Direttore Valter Vecellio. 20 ore 12 min fa
Valter Vecellio

Dal suicidio di un assistente di polizia penitenziaria al furto di tre euro di formaggio. Da Busto Arsizio, Palmi, Reggio Emilia, Catania, Trento

05-07-2012

Cinque “non notizie” che i giornali, quando va bene, relegheranno i piccoli “francobolli”, quelli che servono per riempire la pagina e colmare il “buco” bianco lasciato da altri più “importanti” e meritevoli articoli con notizie “bla-bla”.

Busto Arsizio, la prima “non notizia”. Un assistente capo della Polizia penitenziaria, Gianfranco Mura di 37 anni, si uccide sparandosi con la propria pistola di ordinanza. Mura prestava servizio presso il Nucleo Traduzioni e Piantonamenti della Casa Circondariale di Busto Arsizio e stava fruendo di un periodo di ferie nella sua regione di origine, la Sardegna. Il corpo dell'assistente capo è stato rinvenuto a bordo della nave traghetto, che da Genova lo aveva portato ad Olbia.
Il segretario generale della Uil-Pa Penitenziari Eugenio Sarno ci ricorda che cinque suicidi in sei mesi e una novantina negli ultimi dieci anni da parte di baschi blu dovrebbero ingenerare profonde riflessioni sul male oscuro che attraversa il Corpo di Polizia Penitenziaria".
Donato Capece, segretario di un altro sindacato degli agenti della polizia penitenziaria, il SAPPE, osserva che “proprio il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria accertò che i suicidi di appartenenti alla polizia penitenziaria, benché verosimilmente indotti dalle ragioni più varie e comunque strettamente personali, sono in taluni casi le manifestazioni più drammatiche e dolorose di un disagio derivante da un lavoro difficile e carico di tensioni. Ma non è stato in grado di predisporre alcun intervento concreto risolutivo".
Anche Capece ricorda i precedenti episodi: "In pochissimi mesi abbiamo avuto colleghi suicidi a Trapani, Formia, San Vito al Tagliamento, Battipaglia, Torino, Mamone Lodè, Caltagirone e Viterbo. E dal 2000 ad oggi sono stati circa 100 i poliziotti penitenziari che si sono uccisi, un direttore di istituto (Armida Miserere, nel 2003 a Sulmona) e un dirigente regionale (Paolino Quattrone, nel 2010 a Cosenza). Come ci possono sottovalutare queste tragedie?".

Giornalista professionista, attualmente lavora in RAI. Dirige il giornale telematico «Notizie Radicali», è iscritto al Partito Radicale dal 1972, è stato componente del Comitato Nazionale, della Direzione, della Segreteria Nazionale.

Seconda “non notizia”, da Palmi. Il giudice per le indagini preliminari ha deciso di riaprire il caso di Giovanni Lorusso, morto suicida nel carcere di Palmi il 17 novembre del 2009. "A fine maggio – racconta l’avvocato Martina Montanari, che rappresenta i familiari di Lorusso - il gip di Palmi ha accolto le nostre tesi e pur disponendo l'archiviazione del procedimento nei confronti dei due agenti di polizia penitenziaria ha deciso la prosecuzione delle indagini disponendo nuovi approfondimenti tecnici". Per il legale vi sono delle responsabilità da appurare nei confronti del direttore del carcere, dei medici della struttura e quindi "in questo caso deve essere chiamato in causa anche lo Stato".
Lorusso quando si tolse la vita, usando il gas del fornellino da cucina in dotazione nella cella in cui era rinchiuso, era già stato formalmente scarcerato con la concessione dei domiciliari, ma l'ordinanza emessa dalla Corte di Appello di Bologna, non gli era stata comunicata. "Va meglio chiarita - scrive il gip di Palmi riaprendo l'indagine - la ragione per cui l'ordinanza concessiva degli arresti domiciliari trasmessa alla Cc di Palmi nel pomeriggio del 16 novembre non sia stata comunicata nella giornata del 17 novembre: non solo nei confronti del detenuto ma anche nei confronti del personale sanitario deputato alla sorveglianza medica del detenuto". Il gip rimette l'attenzione anche sulle condizioni cliniche di Lorusso al momento dell' ingresso nel carcere di Palmi: quarantunenne di Bari, era stato condannato a Rimini nell'agosto 2008 per il furto di uno zaino in spiaggia: 4 anni e 5 mesi di pena. Due settimane prima del suicidio era stato trasferito dal carcere di Ariano Irpino a quello di Palmi, dopo aver lamentato nei colloqui con i propri familiari di essere stato maltrattato all'interno del precedente istituto che lo ospitava, mentre a Rimini era rimasto solo i primi mesi. La Procura della Repubblica di Palmi aveva aperto un'inchiesta per accertare eventuali responsabilità connesse alla morte, il Pm ne aveva chiesto l' archiviazione ma la famiglia di Lorusso si era opposta.

