Direttore Valter Vecellio. 13 hours 38 min ago

Una nazione saccheggiata

Dopo la seconda guerra mondiale il nostro Paese si trovò a decidere tra i due sistemi economici dominanti: il liberalismo di stampo americano e il collettivismo di marchio sovietico. I due grandi schieramenti DC e PCI si accordarono, invece, per la c.d. “terza via”, cioè per lo “stato imprenditore” che avrebbe dovuto incoraggiare l’economia del Paese. Alla base dello stato imprenditore c’era l’IRI (Istituto di Ricostruzione Industriale), fondato nel 1933 per iniziativa dell’allora capo del Governo Benito Mussolini. L’IRI era un istituto creato al fine di evitare il rischio di crollo dell’economia il cui scopo era quello di salvare dal fallimento le nostre principali banche: Credito Italiano, Banca Commerciale e Banco di Roma. Nell’intenzione di Mussolini doveva essere un ente transitorio, ma come molte cose provvisorie nel nostro Paese, finì per diventare permanente: lo Stato assunse le partecipazioni delle banche in crisi finanziandole affinché non fallissero e tali partecipazioni furono poi trasferite all'IRI, che diventò così il maggior imprenditore italiano, proprietaria di oltre il 20% dell'intero capitale azionario nazionale. e di fatto il maggiore imprenditore italiano, il suo campo d’azione era vastissimo e comprendeva: acciaierie, autostrade, telecomunicazioni, settore finanziario settore alimentare, trasporti, con aziende come Ansaldo Ilva, Cantieri Riuniti dell'Adriatico, SIP, SME, Terni, Edison, ecc.

Altri enti importanti erano l’ENI (Ente Nazionale Idrocarburi), che gestiva le partecipazioni statali nell’industria petrolifera e nella petrolchimica, all’avanguardia nella ricerca, lo sfruttamento e il trasporto degli idrocarburi; l’EFIM (Ente Finanziamento Industria Meccanica) e l’EGAM (Ente Gestione Aziende Minerarie). Al fine di coordinare al meglio lo stato imprenditore, nel 1956 fu istituito il “ministero delle partecipazioni statali”, che si basava sull’idea dell’azienda pubblica come motore di sviluppo economico e strumento di politiche sociali ed occupazionali.

Negli anni ’80 i grandi potentati mondiali decisero che era arrivato il momento di mandare in soffitta la “terza via” italiana. Lo stato imprenditore doveva essere bandito dall’economia lasciando ai “privati” la competizione sui mercati. Ho messo “privati” tra virgolette perché nel prosieguo capiremo meglio di che privati si tratta. Per dare forma a questo piano c’era bisogno di personaggi che si prestassero a quest’opera di demolizione. I primi personaggi che avvallarono questa “privatizzazione” furono Romano Prodi e Carlo De Benedetti. Il primo venne nominato presidente dell’IRI nel 1982, il secondo invece, era (ed è tuttora) il proprietario del gruppo Repubblica/Espresso. En passant, faccio notare che Prodi era anche dirigente della società di consulenze Nomisma, alla quale guarda caso darà incarichi miliardari per portare avanti le privazioni (sic! privatizzazioni) dell’IRI.

La prima cosa che fece fu vendere l’Alfa Romeo alla FIAT. Era una cosa logica e tutti si inchinarono compiaciuti: non aveva senso che lo Stato producesse automobili. Solo che la vendita avvenne a rate per 1.000 miliardi di lire (là dove Ford offriva invece il doppio e in contanti!). Nessuno, allora, si chiese come mai e in base a quale criterio la Nomisma avesse deciso per Fiat. Probabilmente ci sarà stata la solita baggianata di lasciare un marchio prestigioso in mani italiane … un po’ come anni dopo avverrà per gli aiuti alla compagnia di bandiera Alitalia. Un obbrobrio che vide solo i radicali battersi contro tali aiuti di stato.

Nel 1985 Bettino Craxi decise che era giunto il momento di privatizzare la SME che era il comparto agro-alimentare dell’IRI e che presentava da tempo bilanci in deficit e solo nel 1984 raggiunse un bilancio in attivo. Quindi fu incaricato per tale operazione il consiglio di amministrazione dell’IRI. Anche in questo caso, Prodi si accordò con la Buitoni (presieduta da Carlo De Benedetti) svendendo quasi due terzi della SME per soli 393 miliardi nonostante il valore di mercato fosse 8 volte superiore. Anche in questo caso si ripeté lo stesso copione: Prodi non prende in considerazione le offerte maggiori degli altri acquirenti. Probabilmente Craxi su suggerimento del ministro delle partecipazioni statali Clelio Darida, fiutò che qualcosa non andava e non diede l’autorizzazione alla svendita lasciando la SME ancora nell’ambito pubblico, cosicché la combriccola Prodi-De Benedetti, dovette far buon viso a cattivo gioco e non se ne fece più nulla, causa a quanto pare di una offerta anonima superiore del 10% rispetto a quella di De Benedetti.

