Dichiarazione di guerra, non pace religiosa 1)
Non c’è dubbio che nella notte tra il 25 e il 26 marzo qualcosa di molto grave è avvenuto in Italia: “contitio super contritionem vocata est; s’annnunzia rovina sopra rovina” (Geremia, IV, 20). L’Italia è uscita dal fascismo e dalla guerra mutilata, rovinata, miserabile e, come se queste rovine non bastassero, come se non bastassero le occupazioni fascistica, tedesca, anglo-americana ci si aggiunge l’occupazione delle forze vaticane. Non sono armate di moschetti o di bombe, ma sono ugualmente deleterie ed estranee alla storia dell’Italia riscattatasi nel Risorgimento dai lutti e dalle vergogne della sequela di secoli controriformistici. I tedeschi hanno potuto massacrare tanti generosi partigiani e poveri innocenti, distruggere centrali elettriche e villaggi, gli Alleati hanno potuto come lancia di Achille, aiutarci a nuocerci nello stesso tempo: liberarci dall’infamia fascista e ricacciarci tra le braccia di forze oscure; ma occupazione tedesca e alleata, per quanto dolorose, sono fatti passeggeri; un anno, due anni, tre anni di sofferenze e poi, ci si apriva la possibilità di risorgere; ma nell’occupazione dell’Italia da parte del Vaticano non c’è speranza di resurrezione.
Lo scopo di questa nota è appunto quello di rispondere al quesito: è possibile il progresso dell’Umanità fuori dei sistemi liberali e socialisti? Fuori del liberalismo come metodo e del socialismo come finalità? E se è, per quello che possiamo vedere politicamente, rebus sic stantibus, impossibile la ripresa dell’Italia fuori del liberalismo e del socialismo, può la Chiesa conciliarsi con essi o ne sarà l’antitesi e quindi impedirà la risurrezione dell’Italia? Fuori delle ideologie, gli interessi della Chiesa sono per l’unità e la democrazia in Italia o no? Ed è solo la Chiesa gerarchica incapace di conciliarsi con la nostra libertà democratica o c’è un’intrinseca incapacità del Cristianesimo o, almeno, del Cattolicesimo?
Quando avremo risposto a questo primo gruppo di quesiti, ne sorge un secondo: l’approvazione dell’articolo 7 crea lo stato confessionale? La Repubblica confessionale italiana è veramente alla mercè del Vaticano? Può essere impedita una vittoria totale della Curia, una debellatio dello spirito laico? Come è ciò possibile?
Risponderemo ordinatamente a questi quesiti, cercando di essere obiettivi; di ragionare – cioè – sui fatti, sui documenti, come si dice: soltanto dobbiamo avvertire il lettore che documento e fatto, quando si fa della politica più che della storia, sono anche gli stati d’animo e gli orientamenti dell’opinione pubblica. Certe volte, a capire lo stato d’animo di un paese in un momento storico giova più un aneddoto o una barzelletta che un libro bianco o rosso o nero, e nero veramente dovrebbe scriverlo la Repubblica italiana se volesse darci una raccolta di tutti i documenti che portarono all’infausta notte tra il 25 e il 26 marzo.
