Direttore Valter Vecellio. 16 ore 56 min fa
Francesco Pullia

Due facce di una stessa lotta di liberazione. A proposito di un libro di Marco Maurizi

28-12-2011

Siamo tanto storditi da retaggi politico-culturali accumulati e sedimentati nel corso della storia da accettare come scontata la violenza e la sopraffazione da parte della specie umana nei confronti delle altre specie che popolano il pianeta.
Per secoli questa condizione è stata codificata e assecondata da sistemi filosofici e religiosi che hanno giustificato una presunta quanto insussistente supremazia dell’uomo rispetto agli altri esseri senzienti. L’uomo si è arrogato la prerogativa di disporre a proprio uso e consumo degli altri viventi, umiliandone l’esistenza, annullandone l’essenza, colpevolizzandone la differenza, rendendoli vittime di uno sterminio di cui solo da un quarantennio si sta assumendo consapevolezza.

Nato a Terni il 4 novembre 1956, è radicale da quando aveva quattordici anni. Vegetariano, animalista, appassionato gattofilo, è militante nonviolento, capitiniano.

A partire dagli anni settanta del Novecento è stato messo a nudo il legame tra antropocentrismo, nelle sue varie articolazioni e diramazioni, e olocausto animale, consentendo il delinearsi di quella corrente di pensiero, i cui prodromi possono senz’altro ravvisarsi in Nietzsche, che ha preso il nome di antispecismo per contrapporsi allo specismo, pregiudiziale ideologica secondo cui una specie (l’umana, appunto) presume di essere superiore alle altre e, di conseguenza, si conferisce l’attribuzione di diritti.

Da Peter Singer e Tom Regan in avanti il discorso antispecista ha finito per assumere maggiore spessore e consistenza arricchendosi di apporti e riflessioni provenienti da svariati ambiti disciplinari come, ad esempio, la neurobiologia, la filosofia, il diritto, la sociopsicologia.

Un contributo decisamente interessante giunge, a questo proposito, da Marco Maurizi che in “Al di là della natura. Gli animali, il capitale e la libertà” (pp. 237, Novalogos, 2011, € 22,00) si prefigge di ricondurre l’antispecismo ad un’ottica marxista, pur senza ignorare le aporie e le incomprensioni di matrice dichiaratamente antropocentrica che caratterizzano la visione di Marx e di Engels.

Secondo Maurizi, se si considera attentamente il percorso della storia, ci si rende conto che in realtà l’uomo non ha sempre avuto la pretesa di assolutizzarsi e di ergersi come dominante sulle altre specie. L’atteggiamento prevaricatore si è manifestato in tutta la sua negatività non appena si è cominciato ad intendere la natura in termini di sfruttamento, di estraneità, e la società si è via via strutturata in classi reificando e schiavizzando l’uomo stesso, rendendolo da un lato strumento di produzione e dall’altro artefice, per scopi produttivi, di barbarie.

In altri termini, è impossibile non accorgersi che liberazione animale e liberazione umana sono due aspetti della stessa medaglia. Il punto di svolta sta, allora, in un radicale sovvertimento, in una destrutturazione dell’ingranaggio mirabilmente descritto da Horkheimer nella metafora di un grattacielo abitato nei piani più alti dai «grandi magnati dei trust dei diversi gruppi di potere capitalistici», in quelli più bassi da poveri, vecchi, malati e negli strati meno visibili, inferiori a quelli dei diseredati della Terra, dagli animali il cui urlo, il cui sangue, la cui sofferenza risultano indescrivibili, inimmaginabili. Questo edificio, che ha come cantina un mattatoio e per tetto una cattedrale, esprime molto bene la stratificazione classista da smantellare nella prospettiva di un concreto cambiamento. Occorre, dunque, rendersi conto che l’antispecismo non è altro che l’esito più avanzato e sicuramente più maturo della lotta di classe. Non si tratta, a questo punto, tanto (e soltanto) di nutrire buoni sentimenti o rispetto per gli altri esseri viventi quanto, come i filosofi francofortesi hanno insegnato, di decostruire la struttura del dominio di cui sono parte organica gli allevamenti intensivi (con le grandi catene alimentari), i laboratori dove si praticano la sedicente sperimentazione e la vivisezione (per il profitto delle multinazionali farmaceutiche), le pelliccerie.

Nel sistema attuale, come ha denunciato Adorno, gli animali non umani hanno lo stesso ruolo ricoperto dagli ebrei sotto il nazismo. Una società non può, quindi, dirsi veramente libera se in essa non si pone termine alle sofferenze inflitte agli altri animali. La specie umana e le altre non sono separate tra loro ma, al contrario, risultano accomunate dalla sottomissione al giogo di un sistema produttivo specializzato nell’incessante creazione e manipolazione di bisogni e consumi. Lottare per cambiare questo sistema equivale a porre fine all’estraniazione dell’uomo da se stesso, dagli altri esseri e dalla natura e, nello stesso tempo, a ripensare l’altro animale in una modalità nuova, come membro effettivo di una società allargata.
 

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