La quotidiana “lezione” di Pannella. Ministro Severino, se ci sei, batti un colpo…
E’ azzardato dire che Marco Pannella sia – in particolare in questi ultimi anni – una sorta di “vigilante”, quella sentinella che anche nel buio della notte più buia, quando magari si può cedere alla tentazione di mollare tutto, perchè tutto sembra inutile, sa trovare la parola che infonde ragionevole speranza, e indica una possibile navigazione in un mare infido e per nulla rassicurante?
Pannella e in questi giorni, e altri con lui, è solo impegnato in una lotta nonviolenta, il satyagraha: fatto che diventa “non-notizia” solo perché è lui a incarnare questa iniziativa; una lotta difficile, silenziata, ostentamente ignorata anche guadagna e registra importanti, straordinarie adesioni e manifestazioni di “amicizia” e sostegno: non è solo Pannella a essere censurato nelle sue iniziative e istanze; è ormai l’intera comunità penitenziaria: sono censurati i detenuti quando conducono una straordinaria lotta nonviolenta, che non è esagerato accostare a quelle imponenti che seppero organizzare Martin Luther King o Cesar Chavez, quando in California organizzò il boicottaggio dell’uva per i diritti dei chicanos. Sono censurati loro e le ragioni della loro lotta.
Pannella è impegnato da tempo anche nel salvaguardare, raccontando instancabile, quella che all’apparenza può sembrare una noiosa ossessione: l’altra, nostra, storia, che abbiamo vissuto e tuttavia si rischia di smarrirne memoria, una storia che nessuno racconta, e che va salvata, a costo di essere e fare come i protagonisti del “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury. E’ la storia terribile e ammonitrice di un “milite del fuoco”, chiamato in un futuro che forse non è poi più tanto futuro, a bruciare con getti di kerosene biblioteche ma anche persone considerati come residui di una barbarie, resti pericolosi di una concezione eversiva della vita in quanto tale. Montag e i suoi trafugano e mandano a memoria un libro dietro l’altro, e riescono così a sottrarsi allo sfacelo che sembra ineluttabile, e assieme a un piccolo gruppo di scienziati e umanisti rifugiatisi nelle foreste hanno il compito-missione di impedire il totale annichilimento della vita.
Il racconto di Pannella ogni volta che si snoda, si arricchisce di qualche nuovo capitolo: essenziale nella comprensione di quello che è stato, perché, e come…“. E’ un “vecchio”, ma sempre nuovo racconto, che chiede ed esige attenzione. C’è una profondità e una complessità rara, ed insieme è di semplice, “facile” lettura, “cose” che sono lì, attendono solo di essere “viste”, comprese nella loro successione, nel concatenarsi dei singoli fatti che si saldano uno con l’altro.
Mettiamola così: Pannella in questa operazione di “narrazione”, operazione tutta politica, è esattamente l’opposto di quello che a una valutazione superficiale può sembrare. Non si attarda certo a rimpiangere il passato di ieri e non è questo che ci chiede, quando lo evoca, lo ricorda, lo “racconta”: piuttosto si immerge nella “notte” di ieri con l’animo appunto della sentinella, per scongiurare che la nottata prosegua, perché intuisce l’alba prossima. E non è impegnato oggi in quella stessa operazione che vide impegnati trenta, quarant’anni fa i radicali di allora: indicare i tradimenti, le abiure, le “revisioni”, ma anche i legami tra morale e politica, i drammi personali, di quelli che allora erano i comunisti, la sinistra, con lo stesso rigore di oggi, nei confronti dei post-comunisti e della sinistra che sappiamo e conosciamo.
Il 7 luglio 1951 su “Il Mondo” di Mario Pannunzio , Nicolo’ Carandini firmava un editoriale che sembra scritto oggi per l’oggi. Parlava dei “radicali…esposti ai quattro venti, avversati dagli avversari, investiti prima con le buone poi con le pessime maniere dai parenti indispettiti affacciati alle pareti di casa, additati come disturbatori delle coscienze e cercatori di risse ad una opinione benpensante”.
Val la pena di ricordarlo a quanti sostengono che i radicali di oggi sono esagerati, e Pannella eccessivo, irritante, che “buoni” erano quelli di “ieri”. I radicali “buoni” sono sempre quelli di “ieri”.
