Direttore Valter Vecellio. 7 ore 30 min fa
Alessandro Litta Modignani

Geminello Alvi, “reazionario libertario”

18-06-2012

Se mi chiedessero cosa mi sia piaciuto dell’ultimo libro di Geminello Alvi, risponderei senza esitare: tutto. Ma se invece mi chiedessero in cosa concordo con le tesi di fondo dell’autore, allora dovrei pensarci bene, per poi concludere prudentemente che non sono d’accordo quasi su nulla. “Il capitalismo – Verso l’ideale cinese” (Marsilio, 335 pagine, 21 euro) è un libro straordinariamente stimolante, divertente e sarcastico, pieno zeppo di battute e di arguzia. Alvi mette alla berlina praticamente l’intero establishment occidentale, con commenti ironici alternati a giudizi taglienti. Contrariamente a quanto si potrebbe credere, questo non è affatto un saggio di economia e neppure di storia economica; è invece un piccolo trattato di filosofia morale, un pamphlet polemico contro i costumi e le linee di tendenza del mondo contemporaneo.

Alla penna graffiante dell’autore sfuggono in pochi. Il gruppo dirigente cinese (la “dinastia di Mao”) è descritto in un ritratto impietoso e quello statunitense non fa una figura migliore. Perché il capitalismo ha potuto diffondersi in Cina, paese confuciano, nonostante la celebre controindicazione di Max Weber? Forse perché i cinesi non sono più confuciani? Al contrario, perché è cambiato il capitalismo, sostiene Alvi. All’origine esso esaltava le virtù dell’iniziativa individuale e dell’intrapresa economica, nelle sue forme attuali invece è arrivato a quell’annullamento dell’Io che gli consente di diffondersi proprio là dove l’Io è represso e coartato fino all’annientamento: in Cina appunto. L’Occidente si ritrova così “cinesizzato”.

L’autore parla dei Beatles, di consumismo, di cinema, di televisione, soprattutto di internet dove si manifestano “dilettanti in presunzione scatenata (...) maggioranza di inaffidabili (che)... copia incolla, mixa, scarica quanto non sa e non è”. Il libro tratta a lungo di filosofia, cita Marx, Stuart Mill, Hobbes, risale fino a un frammento di Eraclito per definire la libertà umana: “qualsiasi cosa voglia è disposta a pagarla con l’anima”. Una frase certo illiberale ma purtroppo anche molto vera. Il capitalismo è esecrabile non perché crei diseguaglianze, ma perché genera “un tipo umano inferiore, con capacità di concentrazione degenerata”.

Non che gli anticapitalisti siano trattati molto meglio: da Marx al “professor Negri”, da Stirner a Che Guevara, tutti attraversano la penna di Alvi come pomodori che si trasformano in passata. “Incolpare il capitalismo di impoverire il mondo, quando invece ha elevato il livello di vita e di vanità come mai prima, è la menzogna più cara all’anticapitalismo”. A Keynes spetta un trattamento speciale: “Senza dittatura del proletariato, sono bastati Keynes e il Pil, ovvero una spesa statale eversiva di qualunque buon senso, a compiere lo Stato socialista”. Parole forse avventate, almeno nelle conclusioni, ma di straordinaria attualità.

Alessandro Litta Modignani (1954) è giornalista. È iscritto e milita nel Partito Radicale ininterrottamente dal 1974. Nella Legislatura 2000-2005 è stato capogruppo per i Radicali-Lista Bonino nel Consiglio Regionale della Lombardia. È attualmente membro del Comitato Nazionale di Radicali Italiani.

Di questo “estremo occidente” Geminello Alvi non salva nulla e nessuno: non certo Ayn Rand, alla quale l’epiteto più gentile riservato è “forsennata” e meno che mai quel suo timido allievo, Alan Greenspan, indicato come uno dei principali responsabili del più clamoroso tracollo economico-finanziario della storia: “assicurazioni e banche rovinate, salvate con disavanzo da economia di guerra”. Così Greenspan si è convertito da anticomunista a “scriteriato pianificatore in stile sovietico della stampa di denaro statale”.

E così via, a volte con la carta vetrata, più spesso con il vetriolo. E’ impossibile citare tutto, in un libro che è tutto una citazione. Alvi ricostruisce l’ascesa della potenza cinese vista dai presidenti americani: Bush padre, Clinton, Bush figlio e siamo subito a Obama e ai giorni nostri. I cultori della teoria del “signoraggio” troveranno qualche motivo di soddisfazione alle pagine 154-55. L’alternativa al capitalismo sarebbe, secondo Alvi, “un’anarchia ben pensata, purificata dal comunismo”. Il volume si chiude idealmente con la “riscoperta del dono come atto economico” e nell’auspicio di “momenti fraterni” come antidoto sociale all’invidia utilitaristica. Beh, un po’ poco a mio avviso.

L’autore si autodefinisce “reazionario libertario”: personalmente il reazionario l’ho riconosciuto subito, il libertario lo sto ancora cercando. Questo cinismo di fondo, per quanto comprensibile e a tratti esilarante, non è da condividere. Anche di fronte a questa crisi, un vero liberale ha il dovere di resistere al pessimismo e di nutrire fiducia nell’individuo, nella capacità razionale degli esseri umani di rimediare - sia pure parzialmente e tardivamente – ai propri errori. Ma Alvi ammette che questo lavoro per lui è stato uno sfogo: “In questo ben strano libro s’è descritto il capitalismo per concatenazioni viventi (...) fra la superficialità di massa e lo Stato”.

Geminello Alvi, che attualmente lavora a Mosca, curiosamente difende Vladimir Putin e le sue scelte fondamentali di questi anni al potere. Non manca di auto-ironia e si finge sorpreso di ritrovarsi nella capitale russa: “ma non facevo l’economista al Tesoro, in via XX Settembre e scrivevo per il Corriere? Cos’è successo...? Devo essermi distratto”.
 

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