(L)usi e (s)costumi
Indignazione e deprecazione muovono molte più persone di quante ne raccolga il partito Radicale. Quando il senatore Luigi Lusi, ancora nell'ombra, per se lontana, di un( “nostro?) Francesco Rutelli mostra la vera faccia della partitocrazia, anche se certo non l'unica ed esclusiva, o per i molti altri scandalosi misfatti delle infinite caste. Ma quanti “scostumati” si aggirano attorno a noi confusi ed indistinguibili da noi senza etichette o citazioni in giudizio! ”Siamo tutti assassini” era il titolo di un famoso vecchio film di André Cayatte ,ed ancora d'attualità.
Noi no. Siamo i soli, come ricorda Valter Vecellio con orgoglio, di cui non si rintracci negli annali anche una sola indagine per coinvolgimento in delitti contro il bene pubblico. Noi, no!
Ma quanto ci rassicura sul piano dell'apprezzamento, della vicinanza e simpatia culturale questa “distinzione”? Siamo certi che la nostra invisibilità politica e sociale, inversamente proporzionale all'impegno parlamentare ed alla prolificità di iniziative politico/istituzionali (solo Loris Fortuna l'ha sempre riconosciuto), senza paragoni anche indipendentemente dal numero degli attivisti/militanti “schierabili”, sia l'unica ragione della nostra eliminazione dalla percepibilità e dalla memoria stessa, se non interrotta “per intervalla insaniae” dei cittadini?
I costumi di un popolo sono come la matrice, che riaffiora e diventa visibile, di un rizoma, ovvero di un “organo di riserva” di alcune piante che in forma di una lunga unica, ininterrotta simil-radice che si può inabissare nella terra e rispuntare qua o là, inaspettatamente. Così è la pianta Radicale.
Ma tanto, troppo forse, è forte “la sorpresa” del suo apparire inaspettato e sconcertante al centro di ogni priorità politica, appena scoperta dai media o” venduta” come recente, pur se già da tempo oggetto di una sua puntuale denunzia/elaborazione/proposta Radicale, mai citata; e, se questa è auspicabile e necessaria perché se ne eviti una, perseguita, troppo agevole eradicazione definitiva, altrettanto risulta essere, o può essere vissuto come tale, il fastidio (per la sorpresa da “Jack in the box”) che ciò non può non procurare ad alcuni, ma, anche soprattutto, di riapparire come la testimonianza inconfutabile dell'effetto di una propria volontà di non vedere più o meno consapevole, posta in atto per sottrarsi alle conseguenze difficilmente sostenibili sul piano sia psicologico che di responsabilità morale (da “mores”, comportamenti) della propria pusillanimità e vigliaccheria.
Noi, “continuando ad esistere” siamo il testimone d'accusa che appunto perché nonviolento, non si atteggerebbe mai a tale solo per “distinguersi” e ricavarne il meschino corrispettivo politico di un “posticino al sole”.
Dobbiamo, allora “tradire noi stessi” ed essere come i due ladroni per non essere accusati di trascendere i limiti dell'umana debolezza? Farci ladri ed assassini per essere riconosciuti come “veri”? No, certo, anche perché tale riconoscimento già lo abbiamo e senza di esso sino ad ora e sin qui non saremmo durati.
Ma ogni atto d'immodesta superbia, ogni estensione frenetica delle nostre bandiere sempre più al di sopra delle teste degli astanti, in una gara di visibilità compulsiva per troppa astinenza deve essere concesso a noi stessi “se altro non è che la dovuta forma di evidenza della verità“ cui la nonviolenza ci obbliga e ci mette a disposizione.
Dunque, A.A.A. cercasi: politici e non politicanti; attivisti e non militonti; compagni e non consorti. Astenersi da ruote di pavone esibizionistiche o, simili di tacchino con i loro contorni di ali strisciate al suolo per intimidire il proprio concorrente nelle lotte di branco; e, per restare nella metafora, e nelle dimensioni del pollaio, anche mediatico/virtuale, da baruffe di pollastre e galletti.
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