Prima di iniziare il nostro esame, dobbiamo dire la nostra opinione sullo strano atteggiamento dei comunisti. A distanza di un mese crediamo di poter comprenderne le ragioni con più serenità e con maggiore approssimazione alla verità. Una cosa salta subito agli occhi: Togliatti tenne il 20 febbraio un discorso molto conciliativo verso i democristiani, i quali risposero affabilmente per mezzo dell’on. Cappi; incominciò una distensione tra i due grandi partiti di masse che è culminata in due episodi: la votazione da parte dei comunisti dell’articolo 7; la assoluzione data ad alcuni ministri democristiani che una commissione con poteri giudiziari aveva piuttosto malamente bollati e che una assemblea politica come la Costituente scolpò. Due atti nei quali cedono i comunisti. Ma perché? E’ troppo presto per dare una risposta: ma se è esatta la mia impressione che dopo il 20 febbraio sono andati diminuendo gli attacchi della stampa cattolica contro i comunisti, allora bisognerebbe concludere che i comunisti hanno, sì ceduto, ma Parigi valeva bene questa messa. Che, se poi, dovesse rispondere a nuovi orientamenti della politica vaticana il silenzio che da un certo tempo l’organo della Curia, “l’Osservatore Romano”, tiene nei confronti dell’URSS, molte cose apparirebbero più chiare. A noi dispiace se i comunisti abbandonano le loro posizioni anticlericali, perché sono dei compagni di comune lotta che ci vengono meno, ma comprendiamo l’immensa importanza che avrebbe, sul piano internazionale, se i Russi riuscissero a tacitare il Vaticano come la politica di Togliatti è riuscita a tacitarlo in Italia. I comunisti hanno fatto della pura politica, un mero calcolo di dare e avere: hanno sbagliato? Lo dirà il tempo. Una cosa, però, è certa e non sarà male che i comunisti ne tengano conto: gli Italiani non anticomunisti hanno intuito, sì, il gioco politico del PCI, ma non lo hanno ammirato; un senso di sfiducia nelle alleanze col PCI, dal quale si può essere gettati a mare quando il gioco lo imponga, si è fatto strada in molti. E’ bene che il PCI tenga conto di ciò. Le sorprese dei non comunisti che avevano, però, riposto molte speranze nel progressismo del partito è stata maggiore perché la votazione era stata preceduta dal magistrale discorso di Togliatti, il cui profondo significato era questo: il leader del PCI sente il problema politico-religioso sullo stesso piano e con la stessa intensità degli altri problemi. Non è quindi, vero che i comunisti non abbia interesse questo problema tipicamente borghese-ottocentesco. Se i comunisti hanno votato per l’articolo 7, hanno quindi, fatto un sacrificio; le ragioni di questo sacrificio come sono state giustificate dalla stampa comunista non hanno convinto nessuno. Soprattutto non ha convinto l’argomento “abbiamo bisogno di pace religiosa”. Tra tante frasi fatte cadere da Togliatti come pesanti schiaffi sulla DC e sullo Stato vaticano, del quale la DC tutela gli interessi (gravissimo l’accenno al tono strano – Togliatti conosce le norme della buona educazione parlamentare e non ha parlato, come avrebbe fatto un oratore da comizio, di ricatto – col quale il Presidente del Consiglio aveva parlato della Repubblica), quest’argomento della pace religiosa ha lasciato perplessi più d’uno. Ma se l’articolo 7 distrugge la pace religiosa e inaugura invece una guerra di religione, o quanto meno, acuisce sino alla disperazione un vecchio contrasto della società italiana!
Dichiarazione di pace o di guerra, dunque l’articolo 7? Strano quesito, in vero. A risolverlo, forse, si può seguire questo metodo: nell’impossibilità di vedere attualmente se vi sia guerra o pace religiosa in Italia, perché è ancora troppo presto, non essendosi ben mosse le masse di manovra (sono avvisaglie la lotta puritanesca contro Flaubert e Casanova uniti insieme in una sola condanna dalla stessa ignoranza della cultura moderna che univa le Società bibliche al Socialismo) guardiamo cosa era lo status, al quale ha posto termine la votazione dell’articolo 7: è evidente che se tra Italia e Chiesa c’era pace, ora c’è guerra, perché l’articolo 7 ha rivoluzionato la situazione preesistente. Siamo più chiari: l’articolo 7 ha confermato i Patti Lateranensi. Bisogna quindi domandarsi: la Repubblica, nel riconoscere i Patti Lateranensi e inserirli – contro ogni tradizione giuridica – in una Costituzione, si è riportata idealmente alla riputazione del febbraio 1929; è stato atto di pace o di guerra?
1) Segue.
(da “Civiltà moderna, battaglie del pensiero laico”, anno 1, n.1 giugno 1947, direttori Marcello Capurso e Franco Bertarelli)
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