Direttore Valter Vecellio. 2 ore 54 min fa
Guido Biancardi

Una sollecitazione per i giuslavoristi

09-01-2012

Gennaio 2012: si rinunzia ad un nuovo possibile orizzonte di un mondo anche “al femminile”? Con la perdita di una prospettiva che era ricca di speranze. 

Per resistere alla tentazione di considerare una delusione ciò che devo rivendicare come “disillusione”. Non è con un gioco di parole che intendo ripararmi da quello che la scadenza di un ennesimo nuovo anno, inevitabilmente quanto a volte persino auspicabilmente, porta con sé. Ma è la rivendicazione di un modo di esporre se stessi il più possibile alla luce; non quella della ribalta dell’esibizione, ma quella della consapevolezza che si ritiene di aver conquistato nel tempo (si può spenderla come immagine e sinonimo della saggezza?). Si è delusi di un’idea, di una persona, di una condizione in cui si è sperato ma che si rivela nella sua essenza indegna della speranza accordatale, in stretta conseguenza, di solito di un preconcetto che, più o meno consapevolmente si è nutrito a lungo, ma non scoperto avente quel soggetto come suo oggetto. Mentre la disillusione pretende che si sia costruita e pretesa una dimensione, un valore, un’importanza che trascende quella valutazione positiva che giustifica l’attesa; si è delusi da un amore indegno, ma si è disillusi per troppo amore. E’ in merito alle mie attese del “mondo al femminile”, del completamento dell’umanità in me e negli altri in ogni altra sua dimensione che non sia frutto di un codice (culturale?, genetico?, emotivo?, istintivo?), unico esclusivo ed escludente, cosa impossibile a me solo, con ogni altro contributo insostituibile proprio perchè “di genere”. Traggo un forte sentimento di disillusione dal non aver potuto fruire e godere del diverso modo in cui si concepisce e si vuol vivere "altrimenti ma identicamente" la nostra comune umanità.

Disilluso, non deluso come sarebbe il caso di un riflesso misogino che un carissimo compagno mi addebita credo per il tono di arrogante degnazione che la “disfida dei generi”, come la tifoseria ti suggerisce compulsivamente di adottare per essere riconoscibile come della stessa fazione, e quindi credibile. Credo che il mio approccio al progetto esistenziale che considero il solo da perseguire al costo della propria esistenza, ovvero quello di spingere se stesso ai limiti di quel che saremmo potuti essere, sia piuttosto “femminista” ed in ogni sua accezione positiva e negativa: frutto di arroganti e sconfinate pretese, o di invidia, di ricerca di riparo dalla violenza dell’emarginazione spacciata per amore materno o filiale, o invasione di campi di potere per brama di conquista, di potere, da sancire con la disfatta e sostituzione (pulizia genetica?) del precedente occupante che l’ha potuta conquistare con la stessa violenza che resta come contagio, inevitabilmente, come retaggio di un’opera che riproduca solo all’inverso lo stesso codice contestato. Siamo, viene affermato dalle più varie parti, in un momento storico in cui un’epoca, quella della difesa dei privilegi e delle risorse comunque acquisite, a mezzo di confini invalicabili e ben muniti, in un equilibrio delicatissimo, chiamato nella sua versione sperimentata estrema “equilibrio del terrore”, sembra stia lasciando il campo,di fronte alla innovazione accelerata nelle tecnologie ed alla globalizzazione che le rende disponibili a tutti, ad un nuovo ciclo, aperto e bisognoso assieme di ogni possibile contributo. Quello in particolare, per brevità, riferibile alla parte di umanità chiamata un tempo “l’altra metà del cielo” e sinora trascurato se non contrastato e respinto sanzionando ogni sforzo.

