Cattolici anticlericali
Non è raro che si distingua clericalismo da cattolicesimo, per dire che solo il primo, e cioè il prete che fa della politica, che parla di politica in chiesa, è da condannarsi mentre invece il cattolicesimo è cosa altamente rispettabile. E fanno tale distinzione non solo i giornali anticlericali ma anche persone che si professano cattoliche.
Ora io capisco una tale distinzione per il giornalismo anticlericale che ha bisogno di ricorrervi, sia per non perdere molti dei suoi lettori sia per non cadere sotto la sanzione di una legislazione illiberale che ha ripristinato in Italia una religione ufficiale dello Stato e un conseguente reato di “vilipendio”. Ma non lo capisco per gli altri, per i singoli cattolici, i quali non ne hanno, evidentemente, alcun motivo pratico.
Che significa dire, infatti: io sono cattolico, credo nel carattere divino della Chiesa e nella sua missione religiosa, ma non posso soffrire il clericale, il prete che fa della politica?
Quando, nel luglio scorso, l’on. Lussu protestò, alla Costituente, contro l’intervento dei religiosi nella campagna elettorale per il 2 giugno, giustamente “L’Osservatore Romano” obiettò che la protesta non poteva essere accolta dai cattolici. Come tutti i cittadini, scrisse allora il quotidiano della Santa Sede, anche i sacerdoti “hanno diritto di non limitarsi al voto, ma a fare della politica, quand’essa investe le loro idee e la loco coscienza, con l’attività, la propaganda, la persuasione e i relativi mezzi, lo zelo e relativa autorità morale” (19 luglio 1946). E l’obiezione era giusta perché, da un punto di vista cattolico, la Chiesa non è un organismo che viva fuori della società ma nella società stessa, e una delle finalità o delle ragioni che ne legittimano l’esistenza è precisamente quella di condurre gli uomini a vivere secondo i suoi principi e il suo spirito; principi e spirito che essa dichiara di dedurre dagli stessi Vangeli ma che certamente appartengono alla sua tradizione storica, e che, ad ogni modo, devono impegnare gli uomini in tutto il loro operare, e perciò anche nella vita politica e nella direzione degli Stati.
La protesta dell’on. Lussu era, dunque, infondata non già nel fatto da lui denunciato, che “l’Osservatore Romano” non negò e che, d’altra parte, si era verificato largamente (Nei mesi che avevano preceduto le elezioni del 2 giugno, la Chiesa era infatti intervenuta nella vita politica italiana con tutti i mezzi a sua disposizione, e s’era mossa non solo con la grande macchina della sua organizzazione – parroci, ordini monacali maschili e femminili, Azione Cattolica, istituti di cultura e di educazione, giornali – ma anche con l’autorità della Santa congregazione del Concistoro, che in una precisa disposizione aveva fatto obbligo a tutti i cattolici di votare soltanto per quei candidati che avessero dato sicuro affidamento di fedeltà alla Chiesa; e il papa medesimo, in più occasioni, non aveva mancato di ribadire tale impegno, sino al grande discorso elettorale da lui pronunciato proprio la vigilia delle elezioni): quella protesta che era infondata nella stessa validità della denuncia.
Negare alla Chiesa il diritto di comportarsi come si comportò, significava infatti negarle una delle principali ragioni di esistenza. Ed è questo il punto che bisogna chiarire e che, a me pare, dovrebbero chiarire quegli stessi cattolici i quali non tollerano il cosiddetto clericalismo.
Chi non soffre il clericale, il prete che fa della politica, occorre che si decida a non soffrire anche la Chiesa cattolica. Il clericalismo non è che un aspetto necessario, un’espressione inevitabile, del cattolicesimo. E la Chiesa che impone al prete di intervenire nella vita politica, non lo fa, come dicono gli anticlericali, per “impicciarsi di cose che non la riguardano”, ma obbedire, a sua volta, alle particolari esigenze che porta con sé e senza la cui soddisfazione morrebbe. La stessa distinzione tra clericalismo e cattolicesimo è stata sempre respinta dagli scrittori cattolici, i quali hanno ravvisato in essa o un’alterazione della natura propria del cattolicesimo o una finzione degli avversari della Chiesa per colpire questa sotto il pretesto del clericalismo. Diceva Pio XI, in un discorso alla Giunta Diocesana di Roma, nel 1928 che “la vieta e massonica-liberale distinzione tra Cattolicesimo e clericalismo” era stata “manutengola di tante ipocrisie e di tante ingiustizie e persecuzioni vere”. Il cattolicesimo stesso, insomma, non consente distinzioni e separazioni di questo genere.
O si è, dunque, cattolici e si accetta, come necessaria conseguenza, il clericalismo o non si accetta il clericalismo e allora bisogna, anche qui come necessaria conseguenza, che si rinunci a definirsi ulteriormente cattolici. A questo dilemma non si sfugge. Chi chiarisce le proprie idee vi arriva fatalmente. Ma chi vi arriva a questo modo, se davvero ha ripugnanza per il clericalismo, fa presto a trarne le deduzioni necessarie, e quindi ad uscirne.