Terza “non notizia”, da Reggio Emilia. Tra meno di un anno l’OPG di Reggio Emilia dovrà chiudere, ma ospita ancora oltre 200 detenuti. È il quadro che emerge dalla relazione sulla situazione carceraria in Emilia-Romagna, presentata alla commissione Politiche sociali della Regione. “Negli anni c’è stato un uso improprio dell’Opg”, denuncia la presidente della commissione, Monica Donini: all’Ospedale Psichiatrico Giudiziario non venivano mandati solo i colpevoli di reato giudicati incapaci di intendere e di volere, ma anche “ogni detenuto che dava segnali di un ipotetico disturbo psichico veniva subito mandato all’Opg che ha il problema del sovraffollamento e del garantire le cure adeguate”.
Per mettere un freno ai cosiddetti “ingressi indiretti” all’Opg, la Regione ha creato mini-equipe psichiatriche in ogni penitenziario (organizzando anche un corso di formazione a cui partecipano una cinquantina di professionisti) e ha rafforzato il reparto di osservazione psichiatrica di Piacenza. Inoltre, si legge nella relazione, è stato costituito “un gruppo di lavoro tecnico - scientifico regionale, interistituzionale, con il compito di elaborare un programma operativo di prevenzione del rischio autolesivo e suicidario in carcere e nei servizi minorili”. Al momento del passaggio sotto il Servizio sanitario regionale, l’Opg di Reggio Emilia “presentava di numerose e gravi criticità - si legge nella relazione - la più preoccupante delle quali rappresentata dal sovraffollamento”.

