Direttore Valter Vecellio. 17 ore 27 min fa
Valter Vecellio

Il “Giorno della civetta” di Fabrizio Catalano

22-02-2012

La nota di oggi non riguarda le mille nefandezze che si consumano nelle carceri, anche se le vicende della giustizia non mancheranno di essere toccate. La nota di oggi vuole segnalare uno spettacolo teatrale. Per ora vale per chi risiede a Roma, ma lo spettacolo toccherà altre città italiane, bisogna tener d’occhio le locandine. Lo spettacolo è “Il Giorno della civetta”, tratto dall’omonimo racconto che Leonardo Sciascia pubblicò nel 1961, ormai cinquantun anni fa.

Il libro di Sciascia ha – se così si può dire – una strutturazione per sequenze, e questo credo faciliti molto chi si cimenta in un adattamento teatrale. Già è accaduto nel 1963, quando un indimenticabile Giancarlo Sbragia ne ricavò una rappresentazione per il Teatro Stabile di Catania, avvalendosi della collaborazione dello stesso Sciascia e di un grande regista, Mario Landi.

Giornalista professionista, attualmente lavora in RAI. Dirige il giornale telematico «Notizie Radicali», è iscritto al Partito Radicale dal 1972, è stato componente del Comitato Nazionale, della Direzione, della Segreteria Nazionale.

Un po’ tutti noi, poi, abbiamo sotto gli occhi il film che ne ricavò Damiano Damiani, la sceneggiatura era di Ugo Pirro, gli interpreti Franco Nero, Lee J.Cobb, Claudia Cardinale e Serge Reggiani La nuova riduzione teatrale si avvale della regia di Fabrizio Catalano, nipote di Sciascia. Il ruolo del capitano Bellodi è interpretato da Sebastiano Somma; Orso Maria Guerrini è il capomafia. Già questi tre nomi sono una garanzia. Il debutto è fissato per domani, al teatro Parioli-Peppino de Filippo; resterà in cartellone qui a Roma fino al 4 marzo. 

A ispirare “Il Giorno della civetta” fu un delitto, l’omicidio del sindacalista siciliano Accursio Miraglia; un racconto che degli imbecilli hanno voluto vedere come un’esaltazione della mafia e del mafioso che verrebbe celebrato. E’ esattamente il contrario. Al di là delle pagine più conosciute e ridotte quasi a macchietta (quelle dove don Mariano Arena elenca le cinque categorie con cui divide l’umanità), quello che si descrive è un capitano Bellodi ex partigiano che ha combattuto contro i nazi-fascisti e crede nei valori della Costituzione, e che sa conservare un comportamento corretto anche nei confronti del capomafia; un “garantista”. Ed è proprio quella correttezza, quel rispetto delle regole che gli fanno guadagnare una sorta di rispetto da parte del capomafia che da giovane ha invece subito gli arbitri e gli abusi che negli anni del prefetto Cesare Mori erano la regola. Così il mafioso qualifica Bellodi come “vero uomo”; e qui si sono appigliati gli imbecilli: che rimproverano a Sciascia una sorta di fascinazione nei confronti del capomafia, come stregato. Non hanno voluto vedere che proprio Sciascia per la prima volta, aveva raccontato il volto e la realtà spietata e violenta della mafia. Tantomeno hanno mostrato di vedere che nel “Giorno della civetta” si suggerisce – e siamo, ripeto, nel 1961 – una precisa strategia investigativa, gli accertamenti bancari che nessuno aveva mai tentato prima di Giovanni Falcone. E’ una pagina che andrebbe scolpita nei palazzi di giustizia, ovunque: “Bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell’inadempienza fiscale, come in America. Ma non soltanto le persone come Mariano Arena; e non soltanto qui in Sicilia. Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche; mettere mani esperte nelle contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e piccole aziende; revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto dietro le idee politiche o le tendenze o gli incontri dei membri più inquieti di quella grande famiglia che è il regime, e dietro i vicini di casa della famiglia, e dietro i nemici della famiglia, sarebbe meglio si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuori serie, le mogli, le amanti di certi funzionari: e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi e tirarne il giusto senso. Solo così ad uomini come don Mariano comincerebbe a mancare il terreno sotto i piedi…”.

C’è poi un’altra grande pagina, anch’essa andrebbe mandata a memoria: quando Bellodi, preso da sconforto, sembra quasi cedere alla tentazione di usare gli strumenti usati da Mori, al di là e al di sopra della legge. Una tentazione che subito scaccia: non è con una eccezionale sospensione delle garanzie costituzionali che il male si estirpa. Anzi. “Un nuovo Mori diventerebbe subito strumento politico-elettoralistico; braccio non del regime, ma di una fazione del regime”. E non manca una pagina di cauto ottimismo. Quando Bellodi ricorda al boss mafioso che la figlia studia in un collegio svizzero: “Costosissimo, famoso…Immagino lei se la ritroverà davanti molto cambiata: ingentilita, pietosa verso tutto ciò che lei disprezza, rispettosa verso tutto ciò che lei non rispetta…”. La cultura, insomma, come strumento contro la violenza e l’arroganza mafiosa. Il boss mafioso capisce al volo: “Lasci stare mia figlia”, dice rabbioso. Un libro importante, da leggere e rileggere, come un po’ tutti i libri di Sciascia. E alla fine si capirà che sì, certo, Sciascia è stato radicale; ma soprattutto i radicali sono stati, e spero continuino a essere, sciasciani.

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