo, che mangiano e devono e leggono i giornali. E si sono uniti con zelo all’iniqua richiesta di rendere più difficili le condizioni in cui vivono. Nessuno ha parlato dei diritti dei detenuti e della nostra immagine nel mondo. Nessuno ha descritto davvero la situazione nelle carceri. Nessuno si è chiesto neanche che senso avesse la decisione di Netaniahu. Gli israeliani sono assetati di vendetta, e il primo ministro e i giornali vogliono soddisfare la loro sete.

Shalit è tenuto prigioniero in condizioni atroci, disumane e illegali. Ma peggiorare le condizioni in cui vivono i detenuti palestinesi, rendendole insopportabili, non servirà certo a farlo liberare né a farlo stare meglio. Renderà solo l’immagine di Israele più simile a quella di Hamas. Le teste calde che parlano dagli studi televisivi o dalle redazioni dei giornali, così sconvolte alla vista di un prigioniero palestinese che abbraccia il suo bambino in fasce e vogliono vederlo soffrire, agiscono solo per ignoranza, mancanza di umanità e populismo. Si possono anche comprendere le loro motivazioni, visto il trattamento che sta subendo Shalit, ma la crudeltà di Hamas non deve diventare contagiosa.

Oggi ci sono circa 5.400 detenuti palestinesi nelle prigioni israeliane, che nel corso degli anni ne hanno purtroppo ospitati centinaia di migliaia di altri. Non si tratta però di “migliaia di assassini”, come piace dire a molti. Solo alcuni sono stati condannati per omicidio e hanno commesso azioni orribili. Duecentoventi sono in prigione senza processo e nelle carceri ci sono anche 180 minorenni, tra cui qualche decina di ragazzi con meno di 16 anni.

Alcuni del palestinesi sono prigionieri politici a tutti gli effetti. Sono stati condannati perché erano legati a organizzazioni terroristiche o per altri reati politici. La maggior parte è stata giudicata da un tribunale militare, i cui rapporti con la giustizia sono molto simili a quelli tra una banda militare e la musica. Tra loro ci sono anche le vittime di false denunce fatte da collaborazionisti, quindi persone che non hanno mai commesso alcun reato. Perciò non si tratta di “migliaia di assassini”. E in ogni caso, in base al diritto israeliano e a quello internazionale, hanno tutti dei diritti, che non sempre sono rispettati. Alcuni, specialmente quelli della Striscia di Gaza, non vedono le famiglie da anni. E naturalmente non esistono permessi d’uscita per i palestinesi. Gli arabi israeliani condannati all’ergastolo non possono neanche avere una riduzione della pena, come succede a qualsiasi assassino ebreo, e questo è scandaloso. E’ vero, alcuni detenuti hanno la possibilità di studiare. Non molto tempo fa ho conosciuto un uomo di  Siulwan, Said Ayish, un terrorista che dopo aver studiato in prigione è diventato pacifista e ora traduce la letteratura ebraica.

Le condizioni in cui vivono sono comunque durissime, anche se molto meno di quelle di Shalit, e questa è già una buona cosa. Poco tempo fa un rapporto pubblicato da due organizzazioni per la difesa dei diritti umani, il gruppo “B’Tselem” e il “Centro Hamoked per la difesa dell’individuo”, ha rivelato le sconvolgenti condizioni in cui si vive nel centro di detenzione dei servizi di sicurezza israeliani di Petah Tikva. La cella in cui alcune eminenti personalità israeliane si sono offerte volontariamente di passare un’ora nell’ambito del Progetto Gilad, lanciato questa settimana per ricordare la detenzione di Shalit, è un buon esempio di quelle condizioni. I detenuti del carcere di sicurezza dello Shin Bet sono tenuti in isolamento in celle delle dimensioni di un materasso, in condizioni igieniche insopportabili, con la luce sempre accesa e continuamente privati del sonno.

Migliaia di palestinesi portano ancora le cicatrici fisiche e psicologiche delle torture cui sono stati sottoposti durante gli interrogatori. Ma per molti israeliani questo non basta. Vogliono vedere più sofferenza e chiedono più vendetta. Perfino la vista del makloubeh, il piatto a base di carne e verdure che i detenuti palestinesi si cucinano nelle loro celle anguste, li fa infuriare.

Una società si giudica da come tratta i suoi prigionieri. Eppure, se davvero pensassi che questa punizione collettiva potesse portare un qualche sollievo a Shalit, forse perfino io sarei d’accordo.

 

Annuncio riguardo il sistema di commenti.

Come preannunciato abbiamo disattivato il vecchio sistema dei commenti. Da adesso i poi sarà possibile commentare solo attraverso il sistema Disqus.