Quando anche “Il Sole 24 ore” non illumina, ma disorienta
Era stata una grandinata su tutti gli organi di stampa: “Fermare la fuga dei cervelli”, dei ricercatori! Oggi, 9 Luglio, in prima pagina, piazzato in posizione mediana e presentato come rubrica su “i paradossi dell'occupazione”, ci viene servito uno stimolante pezzo a firma Francesca Barbieri dal titolo: “Il posto dei laureati? Sempre più diverso dagli studi”. Ogni paradosso denunziato come tale e spiegato ai lettori è un dono prezioso fatto alla formazione ed alla coscienza del cittadino/lettore. Quindi, eccoci, quasi d'impulso, proiettati nel testo ,ansiosi di poterlo scoprire.
Il contenuto fa riferimento ad una relazione inversa da quella che è assiomaticamente assunta e scontata come naturale ed è oggetto di interessante riflessione “come notizia“ (del genere del morso dell'uomo ad un cane). In sintesi, da parte del centro studi Datagiovani del giornale che ce la propone si rileva, con un certo tono di sorpreso e d'imbarazzato disagio, che fra il tipo ed il livello di studi raggiunto e la probabilità di poterli tradurre in occupazione, e peggio se in una collocazione sociale ad essi corrispondente, non esiste una correlazione se non inversa: si è degli “overeducated , mismatched”, in Italia, ben più frequentemente che nei Paesi a noi confrontabili; vale a dire che il livello e la qualità dell'occupazione raggiungibile è molto spesso ben al di sotto di quella prospettata dal proprio curriculum. Ma qui si ferma la notizia, per dar luogo ad una vera e propria petizione di pregiudizi assunti anche se inespressi, in forma e forza, di verità incontestabili; appunto assiomaticamente.
Rinviando alla pag. 5 per l'esame puntuale delle percentuali di scollamento fra occupazione e formazione, rigorosamente suddivise per genere e tipologia di studi/occupazioni, è, a mio avviso oltremodo interessante “l'analisi” di Carlo Dell'Aringa che conclude, in un articolo che ne occupa tutto il lato destro, le informazioni relative corredate da cifre e percentuali ben articolate e meglio rappresentate, con un giudizio definitivo: ”equazione al ribasso tra investimenti e rendimenti”.
Ed eccola” finanziarizzata”, come si confà ad un giornale economico, la questione: l'investimento in competenza è un investimento spesso sbagliato, statisticamente infruttifero , sempre inadeguato e comunque solo occasionalmente conveniente; soprattutto troppi laureati umaniste pochi i tecnici! E' un'affermazione che può anche essere accettata (ma “il valore legale del titolo di studio” non c'entrerà qualcosa?) Purchè, però, soprattutto siano rese esplicite le premesse concettuali ed i valori culturali su cui si regge “il paradosso” (che risulta tale in quanto a quelli non si attaglia). E quali, dunque?”. Con la disperazione dei giovani laureati che, legittimamente, considerano che lo stipendio valga più della soddisfazione professionale”, la standardizzazione di ciascuno a pura forza-lavoro (anche se “qualificatissima”), genericamente destinabile ad ogni campo d'attività e di pensiero, magari, per di più con degli apporti culturali degli”iper-riformati” per i quali ciascuno è sovrumanamente teso al superamento della sua prova terrena che annunzia quella decisiva, per l'eternità, in cui saranno conteggiati quali titoli di valutazione, gli sforzi e le sofferenze , le privazioni e le rinunce piuttosto delle conquiste e delle sfrenate soddisfazioni dei successi o anche delle perversioni da rinunzia. Con essa, la mercificazione di ogni bene anche immateriale e la sua valorizzazione in corrispettivi di scambio monetari (sotto forma di carriera, stipendio, sicurezza....). Ed anche che l'attesa impaziente del posto adatto a sè e degno del proprio investimento sia invece una “pretesa plausibile” negata dall'ingiustizia sociale che vorrebbe estesi a tutto “i beni comuni”; la cui non realizzazione si muta in denunzia di truffa politica ed in corrispondente inguaribile disagio, personale e sociale. C'è “un'aria di revenche che spira da Est e da Sud più che da Nord-Ovest ; di caserme e collegi e sotto sotto, di antichi licei classici da ceto dominante, o di esclusivi cenobi il cui accesso è regolato dal rango della nascita più che da ogni altro elemento di merito aggiunto. Traspaiono, quasi in diafane sinopie, le insegne delle farmacie del vecchio centro e le piastre d'ottone degli studi professionali dai nomi storici, delle corporazioni... Da qui, proprio attraverso la mancata esplicitazione di valori ”tradizionali”, sottesi ma scambiati con altrettanti assiomatici e “moderni “, si compie il “disorientamento”; e proprio con una serie di articolo dall'intenzione “orientativa”.
Ci vien appena risparmiata la funzione della pianificazione/programmazione integrata scuola/impresa, E mi ritorna in mente, quasi automaticamente, la distorsione che si fa in Costituzione della corrispondenza fra i diritti del cittadino (al lavoro, alla abitazione ecc. in un mai compiuto welfare totale dalla culla alla tomba) ed i doveri dello stato, in malcelata rivendicazione di beni e servizi comunque ed egualmente “dovuti“; e non in quanto resi alla portata di tutti coloro che siano partecipi di una comune cittadinanza di eguali opportunità, ma “da concedere e procurare a ciascuno in base alla sua specifica qualificazione “a valore legale”; di una laurea, di una specialità, di una carica, di una casata, di un'arte/mestiere.
Non il minimo accenno, invece, alla tragica perdita della propria felicità dovuta all'inscusabile, e complice, incompiutezza autoinflitta del proprio ideale percorso di vita, forse mai neppure imboccato e dal rifiuto della provvidenziale inclinazione che ci connota dalla nascita e che ci indica almeno una direzione. Perdite comunque indennizzabili del mancato riconoscimento del proprio “destino”, non solo sempre riconducibile al burocratico concetto di classe. L'eccellenza, nostro codice qualitativo comune disponibile, all'infinito, per quanti possiamo essere, è esclusa a chi la persegua solo attraverso lo sforzo, così come il solo interesse economico oppure il dovere.
Senza la consapevolezza che la perdita di sé è incommensurabile e non rimediabile, il quadro dei valori di fondo si striminzisce, si immiserisce se esclude la irriducibilità delle ambizioni del singolo. Ed in tale meschinità si costringe il pensier nostro, a ridursi, nei tormenti, piccolo e grazioso come i piedini minuscoli e deformi, ma così apprezzati, delle fanciulle nell'antica Cina.
Non ci rimane che l'invocazione a sant'Ap(im)prenditore e san Sindacato, di non abbandonarci, almeno loro? O è a questo cui si vuol arrivare?
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