Direttore Valter Vecellio. 16 hours 41 min ago
AA.VV.

Perché l’amnistia è l’unico provvedimento realistico per governare un problema che scoppia

22-09-2011

Si è svolta ieri al Senato la seduta straordinaria dedicata ai temi della Giustizia e del carcere. Riportiamo di seguito gli interventi del ministro della Giustizia Nitto Francesco Palma, Emma Bonino ( di cui una breve sintesi era già stata pubblicata ieri ) Donatella Poretti e Marco Perduca.

PRESIDENTE SCHIFANI. L’ordine del giorno reca: «Comunicazioni del Ministro della giustizia sul sistema carcerario e sui problemi della giustizia». Le comunicazioni ed il conseguente dibattito sono stati decisi all’unanimità dalla Conferenza dei Capigruppo alla luce della richiesta avanzata ai sensi dell’articolo 62, secondo comma, della Costituzione, dalla senatrice Bonino e da altri senatori e corredata dal prescritto numero di firme. Eventuali proposte di risoluzione potranno essere presentate entro la conclusione del dibattito. Ha facoltà di parlare il ministro della giustizia, senatore Palma.

NITTO PALMA, ministro della giustizia. Signor Presidente, onorevoli senatori è «evidente in generale è l’abisso che separa la realtà carceraria di oggi dal dettato costituzionale sulla funzione rieducatrice della pena e sui diritti e la dignità della persona». Queste sono le parole del presidente Napolitano al convegno «Giustizia in nome della legge e del popolo sovrano». Inutile dire che la pena, nel binario delimitato dalla sua funzione e dalla restrizione della libertà personale, non consente cedimenti rispetto a quegli ulteriori diritti e a quegli ulteriori principi che sono sanciti dalla nostra Costituzione, quale ad esempio il diritto alla salute previsto dall’articolo 32. Il presidente Napolitano ha affermato altresì che «la politica, quale si esprime nel confronto pubblico e nella vita istituzionale, appare irrimediabilmente divisa, incapace di produrre scelte coraggiose, coerenti e condivise».

Non mi nascondo la diversità che caratterizza il centrodestra e il centrosinistra nella visione globale del fenomeno giustizia e di quello carcerario; ciò nonostante, in considerazione della difficoltà del momento e della gravità della situazione carceraria, intendo qui evitare ogni contrapposizione, ogni tentazione di analisi comparativa, in una, ogni polemica. Intendo rappresentare la situazione per come essa è, esporre valutazioni in ordine ai dati oggettivamente emersi. Trovare con voi la soluzione ad una emergenza e aprire un discorso franco e sereno sulla possibile costruzione di un sistema normativo che disegni, forse per la prima volta, in sintonia con la Costituzione, cosa deve essere il carcere e come il carcere debba inserirsi nel più vasto e articolato mondo della giustizia. E se non vi devono essere cedimenti rispetto ai valori costituzionali, è doveroso fin da subito affermare che nel carcere deve essere assicurato l’ordine, deve essere garantita la salute e deve essere imposto, anche sotto il profilo logistico, il sereno svolgimento dell’espiazione della pena e della custodia cautelare.

L’ordine, presidio del rispetto delle regole e ostacolo al formarsi delle sacche di anarchica confusione da cui originano la illegalità, la prevaricazione, la sottomissione degli uni agli altri, deve essere garantito da tutti gli operatori carcerari, direttori di carceri, educatori, polizia penitenziaria, ai quali tutti, indistintamente, va il nostro ringraziamento per la professionalità, l’abnegazione e l’umanità con cui quotidianamente adempiono ai loro doveri. E, al riguardo, non può non rilevarsi come, nonostante la recente integrazione di 820 unità, la scopertura di organico ammonti a 5.877 unità e come tale scopertura generi preoccupazione anche nel caso in cui - come si auspica - dovesse andare in porto l’assunzione di altre 1.611 unità per il 2012. Non è un caso, quindi, che anche in adesione a specifica richiesta di organizzazione sindacale si proseguirà nella strada già intrapresa di ridurre al minimo i comandi e i distacchi del personale della Polizia penitenziaria presso altre amministrazioni così restituendolo ai servizi di istituto, nonché di ridurre l’impiego del personale di Polizia penitenziaria nei servizi di scorta, a ciò aggiungendosi che l’enorme numero di traduzioni (185.755 nel 2010 per quasi 300.000 detenuti con un impiego di 769.000 unità di personale) e dei piantonamenti in ospedale aggravano vieppiù la scopertura dell’organico.

Certo, anche le traduzioni rientrano tra i compiti di istituto. Ma è certo anche che se si modificasse l’articolo 123 delle disposizioni di attuazione del codice di procedura penale, sì da rendere cogente che l’udienza di convalida avvenga in carcere e non presso l’ufficio giudiziario, ovvero si prevedesse che in caso di rito direttissimo l’arrestato o il fermato non transitasse per il carcere ma restasse nelle camere di sicurezza, ovvero ancora che la stessa procedura (arresto, convalida, direttissimo) fosse realizzato in modo più similare a quanto avviene nei Paesi con rito accusatorio, le traduzioni diminuirebbero vertiginosamente e maggiore sarebbe la possibilità di utilizzare il personale della Polizia penitenziaria nel mondo del carcere.

A seguito della riforma della medicina penitenziaria e della legge finanziaria 2008 si è realizzato il trasferimento delle funzioni sanitarie al Servizio sanitario nazionale. I rapporti tra carcere e ASL sono disciplinati da una serie di atti adottati dalla Conferenza Stato-Regioni. Il bilancio della riforma varia molto a seconda delle realtà territoriali con maggiori difficoltà di garanzia dei precedenti livelli di efficacia e continuità assistenziale medico-infermieristica nelle Regioni interessate ai piani di rientro debitorio. Incidenter tantum: dalla riforma deriva l’aumento del numero dei piantonamenti e del numero delle traduzioni ogni qual volta (invero spesso) le ASL decidono di esternalizzare determinati servizi specialistici. Né posso tacere che, tra le Regioni a statuto speciale, la Sicilia, diversamente dalle altre, non ha adottato alcun intervento normativo per regolamentare il trasferimento delle funzioni sanitarie, con conseguente ricaduta di impegno sull’amministrazione penitenziaria che per il solo esercizio del 2011 ha dovuto stanziare 12.400.000 euro per far fronte a quelle esigenze sanitarie che non le competono.

