Chi sarà il prossimo faraone d'Egitto?
Questo intervento di Lapo Pistelli è comparso su ecfr.eu Ci è sembrato utile proporlo per conoscere quella che dovrebbe essere la posizione del PD su quanto accade in Egitto e dintorni.
È ormai chiaro che le elezioni egiziane si terranno tra settembre e novembre. Contrariamente a ciò che molti avevano auspicato nei mesi passati, non si tratterà di elezioni presidenziali ma di elezioni parlamentari. Chi otterrà la maggioranza in Parlamento potrà quindi cominciare a lavorare su una Costituzione appena emendata e sarà soltanto alla fine di questo processo che si saprà il nome del nuovo “faraone” egiziano, il leader che governerà su un terzo della popolazione araba del mondo.
Permangono, però, alcune incertezze su questa transizione verso la democrazia. L'economia stenta a riprendersi: il canale di Suez è ben funzionante ma, a causa di problemi di sicurezza di cui gli stessi egiziani sono scontenti, il turismo è molto lontano dai livelli pre-rivoluzionari. L'instabilità non ha mai aiutato la crescita economica, men che meno in questa regione.
Bisogna poi guardare alla reazione di Piazza Tahrir: la settimana scorsa, infatti, la grande tendopoli si è di nuovo mobilitata. Centinaia di migliaia di giovani dimostranti – guardiani insoddisfatti della rivoluzione – sono andati avanti e indietro dalla piazza, impazienti di ottenere delle riforme tangibili nonostante il periodo di incertezza.
Il governo ha mostrato una certa debolezza nel dare avvio ad un incoerente rimpasto di governo e ad una serie di dimissioni che non hanno risparmiato neanche alcune delle più importanti istituzioni statali, come il Ministero degli Esteri e il Ministero degli Interni. Il numero di queste dimissioni è cresciuto progressivamente finché non ha raggiunto quello desiderato dal Primo Ministro: prima 7 e poi 11, seguendo le crescenti richieste e il malcontento di Piazza Tahrir.
È difficile capire realmente le dinamiche che governano il Consiglio Supremo delle Forze Armate. Tutti riconoscono che è grazie alla stabilità rappresentata dall'esercito nei giorni cruciali della rivoluzione di febbraio che è stato possibile cacciare Mubarak ed evitare un bagno di sangue; eppure, pochi apprezzano la prudenza con cui i militari hanno aperto il processo al vecchio Presidente, un capro espiatorio che la rivoluzione richiede a gran voce, soprattutto alla luce di quanto è già successo in Tunisia: la somiglianza tra le precarie condizioni di salute dei due Presidenti accusati non placa, infatti, la sete di cambiamenti. Inoltre, il Consiglio vacilla sulle riforme economiche, annunciando di tanto in tanto un innalzamento dei salari per poi scaricarne la responsabilità sul governo provvisorio.
Incontrare i candidati più conosciuti e credibili delle prossime elezioni presidenziali è un'esperienza davvero utile per farsi un'idea della politica egiziana e, tra l'altro, conferma la metafora disneiana del cartone animato in cui ogni cane somiglia al proprio padrone: in questo caso, però, il parallelo è tra i politici e gli uffici in cui lavorano.
El Baradei riceve gli ospiti in un moderno ufficio dalle ampie vetrate e dalle porte scorrevoli, con uno staff ridotto e l'arredamento minimal. Non crede nei partiti ma nella capacità dei candidati (come lui) di svolgere il ruolo di “federatori”, uno dei tanti termini emersi da questa stagione dei “cento fiori”1. Egli si batte a favore dell'adozione di un Bill of Rights2 provvisorio prima di ogni elezione e comprende la fragilità della situazione attuale così come la progressiva perdita di credibilità dell'esercito e della polizia. Confida in Piazza Tahrir ed è sinceramente convinto che verrà eletto per via del sua carattere “inclusivo”. Secondo i sondaggi, però, El Baradei non è il favorito ed è possibile che non arrivi neanche a candidarsi.