De Benedetti si sentì discriminato e volle far valere l’accordo firmato con Prodi come se fosse stato un vero e proprio contratto portando l'IRI in tribunale. La sentenza di primo grado, diede torto alla Buitoni e fece erompere alle cronache il celebre Processo SME, che vide imputati Silvio Berlusconi e altri per corruzione di giudici. Berlusconi fu definitivamente assolto dall'accusa di corruzione in atti giudiziari per i 434 mila dollari che da un conto Fininvest finirono al giudice Renato Squillante attraverso Cesare Previti. Per questo capo d'accusa l'assoluzione per non aver commesso il fatto era già arrivata in appello, mentre in primo grado era stato prosciolto per prescrizione grazie alla concessione delle attenuanti generiche. La sentenza di primo grado venne poi confermata sia in appello sia in cassazione. Nel 1988 un nuovo intervento del CIPI (Comitato interministeriale per la Politica Industriale) tornò invece a considerare “strategico” il mantenimento del gruppo. Finalmente la SME fu poi venduta tra il 1993 e il 1996, in piena stagione di “mani pulite”.

Rivedendo questo “film” con gli occhi della storia, viene il sospetto che tutta la stagione di “mani pulite” sia stata organizzata ad hoc per permettere di spartirsi una torta di 50 miliardi di euro. Sia la DC sia il Partito Socialista erano impregnati di statalismo e dunque inseriti nella concezione delle partecipazioni statali, perciò non avevano scrupoli ad offrire prebende ed elargizioni di Stato per comprare il consenso dei cittadini. Questa mentalità non andava bene al neocapitalismo emergente ed ecco che puntuale arriva l’evento che fa saltare il banco: l’arresto di Mario Chiesa il 17 febbraio del 1992. Questo episodio dà l’abbrivio alla stagione di mani pulite, da lì a poco crolleranno DC e PSI, e inizierà la lunga manovra delle privatizzazioni con l’aiuto dei “governi tecnici” (capitanati da pirati predoni come Ciampi, Dini, Amato, Draghi, Andreatta …).

Il 2 giugno 1992, a poco più di tre mesi dall’arresto di Mario Chiesa, sul panfilo “Britannia” della Regina Elisabetta, ci fu un incontro riservato per discutere delle “privatizzazioni” tra top manager italiani e britannici. Erano presenti i presidenti di ENI, INA, AGIP, SNAM, ALENIA e Banco Ambrosiano, l’ex ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e al direttore generale del Tesoro “Mario Draghi”. Come abbiamo visto, l’Italia del ’92 non era ancora pronta a privatizzare alcunché, tanto, che l’allora consigliere di Confindustria Mario Baldassarri sentenziò: ”Per privatizzare servono 4 condizioni: una forte volontà politica; un contesto sociale favorevole; un quadro legislativo chiaro; un ufficio centrale del governo che coordini tutto il processo di privatizzazioni. Da noi oggi non se ne verifica nemmeno una”. Tuttavia a dispetto del pensiero di Baldassarri, molti dei nostri manager pubblici, incluso Draghi, erano già proiettati verso il nuovo indirizzo economico, e la loro volontà veniva incontro agli interessi degli “amici” britannici, che avevano fretta per spartirsi una bella torta dal valore di circa 100 mila miliardi di lire, cioè 50 miliardi di euro.

Mani pulite fu dunque la stagione che creò le condizioni per distruggere l’economia con privatizzazioni insensate e a bassissimo costo e soprattutto permise in pochissimo tempo di creare quelle 4 condizioni enunciate da Baldassarri: la volontà politica che a causa Tangentopoli fece arrivare i tecnocrati Ciampi, Dini & Co. Il contesto sociale favorevole grazie all’indignazione contro la classe politica “corrotta”. Il quadro legislativo che cominciò ad essere chiaro dal 1993, con l’ accordo Andreatta/Van Miert (che regolava la ricapitalizzazione del settore siderurgico a patto che lo si privatizzasse) e con il “decreto Amato” che trasformarono l’IRI, l’ENI, l’ENEL e l’INA in società per azioni. E infine la creazione di un ufficio centrale di governo che coordinasse le privatizzazioni: fu istituito il “Comitato Permanente di Consulenza Globale e Garanzia per le Privatizzazioni”, presieduto dal tecnocrate Draghi, fu l’ufficio che coordinò le privatizzazioni.

Nel 1994 ci furono le prime elezioni post Tangentopoli, e al governo ci andò il centrodestra guidato dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. In questo governo c’era Alleanza Nazionale che aveva posizioni fortemente contrarie alle privatizzazioni. Non c’è da sorprendersi se questo governo durò pochi mesi. Bisognava finire il lavoro appena iniziato, perciò ci fu un nuovo governo dove alla presidenza del consiglio venne messo Dini, un “tecnico” favorevole allo spezzatino delle nostre industrie. Dini subito iniziò la prima fase di privatizzazione dell’ENI dismettendo circa il 15% dell’intero pacchetto azionario. Nel 1996, a vincere le elezioni è il centrosinistra guidato da Romano Prodi, che cedette un altro 16% delle quote ENI ed inoltre privatizzò la Dalmine e la Italimpianti appartenenti al gruppo IRI. Nel 1997 Prodi ritorna a “trattare” col suo vecchio amico l’Ingegner Carlo De Benedetti al quale cedette in “regalo” Infostrada (la rete telefonica delle Ferrovie dello Stato) per 750 miliardi di lire da pagare in comode rate. De Benedetti la vendette subito per 14 mila miliardi di lire ai tedeschi di Mannesman”. Sempre quell’anno Prodi mise sul mercato “Telecom”, con le azioni che furono vendute ad un prezzo ancora di regalo dato che appena un anno dopo le stesse azioni varranno sul mercato 5 volte di più.