Un’emergenza nell’emergenza penitenziaria è costituita dagli ospedali psichiatrici giudiziarie chiama in causa altri soggetti istituzionali che dovrebbero a pieno titolo farsi carico di un sistema che oggi offende la civiltà del diritto. L’insanabile contraddizione di una misura che si regge sul binomio carcere-manicomio gestita in luoghi che producono sofferenza, degrado, violazione della dignità e dei diritti fondamentali delle persone non può più essere tollerata in un Paese civile. Ancora oggi assistiamo alla odiosa sopravvivenza di questi luoghi che non curano, ma si limitano a contenere persone di cui nessuno vuole farsi carico, neanche quando è accertato il venir meno della pericolosità sociale che ne ha determinato l’internamento.

La responsabilità della soluzione dello specifico problema penitenziario deve essere necessariamente condivisa con altri soggetti istituzionali giungendo alla completa sanitarizzazione, sul modello di Castiglione delle Stiviere, superando la presenza della Polizia penitenziaria impegnata spesso in compiti non propri e affidandone la completa gestione al Servizio sanitario nazionale.

Nei giorni scorsi ho visionato il filmato realizzato dopo le ispezioni effettuate nei sei ospedali psichiatrici giudiziari e non posso che condividere quanto scritto dal Presidente della Repubblica il 21 gennaio 2011 e cioè: «Ho così potuto prendere conoscenza di contesti igienico-sanitari e di vicende umane che hanno creato in me grande preoccupazione e profondo turbamento. Confido che non mancherete di adottare, nell’ambito delle rispettive competenze, ogni misura amministrativa, organizzativa e legislativa idonea a consentire il superamento di situazioni che, in pochi casi, mi sono apparse assolutamente incompatibili con il più elementare rispetto della dignità delle persone e tali da integrare gravi violazioni di princìpi fondamentali della Costituzione».

Una prima, concreta risposta a questo autorevole appello dovrà riguardare l’incredibile situazione dei 215 soggetti internati che permangono negli ospedali psichiatrici giudiziari, nonostante sia stata clinicamente accertata l’assenza di pericolosità sociale: una valutazione clinica cui non è seguita una analoga valutazione giuridica da parte del magistrato di sorveglianza il quale, al contrario, ha ritenuto la sussistenza della pericolosità. E mi auguro che ciò, contrariamente a quanto taluno ipotizza, non derivi dalla mancata disponibilità degli enti locali all’idoneo riposizionamento del non più pericoloso. Bisognerà, altresì, pensare ad interventi legislativi finalizzati alla modifica dell’attuale sistema che consente, di fatto, la possibilità di applicare la misura di sicurezza sine die, indipendentemente dalla natura e dalla gravità del reato commesso.

L’individuazione di un piano di trattamento sanitario con periodica rivalutazione potrebbe, ad esempio, consentire al giudice l’adozione di una misura analoga a quella prevista dall’articolo del codice di procedura penale coinvolgendo in primis i dipartimenti di salute mentale, così come potrebbero essere approfondite le soluzioni adottate in alcuni ordinamenti stranieri, quale quello spagnolo, che prevede un parallelismo tra la durata delle pene e la durata delle misure di sicurezza.
Appare, inoltre, necessaria la creazione di strutture pubbliche di ricovero intermedio, che favorendo un più stretto raccordo tra magistratura e servizi psichiatrici territoriali possano costituire un’adeguata alternativa alla scelta tra ospedale psichiatrico giudiziario e ricorso a modalità di libertà vigilata, oggi stimate non sufficientemente sicure. A tal fine potrebbe essere presa in considerazione la creazione di strutture di piccole dimensioni, facilmente individuabili sul territorio tra i piccoli ospedali soppressi o da sopprimere, con vantaggio anche per la completa regionalizzazione degli internati.

Esprimo poi il mio apprezzamento per il lavoro della Commissione d’inchiesta, le cui conclusioni appaiono condivisibili. Con la stessa franchezza devo però rilevare che l’adozione dello strumento del sequestro preventivo utilizzato per le strutture di Barcellona Pozzo di Gotto e Montelupo Fiorentino desta in me perplessità giuridica, mitigata solo dalla piena comprensione delle finalità che l’hanno determinata. Comunque, dando seguito ai provvedimenti emessi dalla Commissione parlamentare d’inchiesta, con decreto dell’agosto 2011 è stata istituita presso la casa circondariale di Palermo Pagliarelli la sezione detenuti minorati psichici, si è provveduto ad effettuare lo sgombero delle zone detentive degli ospedali psichiatrici giudiziari di Montelupo Fiorentino e di Barcellona Pozzo di Gotto, si è attivato il procedimento di adeguamento ai rilievi mossi. Sul piano logistico rilevante è stato l’intervento del Ministero, che ha provveduto nel triennio alla costruzione di 440 nuovi posti, alla previsione di costruzione di 3.410 nuovi posti entro il 2013, alla ristrutturazione di 1.138 posti ed alla previsione di ristrutturazione di altri 710 posti sempre entro il 2013. Sono state, infine, aperte le strutture carcerarie di Rieti, Trento e Favignana ed è di prossima apertura quella di Gela, essendosi risolto il problema della condotta d’acqua. Il commissario delegato, infine, è impegnato nella rapida realizzazione della obsoleta struttura di Arghillà, monumento all’inefficienza del passato. A ciò deve aggiungersi che, in attuazione del piano carceri, sono state avviate le procedure di gara per l’assegnazione dei lavori di 20 padiglioni aggiuntivi, per un totale di 4000 posti, con un impegno di spesa per 239 milioni di euro, lavori che saranno ultimati nel dicembre 2012. Altresì, previa riunione dell’apposito comitato di sorveglianza, si provvederà a varare, senza alcun danno per la sicurezza dei cittadini, il progetto di costruzione di carceri a bassa sicurezza per circa 5000 posti, in sostituzione degli 11 istituti penitenziari classici originariamente ipotizzati.

I lavori saranno ultimati entro dicembre 2013 con un impegno di spesa di 349 milioni di euro. I 206 istituti penitenziari consentono una presenza regolamentare di 45.732 detenuti ed una tollerabile di 69.194 detenuti. Allo stato sono presenti negli istituti penitenziari 67.377 detenuti, ossia circa 2.000 in meno della soglia finale di tollerabilità. Quasi il 70 per cento della popolazione detenuta straniera è formata da marocchini per il 20 per cento, da rumeni per il 15 per cento, da tunisini per il 13 per cento, da albanesi per l’11 per cento, da nigeriani per il 5 per cento e da algerini per il 3 per cento.
Il totale dei detenuti in custodia cautelare è del 42 per cento, cioè 28.300, e il totale complessivo dei detenuti stranieri è del 36,10 per cento, tetto a cui si giunge nello spazio di tre anni. Quattro anni fa il tetto dei detenuti stranieri era del 32 per cento e, di questo 36,10 per cento, 12.035 sono in attesa di giudizio e 12.147 in espiazione di pena; una percentuale questa davvero molto lontana dalle analoghe percentuali che caratterizzano la detenzione italiana.

