Carceri sovraffollate. Aspettando le riforme è urgente l’amnistia
La drammaticità attuale della situazione carceraria, sotto gli occhi di chi la vuol vedere, mette a rischio le condizioni di lavoro e di sicurezza del personale e la qualità della vita dei detenuti, ai quali in queste condizioni non è garantito il diritto sancito dall'articolo 27 della Costituzione che prevede che la pena debba tendere ala rieducazione del condannato e mai svolgersi in condizioni lesive della dignità della persona.
Era il 29 luglio 2006. Il Parlamento con un'ampia maggioranza trasversale approvò la legge 241, l'indulto. Una misura chiesta a gran voce da quanti, ben conoscendo lo stato delle strutture carcerarie del nostro Paese, pensavano fosse ineludibile un alleggerimento di quella situazione esplosiva. Approvato, come prescrive la norma, dai due terzi del Parlamento, è stato in poco tempo misconosciuto dalla gran parte di coloro che lo votarono, ma solo il 33,92% dei detenuti beneficiati dal provvedimento è rientrato in cella, nonostante il provvedimento non sia stato accompagnato da adeguate misure di accoglienza e di integrazione delle persone scarcerate. Di questo però non si parla, anzi in nome della sicurezza - cavallo d battaglia del governo Berlusconi - l'indulto è stato demonizzato e si fa un crescente ricorso alla custodia cautelare, abnorme estensione, in concreto, della carcerazione preventiva.
Sono passati cinque anni, siamo ancora in estate e la situazione delle carceri è immutata, anzi è peggiorata. Siamo a circa 78.000 persone ristrette in spazi angusti, una situazione in cui i più elementari diritti sono negati. D'estate vengono quasi del tutto sospese le attività trattamentali, il personale di polizia penitenziaria, costantemente sotto organico, così come il personale civile va in ferie (un sacrosanto diritto); le presenze degli operatori penitenziari sono dunque ridotte all'osso. Anche il volontariato - una risorsa preziosa che spesso sostituisce nelle piccole incombenze quotidiane il personale ministeriale - è in vacanza.
Le carceri scompaiono, salvo aggiudicarsi l'onore delle prime pagine quando, attorno a ferragosto, qualche parlamentare compie l'ormai tradizionale e inutile visita alle carceri con relativi comunicati, stampa oppure quando accadono tentativi di suicidio o episodi di violenza che suscitano le legittime rimostranze della polizia penitenziaria gravata da responsabilità sempre più difficili. Tutto sembra sopito dal caldo, dal clima di ferie, dall'indifferenza colpevole. Eppure in quelle strutture le persone detenute e gli operatori penitenziari vivono d'estate una condizione ancora più drammatica che nel resto dell'anno. In una sua intervista il nuovo ministro della Giustizia, Francesco Nitto Palma, ha sostenuto la necessità di un programma di depenalizzazione dei reati minori e si è detto contrario alla eccessiva criminalizzazione: insomma, secondo il ministro urge una riforma del codice penale innanzi tutto. Peccato che il governo di cui Nitto Palma è entrato a far parte sia andato fin qui nella direzione opposta: ad esempio violazioni che andrebbero punite con sanzioni civili o amministrative sono oggi regolate da leggi che prevedono sanzioni penali con relativa detenzione.
Anche il Presidente Giorgio Napolitano ha recentemente dichiarato che «le prigioni del nostro Paese sono una realtà che ci umilia. Una realtà non giustificabile in nome della sicurezza che ne viene più insidiata che garantita, dalla quale non si può distogliere lo sguardo».
Oggi da molti -e io sono fra questi- e dai Radicali in primo luogo si chiede un provvedimento di amnistia che dovrebbe essere accompagnato da una riforma strutturale e da una revisione complessiva del sistema sanzionatorio, a partire dalle leggi affolla carceri e da un utilizzo più ampio delle misure alternative. Sarebbe un atto di civiltà. Nel frattempo, mentre i circa 78.000 detenuti che affollano le carceri e il personale penitenziario trascorreranno un'altra estate in condizioni insostenibili, il Parlamento chiude i battenti per un mese. Ora la priorità è un'altra: tutti in ferie.
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