Direttore Valter Vecellio. 17 ore 19 min fa
Fulvio Cammarano

Tecnici timidi

20-02-2012

Il Presidente del Consiglio Mario Monti ha annunciato al vicepresidente della Commissione europea che il Governo proporrà un emendamento per mettere fine al mancato versamento dell’Imu (ovvero l’ex Ici) da parte della Chiesa, per il possesso di edifici “non totalmente commerciali”. Questo significa che, a differenza di quanto accade oggi, un ospedale o un albergo di proprietà della Chiesa saranno tenuti a versare l’Imu anche se al loro interno si trova un piccolo spazio riservato al culto. Tale provvedimento colpirà anche gli edifici di proprietà di partiti, fondazioni, onlus e circoli privati, esentati sino ad ora dal pagamento dell’Ici. Si tratta di una correzione molto importante dal punto di vista simbolico (oltre che del gettito visto che si calcola che porterà quasi un miliardo di euro in più nelle casse dello Stato) perché va in direzione di una maggiore equità. Ridurre il senso d’ingiustizia significa cercare di riassorbire il malcontento dovuto alla diffusa convinzione che tutto il Paese sia disseminato di “figli e figliastri”, di caste, castine e poveri diavoli. Ed è proprio questa percezione d’ingiustizia atavica ad amplificare in Italia la forza dell’antipolitica.

Dopo la fine della “prima repubblica”, durante la quale la maggior parte degli italiani aveva in parte partecipato al banchetto di favori, scorciatoie, protezioni avvalendosi di pragmatiche politiche di “chiusura” d’occhio, siamo oggi - in un situazione di minore abbondanza e all’interno di una gabbia europea dai parametri non a disposizione del governante di turno - molto più sensibili ed insofferenti nei confronti di ciò che non rispetta il principio della “reciprocità”. Per questo l’esecutivo Monti - al di là della giusta percezione di sentirsi preda dello strapotere di una finanza fuori dal controllo di una politica debole o, peggio ancora, complice e colpevole - in fondo non dispiace agli italiani. Non era difficile, si dirà: pur di liberarsi dello stucchevole teatrino politico di una maggioranza sconcia e incapace e di una opposizione impotente e indecisa a tutto, gli italiani erano pronti ad accettare anche il governo di Dracula se avesse garantito un po’ più di presentabilità e rigore. Di fatto, dietro la parola “tecnico”, con cui è stato presentato l’incarico a Monti, è passato il messaggio della “necessaria durezza solidale”. Se è vero che Sanremo rappresenta, anche dal punto di vista lessicale, il termometro emotivo di quanto gira nella pancia dell’Italia profonda, il tormentone dello “stiamo tecnici”, inventato da Morandi e Papaleo come sinonimo di “stiamo uniti”, in tempi di sacrifici dice molte più cose di un trattato di sociologia.

Il governo Monti si presenta a noi come un tipo di governo a cui non eravamo più abituati dal tempo della Destra storica di Sella e Minghetti: poco sensibile ai richiami della popolarità e attento al compimento della grave missione per cui è nato. Non è un’impresa facile. Innanzitutto perché un governo, qualunque governo, è composto da uomini e donne in carne ed ossa in possesso di valori, interessi, idiosincrasie, amicizie che, consciamente o meno, influiscono sulla determinazione con cui si percorrono determinate strade. Inoltre, anche per un esecutivo indifferente alle sirene elettorali, molte scelte, teoricamente giuste, finirebbero per colpire lobby, ambienti e culture la cui pervasività è tale da non poter essere intaccata se non a prezzo di tensioni pericolose per l’intero sistema. E’ per tale ragione che il progetto delle liberalizzazioni in Italia è lento e complicato. Ci sono resistenze corporative del tutto comprensibili che, però, nel momento in cui danneggiano la maggioranza degli italiani, dovrebbero essere superate. Laddove questo non riesce, il governo dovrebbe pubblicamente, utilizzando il più largo spiegamento di mezzi d’informazione possibile, spiegare agli italiani le ragioni del fallimento delle riforme proposte. Sarebbe, ad esempio, altamente istruttivo capire come mai un governo così autorevole e così giustamente impegnato a piegare le resistenze corporative di farmacisti, tassisti, avvocati e professionisti in genere, sia diventato “tenero” e comprensivo con i petrolieri, rinunciando alla proposta di permettere a tutti i gestori di pompe di benzina di approvvigionarsi dalle compagnie petrolifere più competitive. In questo modo avremmo assistito ad una sensibile riduzione del prezzo del carburante, vale a dire di una merce decisiva per l’intera economia del Paese e il cui attuale costo esorbitante rappresenta la peggior tassa sulla ripresa economica e la principale causa dell’inflazione strisciante di questi mesi.

Si è trattato di una timidezza incomprensibile: ridurre di qualche modesto punto percentuale i profitti dei petrolieri - la cui abitudine ad alzare il prezzo del carburante quando ci sono crisi di produzione e non abbassarlo quando finita la crisi il prezzo del greggio diminuisce, è ben nota – non dovrebbe rappresentare una impresa impossibile, soprattutto se tale misura è auspicata dalla Commissione di Bruxelles. Magari c’è una ragione che sfugge al cittadino comune ed è per questo che sarebbe opportuno che il Governo ci chiarisse perché proprio qui, la cosa “tecnicamente” più giusta e favorevole agli interessi di tutti, non può essere fatta. L’impressione è che, se a capo dell’esecutivo ci fosse stato Quintino Sella, soprattutto dopo aver ripulito le tasche dei suoi concittadini meno abbienti, il decreto sarebbe stato mantenuto senza esitazioni. Magari mi sbaglio.

Da “Corriere Adriatico”
 

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