Peste e Inquisizione nella Milano del Cinquecento
A Milano, l’omicidio di un commissario inquisitoriale nella casa di un appestato è il delitto che accende la storia narrata da Franco Forte ne Il segno dell’untore (Mondadori editore, pagine 342). Il racconto ha un ritmo serrato, segnato da una particolare attenzione alla città lombarda, ai luoghi, alla storia: trecento pagine raccontano le indagini che si svolgono nell’arco di una giornata. L’investigatore, il notaio criminale Niccolò Taverna, conduce l’inchiesta in un clima torbido di equilibri politici e lotte di potere mentre la popolazione viene sconvolta dall’epidemia. La peste del 1576 falciò un impressionante numero di vite umane non solo a Milano ma in tutta Italia.
Ma ancora più della peste è la presenza dell’Inquisizione ad ammorbare la vita cittadina. Uno dei personaggi, per esempio, a un certo punto dice: “E pregate in tutti i modi di non finire torchiato da uno dei suoi inquisitori”; oppure, in un altro passo, quando il notaio criminale affronta l’inquisitore generale, Forte scrive: “Niccolò serrò le mascelle. Sapeva di trovarsi nell’antro di una creatura ancora più pericolosa di quelle che che frequentavano il palazzo del governatore”. E l’atmosfera di paura che viene messa in evidenza lungo tutta la narrazione fa tornare in mente le pagine di Francisco de Quevedo nel romanzo Vita del briccone (pubblicato nel Seicento, proprio al tempo del roghi), là dove lo scrittore spagnolo descrive la paura che si materializzava quando veniva pronunciato il nome dell’Inquisizione: “Arrivarono il giorno stabilito, e dissero all’ostessa che venivano da parte del Sant’Uffizio e che era opportuno mantenere il segreto. Cominciarono tutti a tremare, visto che con loro m’ero spacciato per un negromante. Quando mi andarono a prendere tacquero; ma quando videro prendere anche il bagaglio, ne chiesero il sequestro a indennizzo del mio debito; i tre risposero tuttavia che erano beni dell’Inquisizione e a quel punto nessuno fiatò più”.
E, strettamente legata all’Inquisizione, la superstizione. Emblematica e da ricordare ancora oggi di fronte ad altre paure e ad altre superstizioni una frase del padre del personaggio principale che introduce la terza parte del libro: “Non esistono untori. Esiste la peste. Esiste la paura. Esiste la morte. E’ la paura, la principale fonte di contagio. E’ la superstizione, la principale fonte di paura”. Insomma, Il segno dell’untore è una lettura coinvolgente e interessante, in cui pure non mancano spunti di riflessione sulla nostra attualità.
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