La tipologia dei reati all’origine della detenzione registra il primato dei reati contro il patrimonio, dei reati in materia di stupefacenti e dei reati contro la persona. Seguono i reati previsti dalla legge sulle armi e i reati contro la pubblica amministrazione.
L’analisi dei dati consente di affermare che il tasso di crescita della popolazione detenuta è calcolabile in varie migliaia all’anno. Più precisamente, l’aumento è stato di circa 5.000 unità nell’anno 2009-2010 e di circa 2.500 unità nell’anno 2010-settembre 2011. Ciò si afferma in quanto, ai soli fini della valutazione del tasso di crescita, non può non calcolarsi il numero dei detenuti, circa 3.000, che nell’anno in corso hanno beneficiato della legge sulla detenzione domiciliare nell’ultimo anno di pena.

L’analisi dei dati consente altresì di affermare che ogni anno si registra il transito in carcere di circa 90.000 detenuti provenienti dalla libertà (arresti in flagranza, fermo, custodia cautelare) e che di questi - mi rendo conto di affrontare adesso un dato numerico estremamente noioso, verso il quale vi prego di prestare la dovuta attenzione - restano in carcere 21.093 fino a 3 giorni, 1.915 fino a 7 giorni, 5.816 fino ad un mese, 5.009 fino a 3 mesi e 9.829 fino a 6 mesi, per un totale di oltre 40.000 persone. Di rilievo è sottolineare che di questa aliquota di detenuti - come sopra detto – la percentuale degli stranieri è superiore a quella degli italiani. I detenuti in custodia cautelare fino ad un mese ammontano nell’anno a 28.824, il che - con tutta l’approssimazione del caso - equivale a dire che tale categoria di detenuti incide per circa 2.333 posti sul dato della presenza carceraria annuale. Quanto alle cause del sovraffollamento, non vi è dubbio che esse siano molteplici, sia pure con diversa significatività. L’analisi dei dati però consente, sia pure con molta prudenza, di escludere una particolare rilevanza delle norme introdotte nell’ultimo decennio a tutela delle esigenze di sicurezza dei cittadini.

Infatti, quanto alle misure alternative e non omettendo di dire che il regime disegnato dalla cosiddetta legge Cirielli è stato in parte attenuato dalla legge del 2010 sulla detenzione domiciliare, si registra un aumento continuo di provvedimenti positivi sulle citate misure: gli affidamenti in prova sono passati da 1.818 del 2006 a 9.778 dell’agosto 2011; le semilibertà sono passate da 649 del 2006 a 921 dell’agosto del 2011; le detenzioni domiciliari (di cui all’articolo 47-ter dell’ordinamento penitenziario) sono passate da 1.618 del 2006 a 8.283 dell’agosto 2011. Il che, evidentemente, consente - se si vuole - un ulteriore approfondimento di ragionamento nel senso che per le conseguenze della legge Cirielli tali misure di libertà vanno verso soggetti quasi sempre incensurati o colpiti solo da una recidiva semplice e che scontano pene superiori ai tre anni, perché se fossero inferiori vi sarebbe la sospensione della pena fino a due anni prevista dalla legge Smuraglia o l’affidamento in prova al servizio sociale per condanne inferiori a tre anni.

Analogamente, quanto alle misure dei cosiddetti pacchetti sicurezza, così come nella sostanza modificati dalla giurisprudenza europea, le incidenze sulla presenza carceraria sono limitate, peraltro con termini di non particolare significatività e correlate a fattispecie criminose quali il favoreggiamento all’immigrazione clandestina, il furto con strappo e il furto in abitazione; cioè a delitti che devono essere seriamente repressi in ossequio alle ragioni di sicurezza dei cittadini. Se ciò è vero, e a me pare evidentemente vero, la riflessione sull’aumento della popolazione carceraria non può che incentrarsi su due specifiche cause: la presenza di detenuti stranieri (passata globalmente dal 33 per cento al 36 per cento) e l’uso eccessivo della custodia cautelare.

Quanto alla presenza di detenuti stranieri, il cui aumento è speculare a quanto avviene in Spagna, Francia e Germania, evidentemente conseguenza dei flussi immigratori clandestini, non v’è dubbio che essa incida sul costante aumento della popolazione carceraria. Detti detenuti, infatti, ristretti in carcere per reati contro il patrimonio o attinenti agli stupefacenti o altro non essendo regolarmente presenti in Italia, non beneficiano di norma degli arresti domiciliari, (non avendo trovato seguito quella giurisprudenza che immaginava come domicilio anche una panchina), o della liberazione e, per l’effetto, i processi a loro carico seguono le corsie privilegiate dei processi con detenuti ed arrivano rapidamente alla sentenza definitiva (così trasformando i detenuti in attesa di giudizio in condannati all’espiazione della pena).

Giova altresì precisare che nei loro confronti è scarsamente applicabile e scarsamente applicata la misura dell’espulsione in sostituzione della pena detentiva sino a 2 anni ciò in ragione delle oggettive difficoltà dell’individuazione della loro provenienza geografica e della difficoltà di rendere operativi i patti di riammissione ove esistenti.

Quanto alla custodia cautelare i dati precedentemente forniti sui detenuti ristretti in carcere per brevi periodi (fino a un mese o tre mesi) denunciano inequivocabilmente come non sia puntualmente rispettato il criterio ordinamentale in base al quale la reclusione in carcere è una extrema ratio. Dubito che ciascuno di noi possa trovare un senso nella restrizione in carcere per tre giorni, per sette giorni, per dieci giorni, per quindici giorni o anche per 30 giorni.

E, sia chiaro, anche per evitare inutili polemiche, che quanto testé da me detto è ampiamente condiviso dal primo Presidente della Corte di cassazione, il quale ha invitato i magistrati «ad un uso sempre più prudente e misurato della misura cautelare restrittiva». A tacere di quanto affermato dal Presidente della Repubblica nel citato convegno; e cioè che si assiste ad «un crescente ricorso alla custodia cautelare, abnorme estensione in concreto della carcerazione preventiva».

