Moody's e la politica
Soffia di nuovo violentemente il vento della speculazione e torna ad attizzare il fuoco della crisi e dell’incertezza nazionale. Il declassamento di due gradini (da A3 a Baa2) imposto da Moody’s ai nostri titoli di stato ha fatto sorgere molti sospetti fra i governi europei e gli stessi operatori finanziari. Tempi e modi fanno pensare infatti ad una vera e propria azione contro l’euro e tutta mirata a speculare sull’innalzamento del rendimento del valore dei titoli di Stato. Si tratta di un “giochino” che rende bene ma che, ormai, è stato smascherato pubblicamente se è vero che la procura di Trani ha accusato gli analisti di Moody’s di aggiotaggio e manipolazione del mercato per un report diffuso nel maggio 2010. E’ evidente, però, che le valutazioni negative delle agenzie di rating, al di là della loro effettiva credibilità, finiscono per indebolire la fiducia nelle possibilità di ripresa dell’Italia, un fatto tanto più grave se si pensa che tale giudizio viene dato nel momento del più duro sforzo del governo per risalire la china. Colpi bassi di questo tipo, infatti, possono fiaccare ulteriormente la già flebile fiducia degli italiani di poter rivedere nel 2013 la luce in fondo al tunnel della crisi. Insomma, si stanno facendo sforzi e sacrifici (“sono state adottate misure impressionanti se non addirittura senza precedenti”, ha detto il portavoce del commissario Ue agli affari economici), soprattutto a livello popolare, ma tutto ciò non solo non viene premiato ma, al contrario, sembra eccitare le pulsioni antieuropeiste della speculazione che appaiono indirizzarsi, non a caso, verso il più forte dei Paesi a rischio.
Tuttavia, la sospetta severità di Moody’s non può farci dimenticare che l’Italia continua ad essere considerata in Europa un Paese debole e non credibile, nonostante la ricchezza del suo tessuto industriale e le sue potenzialità economiche. Da una parte, si valuta il rischio dovuto ad un sistema finanziario ritenuto particolarmente esposto ai rischi del contagio default che potrebbe partire dalla Grecia, dall’altra, si osserva l’immagine di un Paese che non ha una classe politica credibile e dunque una leadership in grado di rassicurare i mercati sulla capacità di tornare ad essere competitivo. L’approssimarsi della scadenza della “gestione” Monti, ci piaccia o no, inquieta i famosi mercati perché non si vede all’orizzonte un progetto politico forte e credibile. Ed è questo il nodo per noi più fastidioso messo più o meno indirettamente in luce dal report di Moody’s.
Non esiste, insomma, secondo gli analisti, alcun motivo per sperare che le tradizionali difficoltà del nostro ceto politico ad introdurre riforme in grado di far ripartire l’economia e liberare il Paese dalle mille zavorre che lo portano a fondo, possano sparire dopo la “cura” Monti. Proviamo a “guardarci da fuori” per capire in che modo l’attuale ambiente politico rischia di essere il principale motivo di sfiducia internazionale: non è possibile, nonostante le promesse, arrivare ad un accordo per una seria riforma elettorale; la disaffezione dei cittadini nei confronti della politica è al massimo storico tanto che in pochi mesi il movimento di Grillo è diventato il secondo partito nazionale; tra un anno scadrà il settennato di Napolitano, unica figura istituzionale che riscuote ancora considerazione in patria e all’estero; gli scandali per corruzione e/o rapporti malsani del ceto politico locale e nazionale continuano a occupare le prime pagine dei giornali (ultimo in ordine di tempo, quello di Roma con l’arresto del vicepresidente del consiglio comunale); la burocrazia e la gerontocrazia continuano ad imperversare così come i ritardi nei tempi della giustizia e molto altro si potrebbe elencare. Dulcis in fundo, poi, arriva la notizia che si trasforma nella classica goccia che fa traboccare il vaso: per il centro-destra si ricandida (per la sesta volta) Silvio Berlusconi, il politico più estraneo di tutti al progetto di unificazione europea, colui che, poche settimane fa, aveva auspicato un’uscita dall’euro, quello le cui dimissioni erano state accolte con un sospiro di sollievo da non pochi osservatori internazionali. Può darsi che Moody’s e le altre agenzie di rating non siano esempi cristallini di neutralità e stiano, anzi, esercitando pressioni inaccettabili sull’autonomia delle scelte democratiche di un Paese, ma certo noi facciamo di tutto per favorire questa invasione di campo.
da “Corriere Adriatico”
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