Direttore Valter Vecellio. 3 ore 5 min fa
Valter Vecellio

La quotidiana tragedia nelle carceri italiane. Dall’OPG gli internati finiscono in cella. A Lecce prigione senza detenuti

22-06-2012

Il dato è aggiornato al 19 giugno 2012, comunicato alla presentazione del protocollo tra Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria e l’Associazione dei comuni italiani per quel che riguarda un possibile utilizzo di detenuti per lavori socialmente utili: nelle carceri del nostro paese sono stipati 42.631 i detenuti con cittadinanza italiana; 23.963 gli stranieri. I condannati sono 38.728, mentre gli imputati sono 26.430. Sempre dai dati del DAP si ricava che 10.017 detenuti sono in affidamento in prova; 846 beneficiano del regime di semilibertà; e 9.067 scontano la pena in regime di detenzione domiciliare. Quei 26mila e più detenuti in attesa di processo sono la conferma che la carcerazione preventiva si è trasformata: da misura eccezionale a prassi, con buona pace della Costituzione, secondo la quale l’innocenza di un cittadino si presume fino al terzo grado.

Altre cifre che, nel loro arido linguaggio, sono senz’altro più eloquenti di qualsiasi dichiarazione di principio: oltre mille detenuti sono morti negli ultimi dieci anni. E dall’inizio dell’anno si registrano venticinque suicidi in cella. Numeri che sono la spia di un’immane tragedia che si consuma quotidianamente nelle carceri italiane. Soprattutto in prossimità dell’estate la questione delle gravi condizioni in cui versano gli istituti penitenziari conquista qualche pagina di cronaca. Ma nei “palazzi” del potere si continua a far poco o niente per risolvere annose questioni concernenti la giustizia e i servizi che lo Stato dovrebbe garantire ai carcerati.

I dati che seguono sono da una parte forniti dal Ministero della Giustizia; dall’altra si ricavano da quelli raccolti dal Centro Studi di “Ristretti Orizzonti”. Quadro a dir poco inquietante: solo quest’anno sono morti 75 detenuti, di cui 25 suicidi (senza contare i diversi tentativi di suicidio sventati). I motivi per cui un detenuto decide di farla finita sono molteplici, e spesso difficili da indagare. Gli operatori ritengono tuttavia che uno, con maggiore incidenza su altri, è costituito dal trattamento delle malattie invalidanti all’interno delle carceri italiane: accade infatti che detenuti affetti da infermità siano tenuti nello stesso reparto; cosicché allo sconforto di cui è preda chi deve scontare la pena si aggiunge quello della sofferenza dei compagni di cella con cui ci si specchia quotidianamente; e la consapevolezza che quello che tocca oggi a uno, può toccare a chiunque domani. Altro fattore “destabilizzante” la mancanza di prospettive dei carcerati: molti si tolgono la vita a causa della eccessiva lunghezza dei processi, che durano anni prima di arrivare a una sentenza definitiva. Accade che persone totalmente innocenti siano detenute per un tempo irragionevole e decidano di farla finita, marchiati dalla società come “colpevoli” solo per aver ricevuto un avviso di garanzia o sentenze non definitive.
L’assenza di un’organizzazione che miri a rieducare il detenuto porta spesso a compiere l’insano gesto del suicidio o in prossimità della scarcerazione - per paura di affrontare un mondo a cui non si è più abituati - o nei giorni immediatamente successivi all’arrivo nella casa circondariale. Una situazione resa ancora più grave e difficoltosa per la carenza di personale medico e di altri importanti professionisti come psicologi ed educatori: impossibile garantire la necessaria assistenza a detenuti, molti dei quali alle prese con disturbi psichici o affetti da seri problemi di tossicodipendenza che andrebbero trattati in appositi centri specialistici.

Giornalista professionista, attualmente lavora in RAI. Dirige il giornale telematico «Notizie Radicali», è iscritto al Partito Radicale dal 1972, è stato componente del Comitato Nazionale, della Direzione, della Segreteria Nazionale.