Che fare quindi? Taluno, sulla cui buona fede non è lecito dubitare, immagina che la strada da percorrere sia quella, squisitamente parlamentare, dell’amnistia o dell’indulto. Cioè taluno immagina di dover percorrere - forse in termini diversi - quella strada, già intrapresa 22 volte dal 1948 al 1992 e una volta limitatamente all’indulto nel 2006, che nel passato è sempre stata utilizzata come strumento emergenziale per risolvere un problema che non si voleva risolvere alla radice, sia per quanto concerne il mondo del carcere, sia per quanto riguarda il mondo della giustizia. Una strada che in passato ha sempre consentito al malato di respirare, ma che ha sempre rapidamente ricondotto il malato nel coma di partenza. Nel 2006 la presenza carceraria è scesa, in virtù dell’indulto, da 61.000 unità a 39.000 unità. Nulla è stato fatto per operare sul sistema, nulla è stato progettato negli specifici settori, e non è un caso che di lì a due anni la popolazione è andata a 55.000 presenze, per poi schizzare a 68.000 presenze nel 2010. Certo siamo in presenza di un’emergenza e siamo costretti, quantomeno nell’immediatezza, a interventi tampone.

La legge del 2010 sulla detenzione domiciliare nell’ultimo anno di pena, fortemente voluta dal ministro Alfano, ha avuto effetti positivi, consentendo l’uscita dal carcere a circa 3.000 persone, nessuna delle quali è poi evasa dalla propria abitazione. È una legge temporanea, la cui vita è limitata al dicembre 2013, data di ultimazione del piano carceri e, in considerazione della positiva sperimentazione, potrebbe essere oggetto di un ulteriore approfondimento finalizzato alla sua eventuale estensione. Così come ulteriori approfondimenti meritano, con riguardo ai reati di minore gravità, l’attuale sistema della custodia cautelare e la stessa disciplina dell’arresto facoltativo in flagranza. Approfondimenti che tengano presente il concetto della restrizione in carcere come extrema ratio. Ma sono interventi tampone, non risolutivi o definitivi.

Con ciò voglio dire che si deve aprire una stagione di sereno confronto tra le varie forze politiche, che abbia presente la necessità di definire un progetto globale di giustizia, che porti la dovuta attenzione al sistema delle garanzie dei cittadini e che immagini il carcere come luogo di recupero, come luogo di cui interessarsi e non come luogo da esorcizzare, mettendo la testa sotto la sabbia come è d’uso per lo struzzo.

In altri termini un progetto e un sistema che considerino l’edilizia carceraria solo come uno strumento logistico da modulare secondo l’obiettivo perseguito e non come la soluzione del problema, che abbiano ben chiari i valori della Costituzione e che abbiano la dovuta considerazione per i detenuti, non dimenticando mai che essi, indipendentemente dai loro misfatti, sono uomini e devono essere trattati come uomini. E come uomini possono essere assaliti dalla fragilità ed arrivare all’ultima scelta. Questo sarà il vademecum, nel settore, della mia azione di Ministro; sono certo che sarà anche il vostro.

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle comunicazioni del Ministro della giustizia. È iscritta a parlare la senatrice Bonino. Ne ha facoltà.

BONINO (PR). Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli senatori presenti, che con la vostra
presenza volete onorare l’importanza di questo dibattito e delle riflessioni a cui tutti siamo chiamati.
Desidero anzitutto esprimere un ringraziamento al Presidente perché nell’ordine del giorno ha voluto sottolineare il fatto che il dibattito odierno è stato voluto, suggerito e promosso dall’iniziativa di 141 senatori di quasi tutti gli schieramenti politici che, a norma dell’articolo 62 della Costituzione, ha portato a questa seduta.

Signor Ministro, mi corre subito l’obbligo di svolgere due osservazioni prima di entrare nel merito. Innanzi tutto, come lei ha sottolineato, i dati testé indicati meritano riflessione ed analisi, perché non sono solo numeri, ma sono cifre a partire dalle quali possono scaturire diverse ipotesi di soluzione.
Signor Ministro, lei ha descritto una situazione attraverso alcuni dati (io potrei aggiungere anche altre cifre significative, ma lo faranno sicuramente altri colleghi): ad esempio, ha messo in rilievo che solo quest’anno nelle carceri vi sono stati 47 suicidi, anzi lei ha parlato di 50 suicidi (evidentemente i miei dati sono fermi a qualche settimana fa), e che gli atti di violenza su 10.000 detenuti raggiungono ormai una percentuale superiore al 10 per cento rispetto al 2 per cento degli Stati Uniti o di altri Paesi europei.

Noi radicali riteniamo che la situazione drammatica delle carceri rappresenti l’epifenomeno più macroscopico e più evidente di un malfunzionamento dell’impianto e dell’amministrazione della giustizia, su cui lei non si è voluto soffermare. Cercherò dunque di supplire io. Di fatto, ad esempio, la situazione della scelta del carcere (lei ha posto il problema della custodia cautelare e del suo eccessivo utilizzo), costituisce un epifenomeno macroscopico di un sistema della giustizia che non funziona.

Salto il profilo dell’eccessiva durata dei procedimenti civili e penali, l’Italia ha riportato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo 1.095 condanne rispetto alle 278 della Francia, alle 54 della Germania e alle 11 della Spagna. Possiamo aggiungere altri dati come quelli relativi alla cosiddetta legge Pinto e così via. Alla fine, però, quello che interessa i cittadini è la sicurezza, la quale si basa su un sistema efficiente e giusto. Noi, però, non siamo di fronte a questo tipo di sistema. Milioni di processi pendenti, che evidentemente coinvolgono le vittime, le famiglie, gli imputati e gli avvocati, fanno sì che milioni di italiani abbiano a che fare con quello che è un pilastro essenziale in qualunque ordinamento democratico di ogni società.

L’amministrazione della giustizia non è un settore come gli altri, ma è il pilastro su cui si fonda la credibilità istituzionale, lo Stato di diritto, il rapporto dei cittadini con la legge, e quindi i loro comportamenti. In questo coacervo della giustizia, ad esempio, rimangono ignoti gli autori dei furti nella misura del 97,4 per cento, e per quanto riguarda omicidi, rapine, estorsioni e sequestri di persona, la percentuale media degli autori che rimane impunita supera l’80 per cento. Non c’è da stupirsi se poi un cittadino abbia, rispetto all’interno apparato della giustizia, una qualche resistenza, per non dire diffidenza. Né accenno qui al problema ancora più gigantesco dell’amministrazione della giustizia civile, sul quale spero si eserciteranno e approfondiranno altri colleghi. Il punto reale è che la giustizia civile sostanzialmente nel nostro Paese non esiste più: perché non ci si fa più ricorso, perché è troppo lunga, troppo lenta, troppo cara, troppo dispendiosa, e perché alla fine non si viene a capo di nulla. Tanto è vero che noi abbiamo nel nostro Paese circa 180.000 prescrizioni all’anno. Onorevoli colleghi, 180.000 prescrizioni all’anno non rappresentano una vera e propria amnistia non regolamentata e di cui ne giova solo chi ha gli avvocati più bravi, gli avvocati migliori? Non è, se mai, un dato di censo cui stiamo assistendo drammaticamente nel nostro Paese?
Questo mi porta ad affrontare subito il problema non tanto dell’approfondimento che - mi auguro - verrà fatto da altri colleghi, ma il problema delle proposte su che cosa fare. Non mi voglio nascondere dietro un dito né edulcorare alcuna pillola. Affronterò subito la proposta che lei, signor Ministro, ha avanzato, per respingerla. Oggi siamo di fronte a un’amnistia annuale di 180.000 prescrizioni, ossia a un’amnistia che non è regolamentata, che non è stabilita per determinati reati e che attiene a chi può fare durare il processo più a lungo.