In effetti, che cosa sta ad indicare quella ripugnanza se non la condanna che la civiltà moderna ha fatto del cattolicesimo, da quattro secoli a questa parte?
La lotta tra il pensiero moderno e la concezione cattolica della vita è stata una lotta aspra, spesso seminata di martirio e di sofferenze, perché il cattolicesimo non ha ceduto senza combattere, e ancor oggi non cede. Finché ha potuto, la Chiesa s’è servita della forza messa a sua disposizione dai regimi assolutistici: e ha innalzato roghi e costretto ad abiure e vitata ogni libera circolazione di intelligenza e di cultura. E quando quella forza le è venuta meno, e il pensiero moderno ha permeato di sé anche la vita politica, allora ha invocato la libertà, e naturalmente proprio quella libertà che il pensiero moderno aveva conquistato contro di lessa. Sicché oggi non meraviglia che la si senta ancora parlare in nome di quell’ideale e si atteggi a protettrice di esso: la cosa da notare è che essa mira a servirsene solo per imporre nuovamente agli uomini la sua concezione della vita, che è una concezione illiberale.
Io non ho bisogno di dilungarmi troppo su questo: il contrasto, il dissidio, l’inconciliabilità tra la civiltà moderna e il cattolicesimo sono coste troppo note. Non c’è nulla della civiltà moderna che possa in qualche modo armonizzarsi con la dottrina cattolica: non la filosofia, non la cultura, non gli istituti politici, non il costume sociale, non gli ideali morali che sono gli ideali di libertà di ragione di diritto di tolleranza di umanità. Non sembri una esagerazione: ma la Chiesa cattolica non conosce davvero altra libertà che la sua; non altro diritto che quello canonico; non altra umanità che quella che essa vede obbediente al bastone pastorale dei vescovi.
E quanto alla ragione, chi non sa che essa non si fida d’altro che dei suoi dogmi e della sua infallibilità del suo capo?
Chi abbia voglia di cercare le documentazioni non ha che da guardare la storia degli ultimi secoli e da rileggere le dichiarazioni medesime dei papi. Storia e dichiarazioni edificanti: controriforma e inquisizioni, alleanza con i regimi assolutistici, difesa delle classi privilegiate, lotta alla rivoluzione francese, esaltazione del legittimismo, tentata soffocazione del risorgimento italiano, persecuzione dei patrioti, anatemi contro gli ideali liberali e democratici, sillabo, dogma dell’infallibilità papale. E ciò senza contare le recenti alleanze, con i regimi dittatoriali d’Italia e di Spagna e l’attuale tentativo di subordinare ai canoni del Sillabo ogni esigenza di rinnovamento della vita politica italiana. L’importante è notare che tutta questa storia non è che storia politica: materia di interventi della Chiesa nella vita politica degli Stati, per cui, ove si volesse mantenere la distinzione di cui sopra, bisognerebbe parlare, anziché di storia del cattolicesimo nell’età moderna, di storia del clericalismo.
Si comprende facilmente, dunque, perché la ripugnanza verso il clericalismo è oggi in tanti: perché basta aver nutrito un po’ la mente dei succhi della civiltà moderna per sentire l’insofferenza di una dottrina e di un atteggiamento mentale che contrastano così vivamente con essa. Solo che il cattolico anticlericale si arresta a uno stato d’animo che oggi gli si forma dentro, spontaneamente, per quell’influsso che la civiltà moderna esercita sulla generalità degli uomini. Se andasse oltre, e cioè chiarisse le proprie idee, si accorgerebbe che, in realtà, è il cattolicesimo la sorgente di ogni clericalismo e che è vano sperare nella fine di questo finché egli stesso continuerà a covare nel suo spirito quello.
(da “Civiltà moderna, battaglie del pensiero laico”, anno 1, n.1 giugno 1947, direttori Marcello Capurso e Franco Bertarelli)
Sullo stesso argomento
Ricevi via email
Scelti da voi
- Most:
- Google analytics
- Elezioni: A., B., B2., C., l’antipolitica siete voi (192 volte)
- Aborto, la trappola dell’articolo 4 (119 volte)
- Grillo, l’antipolitica, la giustizia, le carceri, l’amnistia, le dichiarazioni di Napolitano, le riforme istituzionali (119 volte)
- «Napolitano fa bene a tornare a parlare di carcere, ma anche lui deve avere più coraggio» (83 volte)
- Aborto: convegno su applicazione della legge 194 e obiezione di coscienza in Italia (66 volte)
- La giostra dei derivati (56 volte)
- Il metodo Falcone: la verità, mai smettere di cercarla. Intervista con il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso (56 volte)
- Carceri: basta chiacchiere, serve l’amnistia (46 volte)
- Perché no a Piero Welby - Carteggio breve (45 volte)
- Terremoto. Imprevedibile, certo. Ma… (44 volte)
