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Pier Paolo Segneri

Un identikit del futuro premier

16-02-2012

Dopo la conclusione di questa legislatura, chi saranno i pretendenti che si contenderanno la leadership per la guida del prossimo governo? Che caratteristiche dovrà avere il futuro premier? Quali saranno le candidature che sapranno imporsi? Intanto, l’antidemocrazia avanza e riduce sempre di più gli spazi per una campagna elettorale che si preannuncia, fin da ora, fuori dal rispetto di qualsiasi principio democratico. A cominciare dall’informazione.

Perché se si guarda la tv o si leggono i giornali più blasonati e di più ampia diffusione, ci si accorge che ai cittadini italiani viene sistematicamente sottratta la possibilità di conoscere, di sapere, di ascoltare le voci fuori dal coro del regime partitocratico. A detta di molti, comunque, non vi è all’orizzonte una figura emergente che, nel 2013, potrà candidarsi alla guida del futuro governo del Paese. Non è un bel segnale. Vuol dire che il Potere dominante ha tolto dalla vista degli elettori ogni possibile alternativa. Del resto, le burocrazie dei partiti e le segreterie oligarchiche non fanno sconti a nessuno e regnano sovrane come una coppa di piombo che soffoca la democrazia, la legalità, il merito. In questo modo non c’è spazio per le persone, ma soltanto per i gregari, gli omologati, gli obbedienti.

La “rivoluzione liberale” spetterebbe alle nuove generazioni, ma ai trentenni e ai quarantenni non viene riservata molta fiducia. Il nome di Angelino Alfano rappresenta più un’eccezione che una reale svolta verso il futuro. Eppure, la mente va a quelle democrazie che sanno rinnovarsi anche nelle leadership: basti pensare all’America di Barack Obama, che è divenuto presidente degli Stati Uniti a 47 anni o all’Inghilterra di Cameron e di Nick Clegg, oppure alla Spagna della prima vittoria di Zapatero e tanti altri esempi si potrebbero fare. I nomi che circolano da noi, invece, sono tutti di over sessanta, spesso over settanta. E non c’è mai una donna indicata come possibile primo ministro. Con l’eccezione dei Radicali, gli unici ad avere il coraggio di indicare la leadership di Emma Bonino, pur sapendo che il regime partitocratico teme a tal punto una tale prospettiva dei Radicali da eliminarla dalle tv pubbliche e private oltre che da qualsiasi sondaggio demoscopico. Non si deve sapere. Non si deve conoscere. Anche perché i consensi di Emma Bonino sono sempre molto alti e fanno paura all’establishment del Potere inciucista. Non ne farei, però, un fatto di età o di sesso, quanto piuttosto di mentalità, di consapevolezza del cambiamento che c’è da realizzare, di capacità, di visione. Qualcuno dell’attuale nomenclatura partitocratica, infatti, ha già fatto trapelare la ricandidatura del Presidente Mario Monti come successore di se stesso. Anche perché, tra i politici di prima linea, al momento non ci sono altre figure all’altezza del gravoso compito. Se ciò accadesse, però, a mio parere, sarebbe un fallimento per lo stesso Monti che si è affacciato nel panorama politico dichiarando la necessità di “passare ad un’altra politica” e sollecitando i partiti a riformare loro stessi, magari proponendo una nuova classe dirigente, metodi più democratici, meno burocrazie verticistiche e maggiore partecipazione degli iscritti e degli elettori.
Tutte cose a cui ha fatto spesso cenno lo stesso Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Anzi, è divenuto il suo biglietto da visita, così che questo governo di “tecnici” potesse svolgere il difficile compito a cui è stato chiamato al fine di superare la grave crisi politica ed economica in corso. In poche parole, se non ci fosse la possibilità anche di un cambiamento dei metodi che portano alla formazione e alla selezione della classe dirigente politica, se questa impressione così pessimista fosse vera, se non ci fossero candidati di 45 o 47 anni in grado di proporsi come futuri premier, cioè come presidenti del consiglio dei ministri, allora vorrebbe dire che negli ultimi lustri non sono cresciute, all’interno del nostro sistema politico, almeno due o tre persone in grado di rappresentare una speranza per il futuro. E questo può essere vero soltanto se, oggi, c’è una carenza effettiva di classe dirigente a cui attingere per dare forza al cambiamento.

Presidente dell'Associazione di cultura politica "il cantiere".

Insomma, sarebbe come constatare che, in Italia, al di fuori delle vecchie segreterie burocratiche e della partitocrazia in generale, non vi sono persone capaci di assumersi questa responsabilità. L’alternativa a un tale sistema affaristico e spartitorio, cioè partitocratico, sarebbe soltanto quella dei “tecnici”? La selezione al rovescio della classe dirigente ha portato a questo punto? In altri termini, siamo di fronte, secondo alcuni, all’impossibilità di un ricambio politico. Se tutto ciò fosse davvero così come lo si racconta, allora potremmo affermare, senza timore di essere smentiti, che gli attuali partiti hanno fallito su tutta la linea perché non hanno saputo far crescere al loro interno, tra le nuove generazioni, donne o uomini capaci di interpretare una nuova fase politica e saper governare l’urgenza di un cambiamento che deve essere necessariamente riformatore e democratico, liberale e culturale.
Questo accade non perché, in vista delle prossime elezioni politiche, debba per forza esserci la riproposizione aggiornata di un modello di leadership così come l’abbiamo intesa e concepita finora, ma perché il cambiamento deve coinvolgere anche l’idea di leadership che non può essere quella che risponde alle vecchie logiche del Potere, ma quella che può aprirsi a nuovi modelli aggreganti, al “metodo liberale”, ad una selezione meritocratica, ad una diversa forma-partito e, soprattutto, che può aprire le porte del governo a chi ha dimostrato, nel corso del tempo e degli anni, di rappresentare un’alterità di costumi e di “teoria della prassi” rispetto al Vecchio Regime dominante. Senza una scala mobile più efficiente e meritocratica all’interno delle forze politiche, quali che esse siano, rimarremo ancora per decenni con gli stessi leaders, attuali e potenziali.