Quarta “non notizia”: una lettera che arriva dal carcere di Catania. Titolo: “Se arrivi di notte dormi sui tavolini... acqua razionata, quella calda solo per un'ora”.
Si tratta di sette pagine scritte a mano. Ne riferisce il quotidiano locale, “La Sicilia”: “Le informazioni che gli organi competenti riferiscono - scrive l'autore della lettera - fanno sembrare il carcere più un convitto che non l'inferno che è in realtà. Chi arriva in carcere dopo varie operazioni di identificazione e perquisizione, se arriva di notte viene portato in una delle celle sovraffollate, senza materasso e senza coperta perché custoditi in altri reparti diversi dal magazzino dove vengono depositati gli oggetti e i documenti personali. Ovviamente tale reparto di notte è chiuso e quindi il nuovo arrivato, deve dormire sui tavolini, oppure stare seduto su uno sgabello di legno in attesa del giorno seguente".
Condizioni igienico-sanitarie da "Terzo mondo - riferisce ancora la stessa persona che ha scritto - Inoltre "se stiamo male a causa della carenza di medici, sono gli infermieri che per primi si prendono la responsabilità di fare la diagnosi".
La lettera continua dicendo: "Nella nostra isola felice che è il carcere di Piazza Lanza, la mattina alle ore 6,30/45 il "porta vitto" divide il latte, non si capisce in che percentuale latte e quanta acqua, poco meno di un bicchiere a detenuto se sei fortunato. Intorno alle ore 8,00/8,30 inizia la conta dei detenuti. Quando passano dalle celle, il capoposto (così viene chiamato l'assistente che ha la responsabilità della sezione in quel turno meridiano) chiede se ci sono problemi o se qualcuno desidera parlare con qualcuno e tutto viene annotato su un foglio, ma questo non ha nulla a che vedere con le famose "domandine" di richiesta che vengono compilate per richiedere un colloquio (con educatore, psicologo, psichiatra, ispettore, comandante) ed eccoti catapultato nel gioco della "ruota della fortuna".
Alle 9,00 circa, ma spesso siccome le sezioni da aprire sono tre anche alle 9,30 c'è l'ora d'aria. In un cortile di poco meno di 90/100 metri quadrati, vengono ammassati i detenuti di una sezione (non meno di 50/60 usufruiscono delle ore d'aria...che fortunati che siamo, abbiamo persino un calcio balilla e neppure una panca per sederci. Solo in piedi, a fare avanti e indietro, come al luna park e ti senti all'autoscontro. Chi è "eletto" frequenta i corsi, Piazza Lanza fa anche di questi miracoli...
Alle 9,50 chi resta in cella per ricevere il vitto (si fa a turni fra i detenuti) ha ricevuto quasi tutto, tranne la pasta che arriva alle 11 e che con buona pace di chi è al corso, ai colloqui o a scuola, verrà mangiata fredda.
"Acqua? nella generalità dei casi viene acquistata da noi detenuti e quella che passa l'Istituto è razionata durante il giorno e chiusa la notte, cosicché nelle celle sovraffollate, dobbiamo andare in bagno dalle 7 alle 9, dalle 11,30 alle 13, dalle 15 alle 17, dalle 21 alle 23. Dopodiché l'acqua è chiusa e nelle ore in cui c'è l'acqua abbiamo 1 ora o poco più per fare la doccia calda
Ci piacerebbe conoscere la verità, anche perché i residenti in zona non hanno problemi di disservizi da arte della Sidra. Il pomeriggio alle 15,30 cominciano i corsi per i pochi fortunati che li possono frequentare (arazzi siciliani, traduttore di testi per ipovedenti e Braille, elettricisti) una piccola goccia nel deserto". In tutta questa disumanità, riferisce ancora il detenuto, "occorre però non dimenticare l'operato degli educatori, degli psicologi, degli psichiatri, che lottano giornalmente contro una montagna difficile da scalare, se non impossibile".

L’ultima “non notizia”, della serie: “La legge è la legge”, viene da Trento. Farebbe sorridere, sorriso amaro se si pensa che per un pezzo di formaggio una quantità di persone sono state distolte da compiti e incombenze più importanti e si fa un rapido calcolo di quanto costa questo modo miope di amministrare la legge.
Otto mesi fa un giovane marocchino entra in un supermercato di Trento. Secondo il rapporto steso dagli agenti di polizia, acquista dei generi alimentari, e giunto alla cassa li paga regolarmente. Tutti meno una confezione di formaggio di pochi euro. Quella confezione la nasconde sotto la giacca. “Operazione” che tuttavia viene notata dal personale del supermercato, che avverte la polizia. Il giocane marocchino, una volta scoperto, aveva consegnato spontaneamente il formaggio, la cosa poteva concludersi lì, invece no. Il verbale della polizia fa il suo corso, e otto mesi dopo arriva sul tavolo del magistrato. L’udienza del processo per furto di formaggio è fissata per lunedì prossimo.
Il valore della merce rubata (e recuperata integra) è di poco più di tre euro. Quanto costa invece tutto il meccanismo che da quell’episodio si è posto in essere? Sempre che la storia lunedì in qualche modo si concluda (e non è detto).

 

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