Ma non ho visto più “mondo al femminile” forse per cecità culturalmente acquisita e, chissà, geneticamente consolidatasi come carattere di genere nella popolazione anche culturalmente dominante. Ho piuttosto assistito, ben più frequentemente, oltre alle pretese sia di “quote” (di calcolo e non certo in altezza) che dell’equivalente del privilegio ad accessi a posizioni di lavoro e responsabilità, ed a cariche istituzionali sancito per legge, poco di più di rappresentazioni parodistiche al femminile di altrettante (e -tali) parodie al maschile; basta citare la rappresentazione “ottimistica e fideistica dell'attivista” così chiaramente marchiata dal berlusconismo nostrano e provinciale, che vede donne trasformarsi, da supporter e tifose, in escort e dame di rappresentanza e compagnia, piuttosto che in cheer-leader, oppure la spietata accettazione, consapevole e complice, del proprio ruolo “subìto”(?) per opportunismo politico, che ha visto quasi di colpo la sostituzione nelle posizioni internazionalmente più scabrose di precedenti leader vetero-maschilisti (da culture patriarchico-pastorali) da uno sciame di baccanti più che di sacerdotesse, pronte al sacrificio di ogni figura maschile, anche la più cara, che osi chiedere anche solo di assistere al rito di neo-misteri dionisiaci dove l'ebbrezza è data dal potere; Elisabetta d’Inghilterra come archetipo da oltre mezzo secolo, e poi, con e dopo le Meir, Bandaranaike e le Gandhi, Hallbrooks, Rice, H.Clinton, Merkel, Lagarde... ed in Italia Camusso, Cancellieri, Fornero, Marcegaglia… e sono, temo, più che altro figure all'apparenza assolutamente detentrici di poteri delegati difficili da gestire perchè impopolari e dei mezzi per esercitarli derivati da una tradizione certamente maschilista, monofunzionale quale quella degli eterni, ma al singolare, operaio e padrone; rappresentate da donne le problematiche da affrontare sono le stesse dei predecessori, solo “attenuate” nella percezione del grado di impopolarità e nell’intensità della “violenza prescritta”. Per le nuove protagoniste della commedia della battaglia del lavoro la miglior “qualificazione” perseguibile resterebbe però, sempre, quella di una dignità, strappata con ogni possibile modo, ma definibile sempre come di virago. Cos’è un mondo al femminile, invece, se non quello che risponde a sentimenti, emozioni, atteggiamenti e ritrosie, priorità, sogni, progetti e fantasie di “diversa concezione”, femminile appunto, e tradizionalmente anche materna e matrigna. Con il ruolo muliebre anche quindi, di elemento portante, pur se declassato da alcune culture in accessorio, della struttura sociale di base universalmente e trasnazionalmente più diffusa e variegata, quella della famiglia.

Direzione di Radicali Italiani

La giusta rivendicazione del riconoscimento della molteplicità contemporanea, spesso insostenibile, di infiniti ruoli confluenti, per “delega coatta” della società, sulla donna, ha prodotto troppo poco in termini di creatività ed ambizione rispetto alla vastità di campo aperta da questa problematica, da cui dipende la continuità di interi sistemi sociali nel mondo. Gli “orari della città”, tema caro alle timide rivendicazione delle organizzazioni di rappresentanza femminile di alcuni decenni fa, teso non a modificare ma a rendere compatibile il carico polifunzionale di ruoli destinato alla donna, piuttosto che la rivendicazione di forme di supporto ed assistenza alla lavoratrice-madre o alla donna dedicata a servizi di solidarietà privata o pubblica, non hanno fatto che riposizionare le proprie rivendicazione nella basso della scala dell’agenda sociale piuttosto che estendere l’ambito delle rivendicazioni esistenziali, in veste di diritti umani acquisiti. Non solo i permessi vari di maternità – allattamento - cura della prole o di altri componenti della famiglia, ma la rivendicazione della contemporaneità necessaria della possibilità di affermare ogni possibili vocazione o di perseguire ambizioni corrispondenti davvero al mitico “tutto e subito”. Una flexsecurity orecchiata in sindacalese italico può bastare solo per dilazionare o, al massimo, a posporre, sine die forse però forse, una soluzione degna.

