Certo, certissimo, anzi probabile
“L’Italia era sull’orlo del baratro, per la prima volta nella storia della Repubblica c’è stato il rischio concreto che lo Stato non riuscisse a pagare stipendi e pensioni, lo spread tra i nostri titoli e quelli tedeschi era a livelli insostenibili per il nostro sistema finanziario, i giornali di tutto il mondo consideravano l’Italia come il grande malato dell’Europa e ci accostavano alla Grecia. La responsabilità di questa situazione ricade totalmente sul governo Berlusconi e sul centro-destra”.
Così il sindaco di Milano Giuliano Pisapia, in risposta a un questionario della rivista “Micromega”. La risposta di chi ricorda a quanti gettano la croce addosso al governo di Mario Monti, l’eredità che ci ha lasciato il precedente governo. Utile promemoria; ma ancor più utile andare a scandagliare gli umori di alcuni sindaci che non sono sospettabili di simpatie “destrorse”, per cercare di capire cosa accade e accadrà.
Il primo cittadino di Napoli Luigi De Magistris: “Non mi sfugge che il governo Monti rappresenti un miglioramento significativo sul versante della credibilità degli interlocutori anche sul piano internazionale. Non mi sfugge come esso rappresenti un miglioramento anche in materia del confronto politico e governativo, sicuramente maggiore incentrato sulla necessità i perseguire il bene del paese. Penso alla fine della stagione del bunga-bunga che ha monopolizzato le cronache quotidiane e il dibattito politico. E’ cambiato probabilmente uno stile ed è stata in parte restituita dignità alle istituzioni ferite dal berlusconismo. Detto questo, registro uno scetticismo profondo in merito alle decisioni assunte fino ad oggi assunte da questo esecutivo: decisioni che mi fanno temere che un certo berlusconismo uscito dalla porta possa ritornare, sotto mentite spoglie soltanto più credibili, di nuovo al centro della scena politica e governativa“. Perplesso appare il sindaco di Cagliari, Massimo Zedda. “Nutro seri dubbi sul fatto che bastino lo stile e la sobrietà per cancellare Berlusconi e il berlusconismo. Certo, si torna a parlare di provvedimenti e non si parla più di bunga-bunga… Basta questo? Credo di no. Berlusconi è presente in Parlamento con tutta la sua squadra, ed è sempre il Parlamento il luogo in cui si vota…”. Più ottimista appare invece il neo-sindaco genovese Marco Doria: “Il governo Monti è il risultato dello sfaldamento della maggioranza berlusconiana. Per questo, oltre che per il sostegno del presidente Napolitano, il governo può reggere. Elementi innegabili di discontinuità mi paiono il venir meno del macroscopico conflitto di interessi che caratterizzava il governo Berlusconi, la presenza di indubbie competenze e di un’appezzabile serietà nella compagine ministeriale, il linguaggio appropriato e non demagogico utilizzato dai ministri, la credibilità che l’esecutivo ha sul piano internazionale…”.
Nessuna presunzione di completezza, in questo rapido giro di orizzonte. Però queste affermazioni la dicono lunga sul “divorzio” che sembra diventare sempre più incolmabile tra gli inquilini del “Palazzo”, e il “sentire” della pubblica opinione, di cui i sindaci sono espressione assai più delle legioni di “nominati”.
C’è poi il contesto europeo. Il voto in Grecia è stato generalmente accolto con ottimismo, e ce n’è di che, anche se Emma Bonino invita a una prudente cautela. E si vedrà cosa sortirà nel concreto e nel pratico dai colloqui a Los Cabos in Messico. L’agenda è stata fissata giorni fa da Washington. Come hanno riassunto il presidente Obama e il segretario al Tesoro Timothy Geithner: a) ricapitalizzare e proteggere le banche in vista della creazione di un sistema europeo unitario; b) mobilitare nuove risorse nei fondi di emergenza per fare ossigeno ai governi in difficoltà che hanno bisogno di tempo prima di approvare e attuare le necessarie riforme strutturali; c) spostare gli sforzi dall’austerità alla crescita, perché lo stimolo allo sviluppo è indispensabile per raggiungere gli obiettivi di lungo termine della responsabilità fiscale.
