Direttore Valter Vecellio. 17 ore 11 min fa
Roberto Spagnoli

Il problema è l’articolo 18?

08-02-2012

In Italia, ogni giorno, grazie al riciclaggio del denaro sporco, la criminalità organizzata produce 410 milioni di euro. Ovvero, 17 milioni di euro all'ora, cioè 285 mila euro al minuto, 4750 euro al secondo (in pratica tre o quattro volte quanto guadagna un operaio in un mese). 410 milioni di euro al giorno vuol dire 150 miliardi di euro l'anno: ovvero il 10% del pil (che è di circa 1500 miliardi), il doppio della media mondiale. Sono calcoli della Banca d'Italia. Per capire di cosa stiamo parlando si può prendere a paragone un colosso come l'Eni che fattura 120 miliardi l'anno ed è tra le prime imprese a livello mondiale.

L'industria del riciclaggio è, quindi, la più grande industria del Paese. Produce un fiume di denaro enorme che proviene dal racket, dall'usura, dalla contraffazione, dal gioco d'azzardo legale e illegale, dalla prostituzione, dai traffici di armi, rifiuti ed esseri umani. E dal traffico delle droghe: tante, di ogni tipo, disponibili in ogni città grande o piccola, nelle piazze, nei luoghi di lavoro, nei luoghi di ritrovo, ad ogni ora del giorno, ogni giorno dell'anno. Il volume del traffico delle droghe è secondo solo, di poco, a quello del petrolio e superiore a quello delle armi.

Il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, intervenendo all'apertura della conferenza nazionale sulle doghe e le tossicodipendenze a Trieste, sottolineò che la “straordinaria capacità di accumulare enormi ricchezze, inquinare e condizionare le istituzioni” da parte delle organizzazioni criminali, “finirà per distruggere l'economia e inquinare la politica” mettendo in pericolo la società e la democrazia. Era il marzo del 2009. Più recentemente, nel maggio 2011, il vicedirettore generale della Banca d'Italia, Anna Maria Tarantola, parlando al master sull'etica della pubblica amministrazione, ha detto che è in gioco “l'integrità del sistema finanziario”. Il perché è facile a capirsi: l'economia criminale inquina il tessuto produttivo creando posizioni dominanti basate su enormi disponibilità finanziarie occultate dalla provenienza illecita, ma pronte ad essere ripulite e immesse sul mercato aggirando le regole e uccidendo così la libera concorrenza. Grazie alla sua enorme potenza economica, resa disponibile dal riciclaggio, la criminalità organizzata siede al tavolo delle decisioni e fa sentire tutto il proprio peso. 

Che le mafie non siano solo quelle che ammazzano è cosa nota: le organizzazioni criminali sono imprese economico-finanziarie con diramazioni e partecipazioni in tutto il mondo. E che ci sia un livello in cui i proventi delle attività criminali si mescolano con l'economia legale non è più un mistero per nessuno, anche se molti sembrano non cogliere fino in fondo la gravità e la vastità del problema. C'è una “zona grigia” in cui gli enormi capitali dall'economia criminale vengono fatti transitare verso quella legale grazie a imprenditori, banchieri, uomini d'affari, studi legali, professionisti e consulenti che si occupano di cancellare la provenienza dei capitali e di cercare sempre nuove occasioni di investimento. Politici collusi, rappresentanti delle istituzioni corrotti, funzionari infedeli forniscono accessi e coperture. Questa zona grigia copre ormai tutto il Paese e ha consentito alle mafie di espandersi e radicarsi al di fuori delle tradizionali regioni di origine. E non da oggi: Bruno Caccia, sostituto procuratore a Torino, fu assassinato perché aveva ficcato il naso negli affari sporchi della 'Ndrangheta in Piemonte.

Era il 1983. Secondo la Commissione parlamentare antimafia, l'attività della criminalità organizzata nelle quattro regioni di origine determina un mancato sviluppo pari al 15-20% del pil delle stesse regioni. Il 53% dei referenti di Confindustria nel Mezzogiorno ritiene il proprio territorio insicuro e il 42% attribuisce questa insicurezza alla criminalità organizzata e alla diffusa illegalità. Un terzo delle imprese del meridione subisce influenze mafiose con un'incidenza che va dal 52% della Calabria al 18% della Puglia. Interessi e pratiche mafiose sono ormai stabilmente radicati anche nel ricco ed evoluto nord. Non stupisce, dunque, come scrive il presidente della Commissione antimafia Beppe Pisanu nella bozza della sua relazione, che “il territorio milanese, come tutte le aree produttive del Paese, sia obiettivo privilegiato di espansione e radicamento di strutture associative di tipo mafioso, che tendono sempre più ad infiltrare le attività produttive, economiche, imprenditoriali sane”. Le “grandi opere”, come l'Expo 2015 o la Tav, stanno facendo affluire una massa enorme di denaro pubblico: un piatto troppo succulento perché le mafie non vogliano mangiarselo tutto.

Contrariamente a quanto alcuni potrebbero pensare, questa situazione, questo vortice di denaro, non produce né sviluppo, né ricchezza, a parte l'arricchimento delle organizzazioni criminali. Gli investitori mafiosi sono interessati solo alla massimizzazione dei profitti, non certo alla qualità e all'innovazione. E' facile capire, quindi, quale ipoteca gravissima tutto ciò rappresenti per il futuro del nostro Paese. A tutto ciò si aggiungono la corruzione diffusa, l'intollerabile lentezza della giustizia civile, i ritardi dei pagamenti delle amministrazioni pubbliche, le difficoltà di accesso al credito d'impresa, l'evasione fiscale che sottrae enormi risorse alla collettività. Senza liberarsi di una tale mole di fardelli è pensabile che l'Italia possa superare l'attuale crisi in maniera strutturale e duratura, rimettere in moto l'economia, favorire l'imprenditorialità giovanile, la ricerca, l'innovazione, espandersi verso nuovi mercati e attirare investimenti dall'estero? A me pare sinceramente di no. Eppure sembra che il principale ostacolo alla ripresa e al rilancio del Paese sia l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Ma siamo sicuri che sia davvero questo il maggiore dei problemi?

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