Credo di aver sin qui testimoniato che il mio approccio alla questione dell’ottimizzazione del mondo “al femminile” non è colorato di misoginia ma, semmai, da “ femminista maschile”; inteso non a testimoniare compassione e degnazione insieme, ma con l’ambizione di indispensabile egoismo, di trovare il modo di sviluppare anche l’altra indiscutibile parte di me.

Un tema “caldo” è quello della riforma delle regole del rapporto di lavoro. L’orario che, unico, può corrispondere ad adattare a tutti gli interessi e rivendicazioni di una “donna totale” (“anche“ o “non solo” lavoratrice) è quello che è in grado di adattarsi ad ogni individuale evoluzione delle attese, e delle ambizioni e prospettive esistenziali di ogni donna indipendentemente dalla cultura di provenienza che ne sia la matrice: quello che può essere definito “orario annuale”, perché definito nella dimensione del tempo di lavoro da prestare complessivamente in modo continuato, ma, soprattutto, anche, seppur in modo adattabile, nell’articolazione della sua prestazione ad ogni livello, mensile, settimanale e giornaliero che sia, attraverso una “ricontrattazione ciclica individuale“ (o, meglio consensualmente continua) relativa alla programmazione del solo orario di lavoro per periodi variabili (ogni tre mesi o per tutto un anno ad es., e sempre rinnovabile); questa formula è adattabile all’infinito corrispondendo alle esigenze sia dell’azienda/datore di lavoro così come a quelle, altrettanto varie e mutevoli della donna al lavoro. Nella pratica essa consente di ottimizzare “la stagionalità” sia del business che della vita privata del lavoratore rendendoli al massimo compatibili. All’elemento quantitativo della prestazione totale annua pattuita in un contratto di lavoro “a tempo indeterminato”, corrisponderebbe a fronte della variabilità della distribuzione dell’orario di prestazione, e come elemento non precarizzabile, uno stipendio costante corrispondente alla media matematica mensile delle ore prestate; sarebbe così eliminata anche buona parte delle rigidità, improduttive, del processo di produzione di beni e servizi; e, con essa, ogni differenza fra tempi (e costi) “ordinari e “straordinari”, tutti ricompresi nella categoria dell’ordinario, sia giornaliero (ed, in potenza, notturno) che settimanale o mensile (da un minimo di zero ore settimanali o mensili, ad esempio, sino ad un massimo di 48 ore settimanali come ordinarie). E sempre su base volontaria il più possibile comune, ma comunque contrattualmente programmata e definita , pur se variabile all’infinito. Tale formula è stata oggetto di una sperimentazione riuscita per un breve periodo in un’azienda della distribuzione organizzata ad alta valenza specialistica di servizio alla donna-madre. Essa sostituisce diritto alla prevaricazione ed all’arbitrio riducendo creativamente ma non innaturalmente contrasti e conflitti fra le parti del lavoro; offre opzioni di maggiori prospettive, “aperte” oltre i recinti della tradizione; è rispetto e promozione della libera volontà contro codici collettivi stereotipati, comunque rigidi. Sarebbe il veicolo “al femminile” ma non esclusivamente “per le donne” di conquista di ulteriori spazi di lavoro non solo ancillare e di welfare non penalizzante, rivendicabili fuori dal ricorso ad interventi legislativi di genere “promozionale”.

E’ un’apertura verso un protagonismo non strumentale, rivendicabile senza moralismi ma anche senza il complice ricorso a soluzioni e mezzi dequalificanti ed umilianti.

Uno stimolo in più per gli Ichino e le Bonino e per gli altri giovani giuslavoristi riformatori, molti dei quali militano in organizzazioni di matrice Radicale (come Radicali Italiani e “Pare e Dispare”). Adattare la dimensione amministrativa e previdenziale e fiscale di questa formula alle disposizioni in atto è alla loro facile portata.
 

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