“Nessuno mi ascoltava e continuavo a soffrire”
Nel dibattito sull’iniziativa politica radicale, sempre poco pubblico, di un’amnistia scorgo una
strana confusione; una sorta di sensazione di vedere nel dritto il rovescio e viceversa. Mi spiego. L’amnistia viene percepita, da molti, come una resa dello Stato di diritto e all’obbligo che a esso incombe di garantire la legalità.
Se pure, come paradigma, accettassimo questa interpretazione, che comunque considero errata, ma che è tuttavia presente e radicata nell’opinione pubblica, corre l’obbligo di una semplice osservazione. Considerare e credere che l’amnistia sia la resa dello Stato di diritto mi fa sorge il dubbio, rectius la certezza, che chi sostiene ciò stia parlando, questa volta si con una precisione chirurgica, invece che dell’amnistia, della realtà del nostro Stato.
Ragionando in termini di attualità, si potrebbe pensare, lo Stato italiano ha o non ha rinunciato al suo dovere di essere Stato di diritto e garantire la legalità? Se i fatti non sono delle opinioni, la sistematica violazione delle norme che disciplinano i diritti dell’uomo, con le condanne della Corte di Strasburgo sullo sfondo, non sono la prova dell’abdicazione dalla propria funzione di garantire diritto e diritti?
Se così è, l’amnistia non è ne la causa ne l’effetto di questa triste realtà ma semmai una opportuna e ragionevole iniziativa di soluzione, inserendosi come rimedio all’attuale situazione, grave e insostenibile, di “flagranza di reato”, per produrre un proficuo esito che semmai è volto non a negare diritti ma ad affermarli nuovamente. Il tema della giustizia, come è noto, è stato e continua ad essere parte della storia dell’umanità e della nostra quotidiana vita. Se diamo un poco di attenzione alle cose che ci circondano, come silenziosi testimoni, anche i nostri luoghi dalle piazze alle strade alle carceri nelle nostre case, ci possono parlare di giustizia resa e negata.
Parlano anche le nostre preziose biblioteche che raccolgono in raffinati tomi le sagge riflessioni di illustri filosofi, politici, magistrati, intellettuali che nell’arco del tempo hanno costruito concetti, cercato soluzioni di sistema e dato concreta applicazione a una delle eterne domande dell’uomo: cos’è la giustizia. Una risposta che è riuscita a rimanermi impressa sono arrivato a coglierla da chi giustiziato dallo Stato ha cercato di esprimerla semplicemente col suo sentire interiore dentro le anguste quattro mura.
Parlo dei detenuti che ci forniscono, se ascoltati, parole e gesti di civiltà. La giustizia, secondo E. L. è una equilibrata e delicata proporzione e così scrive in una sua poesia: “Nel silenzio della notte, pensavo… andavo alla ricerca delle mie colpe... e per quanto cercassi di essere giusto non riuscivo a confessarne di così grosse colpe e continuavo a ripetermi di non essere colpevole nella misura in cui ero stato colpito! Ma parlavo con me stesso, nessuno mi ascoltava e continuavo a soffrire! E continuavo a chiedermi perché soffrissi cosi forte!”.
Ebbene, nel paradosso più assurdo, se lo Stato, quello di diritto e legalità, fosse una persona, dovrebbe sentire queste silenziose voci ricche di profonda umanità e comportarsi di conseguenza.
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