Direttore Valter Vecellio. 17 ore 28 min fa
Gianfranco Cercone

“Hugo Cabret” di Martin Scorsese: l’Europa come patria elettiva

22-02-2012

Sarà forse soltanto una coincidenza, ma potrebbe essere invece una convergenza significativa: Woody Allen e Martin Scorsese hanno ambientato i loro due ultimi film nella Parigi della prima metà del secolo scorso. Il protagonista del film di Scorsese è un bambino, Hugo Cabret.

Vive tutto solo nei meandri della stazione ferroviaria, assumendosi il compito – che era dello zio – di regolarne gli orologi. Già da questa circostanza, piuttosto inverosimile, si può arguire che il bambino è un personaggio da film di genere fantastico: uno di quei bambini idealizzati, un po’ eroici, nei quali si immagina che gli spettatori più giovani amino identificarsi (come, per intenderci, in certi film di Steven Spielberg).

Una riprova della sua improbabilità: pur essendo un orfano abbandonato, senza una vera casa, è sempre ben vestito e ben lavato; e se ha un viso un po’ pallido e due guance patite, a conferirgli un aspetto carismatico, ha due magnifici occhi azzurri.

In effetti nel film ha due compiti eroici da assolvere. Il primo è di sfuggire con vari espedienti a una guardia sadica che vorrebbe catturarlo e spedirlo al riformatorio. Il secondo, il più importante, è quello di restituire a un grande artista misconosciuto, l’onore e il successo che gli spettano.

E’ questo il cuore del film. Se il bambino è idealizzato, l’artista decaduto è un personaggio storico. Si tratta di George Méliès: colui che, subito dopo l’invenzione del cinema, per primo forse, seppe dare impulso al cinema come arte. Attraverso tanti trucchi, rudimentali ma molto ingegnosi, non fece film per documentare la realtà, ma per dare corpo all’immaginazione: raccontando di mondi esotici, di incantesimi, di viaggi sulla luna; con spirito e fantasia.
Dopo la prima guerra mondiale cadde in disgrazia, e per sopravvivere aprì una bancarella di giocattoli alla stazione di Parigi.

Il film di Scorsese coglie bene tutto il suo dolore per questo rivolgimento della fortuna.
E’ nota la fragilità degli artisti, dovuta anche a una qualità che distingue l’arte forse da ogni altro prodotto dell’ingegno. E cioè: niente potrà rendere certo un artista di essere davvero un artista, perché il giudizio sulla bellezza di un’opera d’arte è discutibile. Un giudizio certo – diceva Benedetto Croce – lo darà la storia dell’arte. Ma per dare quel giudizio la storia ci mette almeno un secolo.

Ecco allora che per il Méliès di Scorsese, l’improvviso insuccesso comporta non soltanto l’odio per il mondo, ma anche il disprezzo per se stesso e per la propria opera, della quale non sopporta sentir parlare e di cui nemmeno vuole che si conservi traccia. Sarà il bambino a restituire all’artista, insieme al successo, la fiducia in se stesso. La passione di Scorsese per i classici del cinema è nota. Ha anche creato una fondazione allo scopo di restaurarli e diffonderli.

In “Hugo Cabret” rievoca un episodio leggendario della storia del cinema. Si sa che quando i fratelli Lumières proiettarono le immagini dell’arrivo di un treno, gli spettatori scattarono in piedi avendo l’impressione di essere investiti. Ricreando tale episodio, era facile esasperare in modo spettacolare, grossolano, le reazioni di quel pubblico. E invece Scorsese ha usato un pennello molto fine: ha descritto con precisione quel riflesso, ma senza oltrepassare la soglia della verosimiglianza.

E anche di fronte a una celebre scena comica con Harold Lloyd, nella quale egli si arrampica su una torre fino all’orologio sulla cima, ha descritto le reazioni di due giovani spettatori dell’epoca, che accompagnano lo svolgimento della scena, con ammirevole esattezza.

“Hugo Cabret” è un film che esprime un amore quasi accorato per la storia del cinema, per i cosiddetti “vecchi film”. Ma all’interno di un film hollywoodiano apparentemente convenzionale, alla Spielberg, che adopera le nuove tecnologie, compresa quella della terza dimensione.

Torno ora alla domanda di partenza: perché tanto Woody Allen quanto Martin Scorsese guardano alla Parigi dei primi decenni del secolo scorso?

Ecco la mia ipotesi: nell’industria del cinema americano, dove oggi prevalgono, tra i grandi studios, produzioni ipertecnologiche destinate a un pubblico di ragazzi, due registi colti e raffinati come loro, sentono mancargli il terreno sotto i piedi. E guardano, come a una patria ideale, all’Europa; e in particolare a Parigi che dell’Europa è stata la capitale culturale almeno per un certo periodo del Novecento. E come ha reagito Hollywood a questo richiamo a un mondo così lontano e diverso da lei? Ebbene qualunque cosa questo significhi, entrambi i film sono stati candidati all’Oscar per il miglior film!

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