Lei, signor Ministro, ha ripetuto, e molti lo dicono in tutti gli schieramenti, che l’amnistia non è opportuna o che per l’amnistia non esistono le condizioni politiche. Noi riteniamo invece che, di fronte alla situazione di emergenza delle carceri che lei ha descritto e a cui ho accennato per quanto riguarda la malagiustizia, ma soprattutto di fronte alla situazione di emergenza della giustizia italiana che coinvolge milioni di famiglie, la concessione di una vasta amnistia sia necessaria, urgente ed improcrastinabile. Di più, noi radicali riteniamo che l’amnistia sia l’unica soluzione possibile. Mi spiego: amnistia certo per i reati commessi da cittadini sottoposti a procedimenti penali, da detenuti in attesa di giudizio (lei ci ha ricordato quanti sono), e da coloro che sono già sono stati condannati ed hanno scontato una parte della pena.

Onorevoli colleghi, signori del Governo, amnistia soprattutto per la nostra Repubblica, costretta da anni a violare i princìpi fondamentali della nostra legalità, le norme della nostra Costituzione, le nostre leggi, il rispetto dei diritti inviolabili della persona cui la vincolano i trattati internazionali, come dimostrano le sentenze. Insomma, noi viviamo in uno Stato fuori legge, nel senso tecnico della parola; in uno Stato in flagranza di reato, nel senso tecnico della parola. Ed è questa flagranza di reato che noi vi chiediamo di interrompere e per cui lottiamo.

Dunque, innanzitutto amnistia per la Repubblica, perché come può assicurare in maniera credibile la sicurezza dei cittadini e perseguire con efficacia ogni forma di criminalità una Repubblica che, nell’esercitare una funziona fondamentale, si pone essa stessa tecnicamente nella sistematica necessità di violare la legge? Lei, signor Ministro, ci ha detto e molti ci dicono che l’amnistia sarebbe solo una misura transitoria, destinata solo a svuotare le carceri per un breve periodo, e che è meglio la strada difficile, ma più efficace, delle depenalizzazioni di molti reati, la riforma delle norme sulla custodia cautelare.

Io ribalto la discussione e le dico che l’amnistia è la precondizione, la premessa necessaria di qualsiasi riforma. Se voi oggi decidete di rinunciare all’amnistia, alla fine non avremo, come sempre, né l”amnistia né le riforme.

Veda, c’è una tragica coazione a ripetere in questi argomenti ed in queste convinzioni. Ricordo che quando si discusse nel 2006, in un dibattito che coinvolse il Parlamento, la proposta di amnistia e di indulto proposti dal ministro Mastella, per mancanza di coraggio alla fine si ebbe solo l’indulto perché si disse che l’amnistia sarebbe arrivata dopo, al termine di un percorso riformatore che avrebbe avuto al centro l’emanazione del nuovo codice penale. Ricordo bene. E che ne è stato di quel codice penale, signori del Governo? Non lo trovate tra le riforme legislative della Repubblica. E per sapere quel che poteva essere e non è stato, bisogna andare in libreria e procurarsi il libro scritto a quattro mani da Nordio e da Pisapia, gli ultimi due presidenti nominati, uno dal Governo Berlusconi e l’altro dal Governo Prodi, della serie infinita di Commissioni incaricate di questa riforma, che non c’è, non è stata fatta e non è all’orizzonte.

E intanto il tessuto del nostro diritto penale è stato lacerato da una serie infinita di interventi legislativi che non hanno neppure più niente a che fare persino con quel codice, autoritario ma rigoroso, che pur ancora esiste. Insomma, una politica che si è rivelata inerte, incapace, che rincorre sempre nuovi reati e nuove pene, ricorre al carcere come unica soluzione, senza nemmeno chiedersi se le strutture amministrative o penitenziarie siano in grado di assorbire i nuovi provvedimenti.
Veda e vedete, onorevoli colleghi: la nostra richiesta, la nostra proposta di amnistia non nasce dal buonismo: nasce dall’intento di iniziare a governare un problema che scoppia e che è sotto agli occhi di tutti. Nasce dalla nostra concezione del diritto che deve essere al contempo rigoroso e giusto; deve essere fondato su garanzie valide per tutti e non sull’arbitrio o sul privilegio di casta o di classe.
amnistia: ne siamo convinti come premessa delle riforme perché se davvero riuscissimo per una volta a partire dall’amnistia, a concepire ed avviare una azione di Governo per riorganizzare in maniera efficace e produttivo il lavoro giudiziario e la macchina della giustizia, allora sarebbe credibile e possibile mobilitare il Parlamento e le Commissioni intorno ad un progetto di depenalizzazione, di decarcerizzazione, di limitazione della custodia cautelare, delle pene alternative al carcere.

Signor Ministro, signori colleghi, a nostro avviso, non è possibile il contrario, e per due ragioni: in primo luogo, perché senza l’amnistia, senza la volontà politica determinata ed un progetto politico di ampio respiro ogni proposta le si sbriciolerebbe tra le mani, come accaduto al ministro Alfano; provi ad immaginare cosa accadrebbe all’interno della sua stessa maggioranza, se dovesse mettere mano alla “Bossi-Fini” o alla “Bossi-Giovanardi”; in secondo luogo, perché, anche se per avventura lei riuscisse nel suo intento, gli effetti virtuosi e positivi dei suoi provvedimenti sarebbero fortemente limitati e forse in gran parte annullati dall’ingolfamento della macchina giudiziaria dovuta all’impossibilità di smaltire milioni di processi pendenti. Quindi, il senso della nostra proposta - e spero sia chiaro - non è solamente il senso della amnistia e dell’indulto, come dato di attenzione ai diritti umani e civili dei carcerati. È anche e soprattutto una proposta di inizio di governo di un fenomeno.

