È la memoria a costruire il futuro
La partitocrazia vigente vuole una legge elettorale a proprio uso e consumo. A danno dei cittadini, contro gli elettori. E’ possibile far convivere la democrazia liberale con un sistema partitocratico fondato sulle oligarchie, sulle burocrazie degli apparati e sulle segreterie di partito? Evidentemente no. Per questa ragione, Marco Pannella ripete speso che ci ritroviamo, in Italia come in Europa, a dover sopravvivere in un regime di “democrazia reale”.
Personalmente, l’ho scritto e ripetuto fino alla nausea: i partiti sono indispensabili in una democrazia liberale, ma qui da noi la partitocrazia ha sconfitto i partiti distruggendoli. Del resto, chi ha memoria della storia del nostro Paese sa anche che il partito o i partiti che controllano lo Stato non ne sono controllati. Non a caso, spesso in solitudine, lo ha ricordato anche Ernesto Galli Della Loggia con un articolo di fondo sul Corsera, tutta la lotta politica dei Radicali è stata caratterizzata dalla denuncia di un Regime antiliberale e antidemocratico. Perché di questo si tratta, oggi più di ieri. Sempre peggio. Il futuro dei partiti sta nella possibilità e nella responsabilità di ciascuno di noi di attivarsi per sconfiggere la partitocrazia dominante e trasversale.
E’ soltanto la memoria che può costruire il futuro. Come non rileggere, ad esempio, le parole di Mario Ferrara, quando scrisse “Un appello ai dispersi” sul periodico “Il Mondo” del 30 aprile 1949. Un appello di grande attualità in cui, con spirito liberale, Ferrara tentò di lanciare un “movimento d’opinione diretto nel senso di una riforma sociale e morale, di un riordinamento costituzionale veramente democratico e liberale, di una politica economica conforme all’interesse collettivo, di una politica estera di Unione Europea e di sicurezza nella Unione”. Oppure potrebbe essere sufficiente rileggere Ernesto Rossi quando affermò, nell’articolo intitolato “Le serve padrone”, sempre su “Il Mondo”, il 25 giugno 1950: “La libertà non si difende nascondendo pudicamente i malanni dell’ordinamento democratico in atto, ma sottoponendo tali malanni a un attento esame, per vedere se ed in quanto sia possibile curarli”. Per poi colpire nel segno con le seguenti testuali parole: “Il Potere corrompe anche i migliori… Per salvare le libertà individuali occorre cercare nuovi limiti, nuovi vincoli, nuovi contrappesi che impediscano ai governanti di abusare del loro potere: i vecchi non ci soddisfano più perché costano troppo e trasformano la democrazia in plutocrazia”. Insomma, Ernesto Rossi denunciava “la estrema difficoltà di una circolazione delle élites e di una vita effettivamente democratica all’interno dei partiti”. Ma non basta, Ernesto Rossi cercava il modo per poter dare ai “deputati il lusso di pensare con la propria testa, invece di essere costretti alla disciplina dei partiti a ragionare con la testa degli altri ed a votare secondo gli ordini di scuderia”. E con lui, insieme a pochi altri, vi era tutto il lavoro politico svolto da un liberale come Panfilo Gentile, che arrivò a dire: “Il problema più importante sembra essere quello di restituire una voce alle élites tagliate fuori dal giuoco democratico… Si tratta solo di fare posto al merito”. Come pure Giuseppe Maranini che, nelle “Speranze deluse”, scritto per La Nazione del 23 febbraio 1955, dichiarò: “Solo quando gli elettori del ristretto collegio uninominale potranno di nuovo votare per la persona che stimano e nella quale sperano, solo allora di nuovo sorgerà tra eletti ed elettori un legame reciproco”. E ancora: “Una democrazia che non riesce a stabilire un contatto effettivo tra eletti ed elettori e che non riesce a trovare qualche modo efficace (anche se imperfetto) di selezione del personale politico, perde con certezza la sua battaglia”.
Ecco il punto: è necessario cambiare il metodo finora utilizzato per la selezione della classe dirigente e politica. Ci vuole un “metodo liberale” che limiti i danni provocati dai nominatori e che abbia la capacità di riconoscere nonché valorizzare le attitudini di ciascuno, le qualità o le caratteristiche personali di ogni individuo o gruppo, magari arrivando finalmente a comprendere l’importanza fondamentale rappresentata dalle risorse umane, dalle capacità dei singoli. Giuseppe Maranini insisteva moltissimo sulla legge elettorale e, in “Cambiali in bianco”, pubblicato su “La Nazione” del 22 gennaio 1954, scrisse: “La rappresentanza proporzionale, almeno in quel regime nel quale il governo è condizionato dal voto di fiducia del parlamento, non è solo un sistema elettorale peggiore di un altro; è la negazione completa dei principi che stanno a fondamento di ogni democrazia liberale”. Ed eccoci tornati al punto di partenza e, cioè, alla constatazione che Marco Pannella ha pienamente ragione quando denuncia questo Regime partitocratico definendolo come “la peste italiana”. Sempre Giuseppe Maranini, nel 1954, da liberale, fu di una chiarezza unica quando sentenziò: “Nell’illusione di un’astratta giustizia aritmetica, il proporzionalismo impedisce la formazione della volontà collegiale, della volontà democratica della maggioranza; impedisce anzi la formazione di qualunque volontà dello Stato, disintegra il potere politico e lo Stato stesso. E dopo aver disintegrato lo Stato a favore dei partiti, disintegra i partiti a favore delle frazioni”.
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