Dopo la caduta del governo Prodi nell’ottobre 1998, entra in scena un altro post-comunista convertito alla causa liberista delle privatizzazioni: Massimo D’Alema. D’Alema diventa presidente del consiglio e immediatamente privatizza la BNL, con la consulenza della banca d’affari americana JP Morgan. Nel 1999, dopo il “decreto Bersani” che liberalizzava il settore dell’energia, venne privatizzata l’ENEL e sempre quell’anno venne ceduta la società Autostrade alla famiglia Benetton. Siamo arrivati ormai alle ultime fasi di privatizzazione riguardante quel poco che era rimasto dell’ENI. Infine, per ultimo fu regalato il gruppo Sasa (assicurazioni) alla SAI di Ligresti, la cui incapacità di gestione varie volte denunciata ha fatto collezionare al gruppo una quantità sorprendente di multe da parte dell’Isvap.

Sasa Vita in quel momento era leader di una innovazione di mercato dato che aveva introdotto per la prima volta in Italia l’assicurazione Long Term Care; ma al golem mangiasoldi SAI non interessavano nulla gli aspetti assicurativi e mandò tutto a ramengo. Come pescecani che fiutano il sangue, avevano intuito che la Cofiri (la finanziaria dell’IRI, azionista di riferimento di Sasa) aveva una furia maledetta di chiudere con le dismissioni, e come si sa, la furia è cattiva consigliera. Cofiri si fece abbindolare dall’indignazione farlocca dei consumati furbetti che avevano trovato alcune riserve sinistri leggermente sottostimate. La Cofiri non capiva niente di assicurazioni e finì per rimetterci una barca di quattrini a copertura di quelle riserve, a patto di fare in fretta e furia. Tutta quella iniezione di liquidità non servì a nulla se non a rimpinzare gli affamati azionisti di quella che possiamo definire una delle peggiori compagnie del nostro Paese. Infatti attraverso il gioco delle riserve riuscirono a costituirsi un tesoretto che poi fecero emergere sotto forma di utili da dare in pasto ai famelici azionisti.

E’ notizia di questi giorni che il rating di FonSai e Milano Assicurazioni, sono stati rivisti a negativo (BBB-) da parte di Standard&Poor’s. Certamente non occorreva aspettare la S&P, bastava semplicemente seguire il becero atteggiamento villano e incivile di alcuni loro dirigenti incapaci. Con la vendita del gruppo Sasa la fase delle privatizzazioni si chiuse con la dismissione e la liquidazione dell’IRI. Così, in meno di 10 anni, l’intero sistema economico del nostro Paese venne distrutto e grazie al massacro di queste svendite l’Italia si è giocata il 36% del suo PIL.

Che dire? Certo non ero presente alla svendita de nostri colossi Enel, Eni, BNL, SME, ecc. Però ho assistito personalmente alla liquidazione in ribasso del gruppo Sasa, ed è stato deprimente. Una fretta ingiustificata per buttare la compagnia nelle braccia del peggior compratore. Mah! Qualche giorno fa 11 ex dirigenti della Pirelli sono stati rinviati a giudizio con le accuse di omicidio colposo aggravato e lesioni colpose gravi in relazione a 24 casi di operai morti di mesotelioma o che si sono ammalati di forme tumorali per l'esposizione all'amianto. Lo stesso numero di morti, 24, furono quelli del disastro aereo dell’ATR del 12 novembre del 1999, nel Kosovo. L’aereo s’innalzò in volo senza copertura assicurativa. La compagnia di assicurazioni era la Sasa che in quel momento stava convogliando a nozze con SAI. Da notare che qualche mese prima aveva cacciato a malo modo il suo a.d. paracadutando uno pseudo-tecnocrate che doveva svenderla. Un brutto inizio per la c.d. nuova gestione: Sasa aveva l’obbligo di informare l’Enac, ché, se l’avesse fatto, l’Ente per l’aviazione civile non avrebbe mai lasciato che l’aereo decollasse, e così si sarebbero salvate 24 vite umane. Il paracadutato per evitare lo scandalo, diede l’ordine di pagare tutti i famigliari delle vittime nonché il valore dell’aeromobile. Certo, così facendo qualcuno doveva rimanere fregato ma siccome si era nel momento della vendita si decise per la via più facile: buggerare i riassicuratori internazionali. Pessima e sconsolante immagine del nostro Paese. Ci vorrebbe anche qui un giudice per le indagini preliminari come quello che ha appena rinviato a giudizio gli ex dirigenti della Pirelli.

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