Direttore Valter Vecellio. 17 ore 3 min fa
Guido Biancardi

Dibattito. Un piccolo spunto per un grande seminario

31-01-2012

Le abissali radici culturali che rendono impermeabili o scandalizzati molti italiani alle richieste di legalità e giustizia.

Sino a che non si sarà consolidato un senso comune che attribuisca uniformemente lo stesso significato ai termini di umanitario e dignitoso (che costituiscono i capisaldi delle condizione minime per poter concepire trattamenti adeguati alla persona umana) e prospetti come doverose le conseguenze relative alla loro adozione quali fondamenti costituzionali, ogni sollecitazione in tal senso, pur se corredata da argomenti incontestabili, sortirà degli effetti non corrispondenti e finanche opposti alle intenzioni di coloro che li avessero sentiti, persino, come “urgente necessità”. L'Italia è troppo divisa da canoni di valutazione di tali condizioni necessarie a sostenere una coabitazione civile ed una pace sociale all'altezza dei più volte richiamati, come conquiste imprescindibili ormai realizzate, diritti umani così come rivendicati come propri dall'intera umanità e sanciti nella Dichiarazione Universale, ma da aggiornare di nuove usucapioni, quali la democrazia.

In un mondo in cui permangono i residui del formidabile confronto ideologico che ha riempito di sé (e di morti) tutto il XX° secolo, sulle forme ed i canoni dell'equità e della giustizia sociali e sul rapporto fra individuo/ persona e collettività, come fra libertà e welfare, e fra verità ed opportunità politica, le parole della rivendicazione, soprattutto se nonviolenta di tali imprescindibili fattori, pena il degrado ed il regresso ad una fase precivile e violenta delle società, manterranno significati contrastanti e determineranno reazioni, istintive, anche profondamente diverse, o opposte, fra loro.

Direzione di Radicali Italiani

E' “giustizia” quella che condiziona e restringe ad una finalità socialmente riabilitativa per un delitto commesso, l' inflizione di una pena? Oppure la perdita del suo ancestrale carattere di vendetta da infliggere con pari intensità dell'offesa (della sua forma “retributiva”, cioè) impedirà che ogni struttura riabilitativa sia giudicata come manifestazione di denegata giustizia? Addirittura manifestamente discriminatoria sotto il profilo sociale alla luce di un confronto fra la condizione carceraria prospettata e realizzata (o quella di somministrazione delle altre pene) per i pochi” delinquenti” farà aggio sulla condizione normale d'esistenza garantita a quei molti che non si siano colpevolmente caricati di alcun debito verso la società. Che sono, invece, in un credito inesigibile nei confronti di essa; sino a che, appunto, sarà stata fatta giustizia anche sociale. Una giustizia che si può trasformare in equità per ricolorarsi in eguaglianza; e non limitata ai diritti, ma di condizione.

Chi è permeato di questa sensibilità, sarà scandalizzato per ogni dichiarata impossibilità di perseguire tale equalizzazione se non in forme sempre violente e, sotto il profilo democratico, tralignanti in atto di spoliazione violenta che possono giungere sino alla negazione del diritto alla vita di coloro che incarnano il mancato rispetto della eguaglianza totale; fino alla indistinguibilità dei vari soggetti, da unificare con delle divise e con ogni possibile altra standardizzazione pianificabile, sinchè un” diverso” da tutti gli altri, anche se solo in termini di accesso ai mezzi a propria disposizione. non possa nemmeno essere immaginato se non per “necessità” e conseguente volontà superiore della collettività da cui trae con le opportunità i doveri, comunque rappresentata da un Sinedrio o da un Fratello Maggiore. E' la denunzia, come scandalo assoluto, dell'esistenza del quartiere/discarica di Corococho, di padre Zanotelli come di Veltroni e di tutti i missionari della pace nel mondo ( ma quella, troppo spesso calata sulle vittime ed i carnefici, indistinti, degli eccidi).

Tutt'altra dimensione di giustizia è quella che trova le sue basi nella nonviolenza, anche in quella più mistica e di derivazione dalle Rivelazioni, come quella Tolstojana. Il suo nucleo, espresso dal “ non resistete al malvagio (e con il divieto di assumerne, con le funzioni, anche le forme, pur se esso si chiami Stato) è la radicale affermazione che contrapporre qualsiasi resistenza o ricorso a mezzi della stessa natura a chi, anche anche per ragioni insostenibili, sia orientato alla prevaricazione ed alla conquista, sarà inevitabilmente vissuta dal malvagio come violenza ingiusta a lui diretta, che si aggiungerà a quella già esistente ed operante, rendendone così impossibile la messa al bando dal mondo.

