La lezione della Libia al mondo arabo
La rivolta libica, scrive Rami Khouri su “The Daily Star” lancia un messaggio forte a paesi come la Siria e lo Yemen: si ottiene la libertà solo se i gruppi di opposizione sono uniti e determinati.
Il crollo del regime di Gheddafi aggiunge un capitolo importante alla storia delle rivoluzioni che stanno interessando gran parte del mondo arabo. Il caso della Libia è caratterizzato da quattro fattori specifici: la guerra tra il regime e i suoi oppositori, l’intervento militare della NATO, la determinazione per la lotta per la libertà e la creazione di un Consiglio nazionale di transizione come strumento per favorire il cambio di regime. Questi quattro fattori avranno conseguenze importanti per le battaglie in corso nel mondo arabo per la libertà e la democrazia.
La rivoluzione libica è la prima ad aver rovesciato un regime in un paese arabo dove il potere ha risposto alle proteste popolari non solo sul piano politico, ma anche su quello militare. I regimi dell’Egitto e della Tunisia sono stati messi in fuga dalle grandi manifestazioni di piazza pacifiche. Certo, è stato decisivo l’apporto militare della NATO, ma è venuto solo dopo lo scoppio dell’insurrezione contro Gheddafi.
La destinazione del colonnello invia ai combattenti della libertà della Siria, dello Yemen, del Barhein in futuro, forse, di altri paesi arabi un messaggio molto forte: la lotta per la libertà porta alla vittoria se è condotta con determinazione.
Sono rimasto sconvolto ascoltando e leggendo molti commentatori occidentali preoccupati che “la primavera araba”, come la chiamano, si sia già impantanata, aprendo la strada alla restaurazione dei vecchi regimi, come in Siria e in Libia, o all’incapacità di generare nuovi sistemi democratici stabili come in Egitto e in Tunisia. Innanzitutto è un errore pensare che il mondo arabo stia vivendo una “primavera”, cioè un momento sereno ma transitorio. La storia insegna che ogni grande trasformazione di un paese richiede tempo e passa attraverso fasi più statiche. Il ritmo lento e incostante delle trasformazioni in corso da gennaio è spiegabile anche se si considerano due caratteristiche distintive dei sistemi politici arabi. Alcuni regimi, come quelli dell’Egitto, della Siria e della Libia, sono stati caratterizzati dal dominio di un’unica famiglia o di un unico partito. Inoltre, la portata delle sfide immediate è troppo grande perché un nuovo governo la gestisca rapidamente e senza intoppi.
Nel Barhein e nello Yemen ci vorrà ancora molto tempo prima che si concluda lo scontro politico. Il motivo principale è che il loro potente vicino, l’Arabia Saudita, ha cercato di impedire che le manifestazioni di piazza facessero crollare il regime. Per ora, quindi, l’attenzione della stampa sarà rivolta alla Siria, dove un intervento militare straniero è improbabile. Nel caso di Damasco è importante l’esempio libico del Consiglio nazionale di transizione come strumento per favorire il cambio di regime. Il consiglio ha aggiunto tre fattori decisivi nella lotta contro Gheddafi: ha rappresentato un meccanismo di coordinamento e pianificazione che ha unito tutte le componenti dell’opposizione, ha lanciato un segnale rassicurante sul futuro del paese dopo la caduta del regime, è stato un punto di riferimento per i sostenitori internazionali. E’ probabile che presto assisteremo a qualcosa di analogo in Siria se i gruppi di opposizione riusciranno a mettersi d’accordo.
Nei prossimi mesi in Siria svolgeranno un ruolo di primo piano le pressioni politiche e diplomatiche, sempre che nasca un consiglio nazionale di transizione con una legittimazione popolare e riconosciuto dalle potenze regionali. Questo consiglio potrebbe legittimare il regime di Assad e quindi accelerare la sua fine. Da questo punto di vista, l’insegnamento della Libia è fondamentale: può generare entusiasmo e fare da guida ad altri arabi che lottano per i loro diritti di cittadini e di esseri umani liberi.
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