Infine, e per concludere, signor Presidente, spero che nella miseria della cronaca di questi giorni questo dibattito aiuti tutti noi a guardare forse un po’ più alto - non dico più lontano - e a renderci conto che, al di là dei miasmi insopportabili che escono un po’ ovunque e da tutte le parti, esiste per noi parlamentari finché saremo qui la responsabilità parlamentare di contribuire alla soluzione e al governo dei problemi che il nostro Paese ha di fronte. È nostra responsabilità dare anche il segno e il simbolo di un’assunzione di responsabilità probabilmente impopolare. Secondo me, è impopolare perché non ci è stato consentito di spiegarla a nessuno. I nostri dibattiti televisivi di approfondimento vertono sul nulla; sono dei cicalecci, un approfondimento sul nulla, sul sentito dire, sull’ultimo e insopportabile pettegolezzo o gossip. Abbiamo il problema di ricostruire insieme la credibilità del Paese.

Per tutte queste ragioni e per l’onore che voi avete fatto a questo dibattito iscrivendovi numerosi, mi chiedo, penso, suggerisco e sono convinta che serva un tempo ulteriore di riflessione e di dibattito aperto fuori e dentro questo palazzo che non si comprima affrettatamente oggi e che lasci aperta la possibilità di qualche riflessione ulteriore.

So, Presidente, che lei ha convocato una Conferenza dei Capigruppo per le ore 13 per l’organizzazione del dibattito. Ognuno si assume delle responsabilità. Mi permetto di avanzare la proposta a lei, signor Ministro, a voi, signori colleghi, che questo dibattito così importante cui sono dedicate oggi due sedute non si concluda stasera. Ci lasci il tempo della riflessione a tutti quanti: è successo in altre occasioni molto meno importanti e, pertanto, chiedo che si arrivi per lo meno alla settimana prossima per riflettere meglio su cosa vogliamo anche per gli agenti carcerari e per tutte le persone che intorno al carcere soffrono con i carcerati e vivono una vita quasi da carcerati. Mi permetto di chiedere a tutti, firmatari e non di questa convocazione, e a lei, signor Presidente, che si lasci a questo dibattito alto e nobile, rispetto a miserie che pure ci circondano e attanagliano, il tempo e lo spazio interiore per riuscire tutti quanti in qualche giorno a dare il meglio di noi, il meglio delle nostre istituzioni, il meglio di quello che il Senato deve e può dare al nostro Paese.

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Poretti. Ne ha facoltà.

PORETTI (PR). Signor Presidente, senatori e senatrici, Ministro, credo che la gravità degli argomenti trattati in questa seduta in base ad una richiesta avanzata da alcuni senatori, legata proprio alla gravità della situazione del nostro sistema penitenziario, a sua volta conseguente alla gravità della situazione del nostro sistema giudiziario, ci debba far prestare molta attenzione innanzitutto alla relazione svolta dal Ministro in cui sono state elencate cifre, dati, situazioni, che poi saranno nella nostra disponibilità è ci potranno consentire di verificare come e quanto ha influito la legge Cirielli sulle misure alternative e sulle difficoltà proprie del sistema penitenziario, che pare considerare la pena ed il carcere l’unica alternativa e destinazione.

Credo inoltre che la gravità di questa convocazione debba farci esaminare con calma quei numeri, quei dati e quelle cifre, tenuto conto che il Ministro in un certo senso si è interrotto nella fase che forse poteva essere più interessante. Quei numeri, quelle cifre, quella realtà, quella situazione di completa e assoluta illegalità in qualche modo va interrotta.

Il Ministro ha parlato di indulto, di amnistia, misure che in passato, almeno fino al 1992, sono servite per far respirare, per dare aria ad un sistema che non ne aveva e che oggi potrebbero essere viste come delle misure tampone, provvisorie, di cui discutere solo in questo senso. Cosa ci potrebbe essere però di più strutturale se non eliminare il sovraffollamento dei processi pendenti sui tavoli e nelle aule dei nostri tribunali? Cosa ci potrebbe essere di più strutturale che ridurre da circa 4 milioni ad un milione i casi pendenti? Quale altra misura potrebbe essere più dirompente per far ripartire la macchina di un sistema giudiziario che evidentemente è bloccato e produce i risultati illustrati dal Ministro, risultati di un’amnistia strisciante, con le prescrizioni che avvengono, di un sistema in cui sappiamo chi finisce in carcere. Siamo consapevoli dei reati che restano impuniti e conosciamo la radiografia delle persone detenute in carcere.

Lei ha parlato degli stranieri, ma cui sono anche gli italiani nelle carceri italiane, di cui la punta massima come discarica sociale del sistema penitenziario sono addirittura gli ospedali psichiatrici giudiziari, la discarica delle discariche, con le persone che nessuno vuole assolutamente fuori e rispetto a cui i magistrati confermano e danno le proroghe non per la pericolosità sociale, ma per la malattia di cui nessuno vuole farsi carico.

È la malattia che viene incarcerata. È il disagio psichiatrico di quella persona che viene messa dietro le sbarre, che sono sbarre fisiche oltre che chimiche degli psicofarmaci. È quella che viene contenuta e legata al letto perché non esiste più il reato, essendo talmente scomparso che non c’è neanche una condanna. La persona non viene riconosciuta capace di intendere e volere, né colpevole, ma viene prosciolta da quel capo di imputazione e legata e chiusa dietro una sbarra semplicemente per la sua malattia. Quel dato dell’ospedale psichiatrico giudiziario è semplicemente la punta dell’iceberg del sistema penitenziario.

Allora, di fronte alla gravità della convocazione di oggi, alla gravità dei dati che ci ha fornito e che continuiamo ad elencare nei vari interventi, vi è l’obbligo e il dovere - non c’è il diritto – delle istituzioni di intervenire per quanto riguarda il legislatore e il Governo. È qui che lei si è interrotto, auspicando un sereno confronto. Ma il sereno confronto parte anche dalle proposte, dalla responsabilità di ciascuno di noi di farle e metterle a disposizione del confronto stesso, che può essere anche non sereno, ma duro ed obbligatorio. In caso contrario, non possiamo fare altro che prendere atto che siamo in una situazione di completa illegalità. Se però si prende atto che l’illegalità viene certificata dal Presidente della Repubblica, dal Senato della Repubblica, dal Governo e dal Ministro della giustizia, ad un certo punto questa illegalità andrà interrotta, altrimenti è tutto illegale, come la stessa certificazione dell’illegalità. Se è possibile, Presidente, utilizzo un altro paio di minuti, essendo questo un dibattito nel quale ciascun senatore può intervenire senza avere il tempo contingentato.