Vale la pena anche di ricordare a quanto scriveva domenica scorsa Rosaria Capacchione su “Il Mattino” di Napoli: “Ingiuste detenzioni, record di risarcimenti: uno su dieci. Nel distretto di Napoli ogni giorno depositata una richiesta di danni. A Salerno sono tre al mese”.
Il quadro che emerge è impietoso: gli italiani non si fidano dei loro giudici, delle sentenze, delle modalità di espiazione della pena; e non si può dar loro torto. Gli errori giudiziari sono costati allo Stato (cioè alla collettività, a tutti noi), nel solo 2011, 46 milioni di euro. In media ogni anno si celebrano 2.369 procedimenti per ingiusta detenzione o errore giudiziario, e il record (di assoluzioni e risarcimenti) appartiene alla Corte di Appello di Napoli: 9,53 per cento del totale. Ottomila le richieste di risarcimento presentate negli ultimi dieci anni (un terzo delle quali accolte), 213 milioni liquidati tra il 2004 e il 2007. E ventimila errori giudiziari nello stesso quadriennio.
Più in generale: al 31 maggio 2012, delle 144.650 cause pendenti dinanzi alla Corte di Strasburgo, 14.150 provenivano dal nostro Paese. Solo la Russia e la Turchia stanno peggio, rispettivamente con 35.350 (24,4 per cento) e 17.150 (11,9 per cento) ricorsi.
Ma nella mala-giustizia non c’è solo il carcere. Ci sono anche i processi che finiscono con un’assoluzione. Secondo l’Euripes, sono il 20 per cento. I dati relativi al 2007, ultimo anno di cui sono disponibili le statistiche ragionate, indicano che nel distretto napoletano a quell’epoca c’erano 497 procedimenti pendenti per risarcire ingiuste detenzioni, dei quali 335 iscritti a ruolo in quello stesso anno: 1,36 persone al giorno, dunque, sono state arrestate e processate ingiustamente. Per arrivare al totale di Napoli si devono sommare tutti i procedimenti pendenti presso le Corti di appello di Roma, Milano, Torino, Palermo, Firenze, Genova, Catania, Bologna, Potenza, Cagliari e Trento.
Ancora più allarmante il dato regionale della Campania: a quelli di Napoli vanno aggiunti i dati del distretto di Corte di appello di Salerno, con 42 procedimenti pendenti e 37 nuove iscrizioni. Il caso-Napoli rappresenta però solo la punta dell’iceberg. Bari, ad esempio, conta 382 procedimenti per ingiusta detenzione, Catanzaro 246. Seguono Lecce (194), Reggio Calabria (179), Messina (144), Roma (135), Palermo (69). Numeri che potrebbero essere maggiori se la legge non avesse imposto un tempo di prescrizione brevissimo: il risarcimento può essere chiesto entro e non oltre i due anni dalla sentenza liberatoria. In pratica, neppure il tempo di respirare di nuovo l’aria della libertà e di riprendere i fili della propria esistenza. Un’ingiustizia nell’ingiustizia.
Sono le cose che Marco Pannella e i radicali dicono purtroppo inascoltati da anni. Ministro della Giustizia Paola Severino, se ci sei, batti un colpo.
va.vecellio@gmail.com
Sullo stesso argomento
Ricevi via email
Scelti da voi
- Most:
- Google analytics
- Rita Levi Montalcini: una donna al servizio della scienza e della conoscenza come democrazia (214 volte)
- “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo: la crisi dell’uomo contemporaneo di fronte alla consapevolezza di se stesso, dei suoi limiti (176 volte)
- Droga. Perché legalizzare (95 volte)
- Enzo Tortora. Referendum, perché non sia un’illusione. Ciao, Ferdinando (71 volte)
- Sette proposte (semi-serie) contro il muro della disinformazione (65 volte)
- “Il fu Mattia Pascal”: la contraddizione tra l’essere e l’apparire, tema caro a Pirandello (64 volte)
- Lettera aperta al direttore del “Foglio”, Giuliano Ferrara (49 volte)
- Le radici profonde delle rivolte in Turchia (41 volte)
- Quattro anni di ritardi e decine di morti per non dire “avete ragione” (35 volte)
- Il “Manifesto capitalista” di Zingales. Parlare all’America perché l’Italia intenda (29 volte)
