Direttore Valter Vecellio. 21 hours 37 min ago
Fulvio Cammarano

Crisi egemonica

20-03-2012

Per comprendere sino in fondo il reale impatto della crisi bisognerà non solo attenderne, come è ovvio, la fine (ancora oggi per nulla scontata), ma anche vedere come e da che porta ne usciremo La questione è complessa perché, per la prima volta dopo aver gridato per quasi un cinquantennio “alla crisi”, così come faceva Pierino con il lupo, dentro una grave crisi ci siamo finiti per davvero. Il fatto che sia una crisi seria è sotto gli occhi di tutti in quanto non si limita ad essere politica o economica, ma è tutte e due le cose insieme al punto tale che è diventata anche culturale, in grado cioè di modificare tradizioni, abitudini, modi di pensare dell’intera comunità. Siamo, insomma, nel bel mezzo di una crisi che definisco egemonica, vale a dire che porta con sé il progetto non del cambiamento di questo o quel governo o la modificazione di questa o quella alleanza tra partiti, ma di una radicale trasformazione dell’assetto costituzionale, inteso sia in senso formale sia in quello materiale.

Si tratta di una sfida importante perché la classe dirigente è obbligata a tenere conto del contesto internazionale e di quello europeo della crisi, senza i quali è difficile fare progetti a lungo termine, ma non può certo ignorare anche la disaffezione dell’opinione pubblica nei confronti della politica. Chi sarà capace di narrare meglio le cause delle difficoltà attuali sarà anche quello che, nel dedalo delle mille proposte, indicherà l’uscita di sicurezza valida per tutti, il che, fuori di metafora, significa che detterà il futuro progetto costituzionale. Siccome in politica non esiste il vuoto, al momento la “narrazione” più efficace è senza dubbio quella di Monti che, con il sostegno del Presidente della Repubblica, è riuscito a fermare la caduta verticale non dell’economia (i cui pregi e difetti rimangono al momento inalterati, in attesa del progetto di crescita), bensì della fiducia nel nostro sistema-paese, il che, in un mondo globalizzato, non è certo poco.

I partiti devono, almeno in parte e per il momento, adeguarsi al suo “linguaggio”: legittimano il governo per venirne legittimati, insomma, nella speranza di passare indenni la difficile congiuntura e riprendere il prima possibile il solito tran-tran. La crisi attuale però appare del tutto indisponibile a giochetti di posizionamento tattico, anzi sembra l’ambiente più adatto per tentare di far passare un nuovo discorso culturale egemonico, d’imporre cioè trasformazioni “strutturali” del nostro modo d’intendere la sfera pubblica e dunque costituzionale. Nulla è più eloquente, in questo senso, del diktat “franco-tedesco” sul pareggio di bilancio come obbligo costituzionale. Si metterebbe così fine alla cultura del deficit-spending che ha caratterizzato la storia italiana (e non solo) dal 1876 ad oggi e che è stata alla base del nostro enorme debito pubblico, favorendo però nel contempo uno sviluppo senza precedenti. Anche le battaglie politiche e sociali in corso attorno al tema dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori rappresentano un segnale decisivo, indipendentemente dall’aspetto specifico del reintegro del lavoratore licenziato, per ridefinire integralmente il significato “politico” del lavoro come categoria di valore.

Le stesse prolungate tensioni attorno ai cantieri della TAV – dato l’attuale indebolimento della capacità di mediazione dei partiti – stanno a indicarci, al di là del concreto oggetto del contendere, la presenza di un bivio nei rapporti tra Stato e comunità locali che necessita di un ripensamento complessivo. Siamo, infatti, in presenza di possibili nuovi scenari in cui stanno maturando sensibilità e dinamiche sociali impensabili sino a pochi anni fa, che mettono in discussione molte delle tradizionali fratture politico-generazionali esistenti. Insomma, quasi tutti i conflitti attualmente in corso appaiono più che confronti tra interessi divergenti, contrasti da cui dipendono, anche simbolicamente, le strategie egemoniche per disegnare il futuro del nostro Paese.

*da “Il Giornale di Brescia”
 

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