PRESIDENTE. Quasi tutti hanno avuto a disposizione un paio di minuti in più.

PORETTI (PR). Ci troviamo oggi convocati in questa sede con una formula straordinaria in base alla Costituzione per più di un motivo. È la realtà del sistema penitenziario e di quello giudiziario, ma c’è stata anche una iniziativa non violenta di 90 giorni di sciopero della fame e di una settimana di sciopero della sete intrapresi nel mese di luglio da Marco Pannella, scioperi che si sono conclusi con l’iniziativa del Senato - non dell’Aula ma della sala Zuccari - nella quale sono intervenuti il Presidente della Repubblica, il Governo ed altre istituzioni. Di nuovo Marco Pannella è in sciopero della sete, che ha iniziato ieri, e da una settimana è in sciopero della fame. Credo sia utile leggervi tre punti in base ai quali Marco Pannella ritiene l’amnistia un atto dovuto, un atto obbligato, un atto che non è un tampone per bloccare qualcosa ma è l’avvio di una riforma strutturale. Egli dice: «L’amnistia non solamente interromperebbe la flagranza di un comportamento assolutamente criminale dello Stato partitocratico in concreto, contro lo Stato di diritto e la Repubblica democratica, contro centinaia e centinaia di migliaia - anzi di milioni - di persone.

In sintesi, contro i diritti umani, con responsabilità che dovrebbero essere giudicate e condannate dalla Corte penale internazionale (e a questo fine dobbiamo preparare urgentemente la relativa, documentarissima, urgentissima denuncia, individuando gli strumenti e le modalità tecniche atte a farli ricevere); non solamente costituirebbe il solo provvedimento atto ad avviare in modo irreversibile da subito il processo di riforma della giustizia, del regime partitocratico, sovraffollata e disastrata almeno quanto le sue immonde carceri, contro legalità internazionale, legalità e la giurisdizione europee, la stessa Costituzione, come il Presidente della Repubblica ha perentoriamente pubblicamente dichiarato, le leggi e i codici italiani; infine libererebbe il Paese, lo Stato e la società italiani dalla repellente, totalizzante atmosfera e realtà da cloaca ammorbante, letteralmente pestifera, carogna della Repubblica, dopo esser stata ridotta a metamorfosi vincente, erede del precedente ventennio partitocratico e non della sua liberazione dal nazifascismo, ma non da ogni altra illusoria, mortale utopia che ha reso tragico il secolo precedente, e già ipoteca del secolo che viviamo.

Signor Presidente, signor Ministro, credo che nella giornata di oggi non sia sufficiente denunciare il degrado e lo stato di illegalità del nostro sistema penitenziario. Credo vada interrotto. Noi abbiamo proposto la soluzione dell’amnistia. Una soluzione non tampone, non buonista perché i criminali sono già fuori. Non è quello il problema. La nostra proposta è quella dell’amnistia. Proponetenealtre. Proponete qualsiasi altra cosa, ma non limitiamoci oggi ad elencare il disastro del sistema penitenziario.

PRESIDENTE: È iscritto a parlare il senatore Perduca. Ne ha facoltà.

PERDUCA (PR). L’informazione che ci ha dato relativamente alle deliberazioni della Conferenzadei Capigruppo mi impone una riflessione in merito alla parte dell’odierno ordine del giorno scritta tra parentesi. Dopo aver evidenziato in neretto che si trattava di comunicazioni del Ministro della giustizia sul sistema carcerario e sui problemi della giustizia, la parentesi recita «come richiesta avanzata ai sensi dell’articolo 62, secondo comma, della Costituzione, dei senatori Bonino ed altri». Gli altri sono 146 e sarebbero stati 181 se fossimo riusciti ad ottenere anche la firma autografa di chi non era fisicamente presente 2 settimane fa in Senato. Colgo in ogni caso l’occasione per ringraziarli.
Che cosa dice l’articolo 62 della Costituzione? Dice che «ciascuna Camera può essere convocata in via straordinaria per iniziativa del suo Presidente o del Presidente della Repubblica o di un terzo dei suoi componenti», che era stato ampiamente superato. L’articolo 52 del nostro Regolamento dice che, quando il Senato è convocato ai sensi dell’articolo 62, deve essere specificatamente indicato l’argomento da apporre all’ordine del giorno.
Orbene, il documento sul quale abbiamo raccolto le sottoscrizioni - chiaramente l’orientamento
politico e anche la condivisione del documento variavano ma di così poco da averci comunque dato la possibilità di raccogliere 141 sottoscrizioni - diceva che i firmatari convocano in seduta straordinaria il Senato della Repubblica con all’ordine del giorno l’urgente discussione e votazione di un documento che fissi modi e tempi certi per l’esame di provvedimenti di amnistia, indulto, depenalizzazione e decarcerizzazione capaci di confermare, integrare, perfezionare e rafforzare i risultati certi del progetto di riforma strutturale e funzionale della giustizia, per il ripristino della legalità costituzionale e il rispetto delle convenzioni europee e internazionali di cui la Repubblica italiana è parte.

Siamo chiamati oggi - e fortunatamente anche la settimana prossima, avendo colto il suggerimento della presidente Bonino - a discutere dell’avvio di un rientro nella legalità costituzionale. Quanto è stato evidenziato da parte del Ministro stamani, dall’esordio alla conclusione, è l’anatomia di un vero e proprio delitto. Il Ministro ha omesso di dire, ma è emerso più volte nel dibattito, che per questo delitto, per questo comportamento delinquenziale della nostra Repubblica (non da ieri né dall’altro ieri, ma ormai da quasi tre decenni), la Corte europea dei diritti umani ha emesso oltre 1000 sentenze, affrontando tutte le criticità dell’amministrazione della giustizia italiana e non soffermandosi esclusivamente su ciò che attiene al pianeta carcerario.

Tuttavia, ciò che non è emerso in nessuno degli interventi - nemmeno dalle lunghe liste, retoricamente ben articolate, buon’ultima quella del senatore Fleres, che ha fatto la disamina di tutto ciò che non avrebbe voluto ricordare, dimenticandosi magari in questo non voler ricordare la penuria dei direttori delle carceri, che da cinque anni hanno il contratto bloccato e per i quali da quasi 10 non si fanno nuovi concorsi - è come affrontare questa situazione di delinquenza (ormai professionale e non più abituale visto il numero delle sentenze della Corte europea di Strasburgo) in cui noi giacciamo, con ciò riferendomi ai poteri dello Stato (legislativo, esecutivo e giudiziario), ma soprattutto alle vittime di questa sistematica e continuata violazione dei diritti umani.