La Giustizia come legalità, che è un altro pilone che sorregge il pensiero e l'azione Radicali è altrettanto a rischio di completo fraintendimento in un mondo in cui l'ambiente giuridico è squilibrato in termini di parossismo proibizionista, persecutorio e propiziatorio insieme. Lo stesso concetto economico di sviluppo non ne può che rimanere intaccato, quando le pastoie in eccesso create anche legislativamente a bella posta per far sì che i pochi non rispettosi individuabili e raggiungibili siano messi in condizione di ripagare per tutti, anche per quelli anche che sfuggono ai costi sociali altissimi che l'illegalità distribuisce, pur se in proporzione inversa della condizione sociale, a tutti i ceti e livelli sociali. La superfetazione della proibizione genera il fastidio ed il timore della giustizia. La criminalità “da droga” artatamente ipervalorizzata e combattuta precipuamente a fini di controllo sociale, così come ogni altro impero del male costruito sul delitto sta prevalendo, quindi, quasi naturalmente a livello mondiale, venendo a costituire il “referente iconografico” più diffuso e consumato .E non per accidente storico,ma per diretta derivazione di politiche e valori profondamente errati. In una cultura liberale, l'imprenditore Shumpeteriano (e questo non è che un richiamo ai “fondamentali”) non ha altro compito precipuo che quello di “innovare (per la società) rischiando (i suoi beni)” e per questo esso è messo in grado di accumulare ricchezze e di assumere in tal modo l'identità del capitalista. Ma in una struttura proibizionista qual è il rischio marginale più incrementabile perchè esso si trasformi in più profitto addirittura giustificato e persino socialmente auspicato se non quello di sottrarsi alle leggi ed al conseguente rigore delle sanzioni? L'ingiustizia ed il crimine praticati sono infatti il massimo moltiplicatore di una funzione sociale pervertita che una democrazia pervertita mette a disposizione per poter accedere al contributo dei più forti, spregiudicati ed intraprendenti. E allora? Non è forse ben visibile come le ricchezze indichiarabili per provenienza ed occulte stiano assorbendo il massimo possibile del potenziale di ricchezza mondiale esistente progredendo a balzi sulle scale sociali per completare in una breve vita le metamorfosi da corsaro/pirata/bounty killer in rispettato sir o benestante borghese fondatore di dinastie immacolate. E' lo stesso principio che, in campo internazionale fa sì che il riconoscimento di uno Stato e del suo ceto dirigente si realizza partendo dalla capacità da esso dimostrata di avervi instaurato, e di potervi assicurare (non importa in quali modi), un governo stabile: la Cecenia valga come esempio per tutti.

Solo invertendo il principio di supremazia della forza illegittima e violenta attraverso la copertura e l'eliminazione di ogni risultato imbarazzante reso possibile della sua applicazione e sostituendolo con quello della nonviolenza e, quindi, della consapevolezza e della trasparente denunzia delle motivazioni reali che ne hanno determinato l'esercizio arbitrario, sarà possibile spegnere la brama di cui in parte siamo tutti portatori, sani o malati.

La nonviolenza applicata alla prevaricazione delle democrazie reali che rivendicano spudoratamente prerogative che sono negate loro dal mancato rispetto dei principi fondanti della loro democrazia solo strumentalmente reclamata, ci fornisce la risposta di cui abbisogniamo. Una risposta nonviolenta non solo in termini di forme adottate come esempio auspicatamente destabilizzante le posizioni del violento “dal di dentro” con l'evocazione delle sua parte migliore da lui negata, ma, forse anche dalla rinuncia ad apparire, non esistendo per scelta e non per necessità pur di non sconfessare le conquiste storiche, ed, assieme, per non turbare l'ipersensibilità da colpa dei prevaricatori, ed evitare di sgonfiare del loro contenuto le sacche di violenza che ancora non sono state squarciate.

Lorenzo Strick Lievers, in Comitato, ci ricordava di quando, pur in condizioni di assoluta esclusione istituzionale, la nostra forza d'influenzamento trasversale, come “non concorrenti”, sia stata massima. Oggi, con la novità del Governo Tecnico Irresponsabile Politicamente come unica via di salvezza dalla indilazionabile ormai clamorosa dimostrazione della conferma della verità (l'ho già definito come “la pistola fumante”) delle nostre denunzie della democrazia reale della partitocrazia, potremmo proporci, nelle elezioni come “altri”, e più adatti, tecnici; e non più politici, come allora.

Forse, allora, pur di non smentirci e bruttare la nostra storia in parodia, è tempo di morire politicamente, non per sottrarre al mondo l'ultima speranza (il Partito ha il suo segretario in un altro continente) ma par lasciare in solitudine e senza scatenante sensazione di costante minaccia di svelamento e condanna, coloro che sono, per nostra semplice responsabilità esistenziale, i malvagi.

E' un pensiero estremo ma non paradossale. Francesco, o un Lama illuminato, non potrebbe che riconoscervi la manifestazione dell'amore per tutti, soprattutto del nemico.

Così, coloro che, fra noi, volessero partecipare del collettivo per farne anche una passerella o un trampolino di lancio per il raggiungimento di posizioni di maggior prestigio e sicurezza personali nell'esercizio dell'onorabile e difficile professione del politico o dell'Amministratore, saranno liberati dal fardello dell'opzione della donazione incondizionata di sé a se stessi, in consapevolezza, letizia e diletto, come unico degno viatico per una vita.

 

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