Ancora numeri: lo scorso anno i morti in carcere sono stati 186, ben 66 sono suicidi. L’età media di chi ha deciso di togliersi la vita in cella è di poco inferiore ai 38 anni. A suicidarsi, soprattutto tramite l’impiccagione (44) e l’inalazione di gas butano (12) sono stati in stragrande maggioranza uomini (64) e solo due donne. I detenuti suicidi nel 2011 sono stati più italiani (45) che stranieri (21), la gran parte condannata in via definitiva (28) o ancora in attesa di primo giudizio (27).

Abbiamo detto prima che gli inquilini dei “palazzi” del potere si assiste inermi e indifferenti. Quando poi si fa qualcosa, vien da chiedersi se il non far nulla non sia meglio. Per esempio, che gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari siano una barbarie da chiudere ed eliminare, non si discute. Ma se si risolve il problema degli internati dell’OPG di Aversa trasferendoli nelle carceri di Santa Maria Capua Vetere e in quello di Pozzuoli, non è certo esagerato dire che si finisce dalla padella alla brace. Per molti dei ricoverati psichiatrici non è prevista alcuna struttura alternativa, ed entreranno così in quei veri e propri gironi infernali che sono le carceri sovraffollate; e non avranno alcuna cura, saranno abbandonati a loro stessi. E qui la domanda sorge spontanea: se gli internati dell’Opg sono stati giudicati malati e posti in una struttura diversa dal carcere comune, come mai oggi diventano improvvisamente capaci di inserirsi nella vita carceraria? Quando è stata fatta la forzatura, quando sono stati trattenuti nell’Opg perché infermi di mente, oppure oggi che vengono, senza alcun passaggio intermedio, catapultati nella difficile realtà carceraria?

Ora quello che è un vero e proprio paradosso. Nel settembre 2007, con un’ordinanza ministeriale, si mise la parola fine alla vergogna del carcere-lager minorile di Lecce: per “interventi di manutenzione”. Chiusa la struttura, nove agenti di polizia penitenziaria accusati di vessazioni e soprusi a danno dei detenuti, rinviati a giudizio. Cinque anni dopo l’ex comandante degli agenti è stato condannato dal tribunale di Lecce a un anno di reclusione; l’istituto, destituito di funzioni e vuoto di minori, è luogo di lavoro per circa trenta dipendenti di giustizia minorile: una dozzina di addetti del personale civile, 17-18 agenti di polizia penitenziaria... Detenuti? Nessuno. Naturalmente tutto questo ha un costo.Per il personale si tratta di emolumenti che comprendono “voci” come: festivi, notturni, straordinari. In totale circa un milione di euro al mese, a carico del ministero della Giustizia, comprese le spese per far fronte alle forniture dei servizi, e per tenere in piedi una struttura fantasma. “I primi a sentirsi mortificati di questa situazione incomprensibile sono gli stessi agenti di custodia - dice Giuseppe Sardone, responsabile regionale del Sappe sindacato autonomo di polizia penitenziaria. “Il minorile di Lecce doveva riaprire come istituto penale alla luce delle esigenze regionali già dopo un anno, ma i lavori di manutenzione adeguati a un regolare funzionamento si sono prolungati. Si aspettava la consegna entro il corrente anno: disattesa anche quest’ultima. Nella struttura intanto tutto resta immobile con sprechi che si protraggono per inerzia. Il fatto vero è che la destinazione d’uso è ancora lontana dall’essere individuata. Di sicuro non ha alcun senso mantenere agenti di polizia e personale civile in un carcere svuotato di funzioni, lavoratori insomma che potrebbero essere indirizzati là dove c’è necessità, e le emergenze non mancano”.

A pochi chilometri da Lecce, il penitenziario Borgo San Nicola: letteralmente esplode per per l’inumana concentrazione di detenuti, e per la carenza d’organico per quanto riguarda la sorveglianza. “Tutto questo lo abbiamo denunciato ripetutamente ai vari livelli - continua Sardone - proponendo il cambio di funzione per l’istituto leccese minorile. Abbiamo ricevuto soltanto periodiche risposte evasive”.

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