Un altro dato che purtroppo non è emerso dall’informativa del Ministro è il numero oltre che dei suicidi - che comunque poi il Ministro ha fornito e di cui lo ringraziamo: ci ha aggiornato tristemente sul numero di persone che oggi hanno perso la vita nei nostri istituti penitenziari, 42, quasi cinque al mese e quindi più di uno a settimana - di coloro che hanno perso la vita a vario titolo e in vario modo all’interno delle nostre carceri, sia che si tratti di detenuti che di poliziotti penitenziari e che secondo uno studio realizzato dall’associazione «Ristretti Orizzonti» sono oltre 800.
Di fronte alla Corte penale internazionale dell’Aia ci sono casi minori che stanno portando finalmente a processo persone che si ritiene si siano macchiate di crimini contro l’umanità. Insiste quindi e si aggrava la sistematica violazione dei nostri diritti costituzionali, che si ampliano dall’amministrazione della giustizia, e quindi anche al pianeta carcere, a ben altro. Sono cinque mesi che a fasi alterne e molto rallentate Camera e Senato mantengono la Consulta senza un giudice e il Consiglio superiore della magistratura senza un membro. Anche questa è una violazione della nostra Costituzione.

Contrariamente a chi pensa che i parlamentari non facciano nulla, quotidianamente siamo chiamati ad adottare leggi che molto spesso rimandano alla necessità di adozione di alcuni decreti ministeriali, che però non vengono adottati; ricordo, nel campo della giustizia, quello relativo alle detenute madri. Siamo chiamati spesso a votare su provvedimenti, buon ultimo la manovra finanziaria, senza poter affrontare nel dettaglio le questioni, ma con il ricorso sistematico alla fiducia, che non rappresenta un patto ma un ordine «prendere o lasciare» ciò che è contenuto nel decreto omnibus. Siamo ancora una volta in un contesto in cui si violano le prerogative dei legislatori e, conseguentemente, i diritti civili e politici degli italiani che hanno mandato in Parlamento, giocando a volte una sorta di terno al lotto perché le liste sono bloccate, i loro rappresentanti.
Di fronte a questa patente situazione di violazione costituzionale, dobbiamo iniziare a prendere in considerazione la depenalizzazione e la scarcerazione? Molto probabilmente sì, e non credo che manchino né da parte della maggioranza né dell’opposizione proposte che vadano in questo senso.
Anzi, salutiamo la creazione di un comitato di esperti da parte del Ministro stesso che proprio di questo dovrà discutere nelle prossime ore. Tuttavia la si potrà fare, come si dovrà fare, la riforma della giustizia - magari sarebbe stato meglio farla per legge ordinaria, piuttosto che per modifica costituzionale del nostro ordinamento giudiziario - ma occorre farla dopo che abbiamo preso una decisione di vera e propria amnistia.

Il senatore Li Gotti nel suo dotto e articolato intervento ha parlato dell’unghia sporca, senza però soffermarsi su ciò che quel dito che abbiamo voluto puntare contro una luna sempre più sporca e inquinata rappresentava con la raccolta delle firme. Magari non è un caso che nessuno dei Gruppi dell’Italia dei Valori o della Lega Nord abbia sottoscritto la richiesta di convocazione straordinaria.
Diceva che se l’indulto svuota le carceri, l’amnistia svuota i cassetti. Noi riteniamo che carceri e
cassetti (per cassetti intendiamo quelli dei nostri tribunali) debbano essere svuotati. Sicuramente è un provvedimento che, se raccontato nei termini in cui viene raccontato da chi ha votato per l’indulto ma poi è andato a fare autocritica a reti unificate (penso sempre all’onorevole Di Pietro), sicuramente risulta un provvedimento impopolare.

Se invece lo si potesse articolare in tutta la sua problematicità - mi riferisco a quel cahiers de doléances (che ricordava fin nel minimo dettaglio poco fa il senatore Fleres) di che cosa noi imponiamo a detenuti, polizia penitenziaria, direttori e familiari degli stessi -, molto probabilmente il consenso popolare aumenta. Occorre quindi passare speditamente, in prima battuta, entro la giornata di martedì, a modificare l’ordine del giorno. Quest’ultimo è il frutto di un’iniziativa parlamentare - pensate voi - di un Parlamento di nominati che ha trovato la dignità individuale di 144 senatori e di oltre 250 deputati di proporre al dibattito interno dell’organo legislativo misure che affrontino, con date e tempi certi, questioni relative all’amnistia, all’indulto, alla decarcerizzazione e alla depenalizzazione.

Da questo sussulto di dignità di parlamentari di maggioranza e opposizione (che paiono uniti, in una comunione di intenti degna di miglior causa, nella volontà di ridurre del 30 o anche del 50 per cento, magari togliendo i 144 senatori che hanno sottoscritto questo documento) di un Parlamento di nominati non può uscire un ulteriore rinvio alle calende greche o all’uso di condizionali che ha caratterizzato - purtroppo - la conclusione dell’intervento dell’onorevole Ministro. Occorre prendere il toro per le corna e lo si può fare esclusivamente con un provvedimento di amnistia.

Se poi tra gli amnistiati ci dovesse rientrare anche il Presidente del Consiglio, ben venga anche questo ampliamento. Anzi, per una volta che si può arrivare ad una conclusione che porti a casa i risultati che - invece - settimanalmente ci vengono proposti con delle leggi ad personam, è bene arrivare a fare tana libera tutti e quindi assumersi questa gravissima ma altrettanto necessaria e urgente decisione (verrebbe da dire obbligatoria, se dovessimo dare seguito ai vincoli internazionali che la Repubblica italiana ha), passando immediatamente all’amnistia: modificare l’ordine del giorno e avere martedì un dibattito che passi dalla disamina di questo delitto, di questo delinquente professionale che è la Repubblica italiana, alla proposta di soluzioni che, per l’appunto, partano dalla a e arrivino alla z e individuino, fin dalla a, l’amnistia come l’antidoto, il miglior cammino e la migliore preparazione per la necessaria riforma della giustizia.

Sono stati evocati gli aspetti che anche la maggioranza ha detto di mettere al centro della necessità della riforma della giustizia: separazione delle carriere e magari anche abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale, che non così erano articolate nel disegno di legge uscito dal Consiglio dei ministri. Vi è poi, sicuramente, la responsabilità civile dei magistrati. Tutti questi sono dibattiti che attengono all'accademia se noi politicamente prima non ci assumiamo la responsabilità dell’amnistia.
 

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