Società senza Stato? Analisi rigorose, conclusioni deboli
“L’Italia: una società senza Stato ?” di Sabino Cassese è un saggio breve (100 pagine appena) e di piccolo formato. In occasione del 150.mo anniversario dell’Unità, questo pamphlet affronta un problema cruciale dell’Italia contemporanea: quello della debolezza dello Stato e del prevalere degli elementi di continuità, cioè conservatori, dopo i momenti anche più decisivi di cambiamento politico. Il libro è suddiviso in due parti: la prima considera le scelte e le riforme – o meglio: le mancate riforme - del quadriennio iniziale del nuovo Stato (1961-1965). La seconda parte invece analizza il costante prevalere delle spinte conservatrici nel corso della storia italiana, anche a dispetto delle cesure più brusche e profonde (crisi di fine ‘800, avvento del fascismo, resistenza e Repubblica, crisi dei partiti eccetera).
L’approccio dell’autore è quello tipico di uno storico del diritto. Egli muove da una celebre frase di Cavour: “Fare l’Italia, per costruirla poi”, lasciando intendere che questo sarebbe il vizio d’origine dello Stato italiano. Da un’iniziale preoccupazione tutta politica e militare del fondatore della Patria, derivano “i caratteri costanti” della storia istituzionale. Cavour è obbligato a rimandare la costruzione del nuovo Stato, la classe dirigente liberale successiva non si dimostra all’altezza. Il nuovo Stato unitario nasce inadeguato, semplice estensione degli ordinamenti del piccolo Regno di Sardegna, che non presentava certo gli stessi problemi.
Questa “complessione debole dello Stato” è oggetto della prefazione, ricca di citazioni. “Ci siamo dimostrati incapaci di assicurare in Sicilia finanche le condizioni fondamentalissime dell’ordine pubblico” (Giuseppe Prezzolini, 1911); “assenza iniziale dell’attrezzatura dello Stato moderno” (Augusto Monti, 1922); “in Italia non si riuscì ad affrontare i terribili doveri della fondazione dello Stato” (Piero Gobetti, 1924); “le grandi masse popolari restarono estranee all’Unità” (Antonio Gramsci). Francesco Nitti, Guido Dorso e Gaetano Salvemini parlano di mancata integrazione fra nord e sud, Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto e Luigi Einaudi di “una burocrazia che non si è resa indipendente dal potere parlamentare”. Insomma l’Italia non è stata davvero unificata, l’Italia non è uno Stato: questa la tesi ricorrente che Cassese sembra far propria. Particolarmente interessante la citazione di Arturo Carlo Jemolo, che nel 1954 “riprendeva il tema della crisi dello Stato, vedendone le cause nei partiti, nei mezzi di formazione dell’opinione pubblica e nei rapporti tra Stato e suoi dipendenti”.
Nella storia italiana gli “elementi costanti” prevalgono così sulle cesure e la continuità appare più significativa delle “giunture”. Queste ultime sono di volta in volta “trasformate, adattate, rallentate, indebolite” mentre nel lungo periodo si coagulano “elementi che sopravvivono, talora persino rafforzandosi”. Cassese ricorda il famoso ossimoro di Giovanni Giolitti, che aprì ai socialisti definendo le “radicali riforme” necessarie “opera di conservazione delle istituzioni”. Anche il fascismo viene dunque visto come “lo sbocco fatale di una malattia cronica che insidiava lo Stato sin dal suo sorgere”, per cui “vi fu continuità fra il vecchio e il nuovo regime”.
L’autore analizza le due costituzioni. Sia lo Statuto albertino che la Costituzione repubblicana “sono deboli e hanno giocato un ruolo secondario nella costituzione materiale del paese”. Nello Statuto il governo deve godere della doppia fiducia del Parlamento e del Re, nella Costituzione del solo Parlamento: ne risultano governi deboli in entrambi i casi.
Nell’Italia repubblicana la Costituzione rimane a lungo sulla carta e le prime legislature non tengono in conto le prescrizioni costituzionali. Leopoldo Elia sottolinea nel 1974 il “continuismo degasperiano” mentre Massimo Severo Giannini nel 1981 osserva la “lentissima fondazione dello Stato repubblicano... Dire che gli ideali politici della Costituzione sono ancora vivi è una beffa, o una truffa, a seconda di chi lo dice”.
Cassese indica espressamente, a titolo di esempio, il ritardo nell’attuazione dell’ordinamento regionale, realizzato solo nel 1970 - ma tralascia di segnalare che la stessa sorte tocca all’istituto del referendum popolare; cita diritto al lavoro, diritto allo studio, democrazia sindacale e “cogestione” come ideali costituenti che non hanno trovato attuazione; parla anche delle “modificazioni che si sono prodotte sotto la spinta popolare” citando in proposito il movimento socialista e sindacale, l’emigrazione, la resistenza, l’occupazione delle terre, la formazione dei grandi partiti di massa, fino alle reazioni popolari ai delitti di mafia; dimentica invece completamente il movimento per i diritti civili e il ruolo decisivo che esso svolse nel processo di secolarizzazione del paese.
In Italia, sostiene Cassese, divengono regola ordinaria la “legislazione derogatoria” e quel diffuso “illegalismo legale” di cui parlava Piero Calamandrei in riferimento al fascismo, complice una massa di norme, leggi e regolamenti enorme e quindi difficilmente ordinabile. In questo contesto prevalgono gli interessi particolari a discapito di quello generale, manca un’adeguata classe di funzionari pubblici (noblesse d’Etat) e lo Stato abdica spesso alle sue funzioni vitali.
Il professor Cassese conclude il suo pamphlet con una serie di domande “morali” che indeboliscono il valore scientifico del suo lavoro: quanto diversa sarebbe stata la storia italiana se le classi dirigenti fossero state all’altezza? Se Cavour fosse campato ottant’anni? Se l’Italia avesse avuto una costituzione efficiente, governi stabili, una legislazione senza deroghe, un’amministrazione meritocratica e imparziale, istituzioni capaci di costituire il “capitale sociale assente”?
Poiché notoriamente la storia non si fa con i “se”, a chi scrive sembra più utile chiedersi: come si può scrivere, nel 2012, in Italia, un libro sulla “società senza Stato” senza scrivere neppure una volta, neppure incidentalmente, la parola “partitocrazia”? Senza cioè nominare quel ceto politico oligarchico e di potere che occupa capillarmente sia la società che lo Stato, impedendo alla prima di esprimersi e al secondo di vivere secondo diritto? Ecco una buona domanda. Il saggio di Cassese è interessante e ben documentato, ma sfugge completamente alla questione politica oggi centrale per la comprensione e la soluzione del “caso Italia”.
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