Amr Moussa lavora in una graziosa villa del XIX secolo nel cuore del quartiere diplomatico. Si nota un continuo andirivieni di ospiti e una certa familiarità con i media e le telecamere, su cui si è a lungo esercitato al Ministero degli Esteri Egiziano e, in seguito, alla Lega Araba. Ha sfoggiato una conversazione affascinante così come una sofisticata analisi del partenariato mediterraneo e della situazione regionale, su cui si basa per affermare che la primavera araba coinvolgerà ogni paese, anche quelli che adesso sembrano al sicuro. Come suggerivano le voci di un paio di mesi fa, è ormai svanita la possibilità di stringere un'alleanza con i Fratelli Musulmani, che controllano non più del 25% della base elettorale. Moussa si appella, invece, al 60% di egiziani che si identifica con un'economia liberale ma dotata di forti correttivi sociali e si presenta come il leader naturale per una possibile coalizione: i suoi collaboratori sono infatti membri attivi di diversi partiti.
Sebbene Naguib Sawiris non intenda candidarsi alle presidenziali, non si può non prendere in considerazione l'opinione di uno degli uomini più ricchi del paese, il re delle telecomunicazioni e il fondatore del partito “Egiziani liberi”. Sawiris, di religione cristiana copta ma politicamente laico, gode di una vista spettacolare sulla sua città dall'alto delle Torri del Nilo, i più alti grattacieli gemelli della città. Secondo lui, senza un certo numero di osservatori stranieri, l'imparzialità del processo elettorale e la secolarizzazione dell'Egitto sarebbero a rischio e lo spirito della rivoluzione potrebbe essere irreparabilmente tradito. Egli incoraggia l'Occidente a “partecipare” alla costruzione della politica egiziana: se intervengono tutti, afferma, perché non dovreste intervenire anche voi, che amate l'Egitto e la democrazia? L'accordo tra i Fratelli Musulmani e l'esercito garantirà invece una restaurazione, una moderata islamizzazione con un candidato capace di garantire il potere politico ed economico dell'esercito e assicurare ai Fratelli Musulmani il controllo della società attraverso una fitta rete di moschee ed altre organizzazioni religiose, soprattutto nei grandi centri urbani.
L'analisi svolta un paio di giorni fa da un importante personaggio politico israeliano, esperto in Medio Oriente, è stata molto chiara: le rivoluzioni perderanno le elezioni. La primavera araba è una primavera fredda in cui servirà un soprabito, dal momento che il primo turno si risolverà a favore dell'esercito e di chiunque sia in grado di assicurare il controllo del territorio (in questo caso, i Fratelli Musulmani); solo al secondo turno, in occasione delle prossime elezioni (se e quando avranno luogo) si potrà davvero capire se la primavera araba è stata una vera primavera o, piuttosto, un'estate indiana.
Mohamed Morsi, capo del partito “Giustizia e Sviluppo” (spin-off 3dei Fratelli Musulmani), lavora in uno squallido edificio nel cuore del quartiere popolare. Lo striscione appeso alla finestra mostra il nome e il simbolo del nuovo partito ma nient'altro nelle buie e strette scale dell'edificio dà l'impressione di entrare nel quartier generale di uno dei maggiori partiti del paese. La persona incaricata delle relazioni internazionali è un piacevole giovanotto dalla barba discreta che parla inglese con un impeccabile accento americano; il Presidente del nuovo partito, invece, appare disinteressato ad avviare una conversazione con il suo interlocutore e si limita a chiedere imminenti elezioni nel nome del popolo, schivando abilmente il tema della laicità della politica, argomento che non sembra afferrare pienamente. Tra i tanti politici che ho incontrato, Morsi è l'unico che considera irreprensibile l'operato dell'esercito e dell'attuale governo.
Quella stessa notte, a piazza Tahrir, i giovani protagonisti di questo momento storico hanno risposto al portavoce del Consiglio delle Forze Armate – che, comparso quel giorno in TV, aveva puntato il dito indice verso di loro avvertendoli di non commettere azioni “immature” che l'esercito non avrebbe tollerato – mostrando un altro dito, il medio, e urlando che la rivoluzione non si sarebbe smobilitata.
La transizione egiziana sarà lunga e delicata.
[1] Si fa qui riferimento alla stagione di liberalizzazione della vita culturale, politica, economica e sociale avviata in Cina negli anni Cinquanta: il termine deriva infatti da una frase pronunciata dal leader comunista Mao Zedong nel 1956 (“Che cento fiori fioriscano, che cento scuole gareggino”).
[2] Una Carta dei Diritti Fondamentali.
[3] Si utilizza il termine spin-off per designare una sorta di sottoprodotto, un derivato di una società, un'organizzazione, una serie TV, e così via.
*Traduzione di Federica Favuzza
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