Ma il vertice di Los Cabos per Monti e i suoi collaboratori sarà quasi una vacanza. I veri problemi li troverà, sempre più aggrovigliati, al suo ritorno in Italia: “Non possiamo perdere punti con la comunità internazionale. Per questo motivo devo arrivare al Consiglio Europeo di fine mese con la riforma del lavoro approvata”, scandisce il presidente del Consiglio. Appello che sembra essere già caduto nel vuoto. Il presidente della Camera Gianfranco Fini assicura che “non ci sono ostacoli né procedurali, né regolamentari perché il testo sia approvato entro il 28 giugno”, ma non è questione né di procedura né di regolamento. Il PdL, per esempio, non foss’altro per cercare di tamponare le mille contraddizioni che lo stanno dilaniando, fa sapere con Fabrizio Cicchitto che “i lavori parlamentari, su disegni di legge che si occupano di materie delicate non possono essere cambiati su ordine del governo in seguito al dibattito con due giornalisti“ (riferimento all’intervista rilasciata da Monti al direttore di “Repubblica” Ezio Mauro e al suo fondatore Eugenio Scalari). Se a questo si aggiunge “l’altolà” intimato subito dopo l’approvazione, alla Camera, del disegno di legge sulla corruzione (“al Senato si avranno modifiche, e comunque se non passa la responsabilità civile del magistrato salta tutto”), il quadro delle difficoltà sul tappeto appare in tutta la sua evidenza. Anche il PD pone i suoi paletti: approvare sì la riforma del mercato del lavoro entro il 28 giugno, “a patto”, dicono i responsabili del partito, “che il governo vari un decreto legge per risolvere la questione esodati”. In sintesi: il PdL tentenna, e dà sfogo alle intemerate di una Santanché; il PD propone una sorta di scambio.
L’altro nodo è la riforma elettorale. I tempi sono stretti: tre settimane per cambiarla. Bersani, nel corso della direzione del PD dell’8 giugno, aveva ricevuto un mandato pieno per trattare i termini della questione con PdL e UdC. Luciano Violante è partito dal sistema tedesco e fabbricato una “bozza” che prevede l’85 per cento dei seggi assegnati almeno per metà con collegi uninominali, gli altri attraverso il sistema di liste proporzionali; uno sbarramento di almeno il 5 per cento; il restante del 15 seggi come “premio” alla lista vincitrice. Poi c’è stato l’uragano delle elezioni amministrative, e i mal di pancia si sono infittiti. Ora siamo al PD che propone “il 70 per cento di eletti nei collegi e il 30 per cento tramite liste per dare più peso alla scelta diretta degli elettori”; mentre il PdL, e segnatamente quella parte ex Alleanza Nazionale, vorrebbe una esatta divisione: 50 per cento nei collegi, 50 per cento tramite liste.
E’ legittimo il sospetto che sia solo melina, manovre dilatorie, per lasciare tutto com’è, magari varando “solo” uno sbarramento elettorale del 5 per cento: illudendosi così di tamponare la vistosa erosione di consenso e fiducia e di conseguenza voti. Per non dire della questione che al momento ricordano solo Marco Pannella e i radicali: e cioè che si cambierebbero le regole del “gioco” alla vigilia del suo svolgimento. L’Unione Europea ha sanzionato la Bulgaria per aver mutato la legge elettorale a ridosso di una consultazione; la stessa cosa accadrebbe inevitabilmente con l’Italia. Troveranno comunque il modo per rifilarci l’ennesima fregatura. Come diceva un vecchio film con Catherine Spaak e Claudia Cardinale: “Certo, certissimo, anzi probabile”.
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