“Avevamo ragione”? No, proprio no
Qualche giorno fa un tizio su facebook ha pubblicato con grande entusiasmo un paio di foto in bianco e nero di manifestazioni degli anni ’70. Grandi striscioni con le scritte “Lotta Continua” e “Potere Operaio” (in quest’ultima immagine, celeberrima, è riconoscibile in prima fila il “cattivo maestro” prof. Toni Negri, che già è tutto dire, ma non voglio adesso aprire questa digressione). Le foto erano accompagnate da una didascalia che recitava più o meno così: è vero, eravamo arroganti, aggressivi, ingenui, idealisti però... “avevamo ragione!”. Personalmente, all’elenco aggiungerei di cuore un altro paio di epiteti più significativi, ma quel che mi preme qui è contestare soprattutto la conclusione: no bello, proprio no. Avevate torto. Torto marcio. Provo a ricordare in proposito giusto un paio di cose.
Lo spirito libertario iniziale, la parte migliore del ’68, è durato poco. Molto presto quella contestazione generazionale, che ha dato nei cambiamenti di costume i suoi frutti più importanti, ha ceduto il passo a un’ideologia totalitaria, il comunismo. Nel corso degli anni Settanta l’egemonia comunista sulla contestazione è stata schiacciante, politicamente e spesso anche fisicamente. Egemonia comunista che si è manifestata nelle sue due versioni, quella ufficiale del PCI filo-sovietico e quella rivoluzionista dei gruppi extraparlamentari filo-cinesi. A fronte di questa banalissima osservazione, pretendere di “avere avuto ragione” significa in qualche modo giustificare o per lo meno dimenticare con disinvoltura il muro di Berlino, i carri armati, i gulag, nel caso del PCI; oppure le atrocità del maoismo, dall’occupazione del Tibet alla c.d. “rivoluzione culturale” fino a piazza Tien An Men, per quanto riguarda i gruppettari. Nell’un caso o nell’altro, è troppo comodo e indulgente definire i supporter più o meno consapevoli di queste atrocità degli “idealisti”. Molto più onesto sarebbe ammettere di non avere mai capito nulla né di capitalismo, né di comunismo, meno che mai di democrazia liberale (che infatti veniva sprezzantemente liquidata come “democrazia borghese”).
Un secondo aspetto, altrettanto importante, sul quale riflettere è la questione della violenza. La contestazione, sin dall’inizio, è stata letteralmente un’orgia di violenza, dapprima ideologica poi verbale infine anche fisica, praticata su larga scala e con estrema durezza da bande organizzate di picchiatori, armati di bastoni e spranghe di ferro, eufemisticamente definite “servizi d’ordine”, che per lunghi anni hanno sistematicamente sottoposto a duri pestaggi gente colpevole solo di pensarla diversamente: fascisti veri o presunti, democratici di vari orientamenti, comunisti e gruppettari di altre sette, anarchici, cittadini qualunque. Se qualcuno pensa che queste sono esagerazioni e che chi scrive ha un’ossessione per queste cose, basta ricordare che parecchie persone hanno perso la vita in questo modo e che molte altre portano tutt’ora sul corpo i segni indelebili di quelle violenze. Non si scherza con queste cose, che non possono e non devono essere dimenticate né minimizzate. Il terrorismo, sia ben chiaro, non c’entra, è venuto dopo. Parlo dell’estremismo del periodo ’68-’77.
Adesso imperversa la crisi finanziaria, il capitalismo attraversa una crisi forse più grave di tutte le precedenti, gruppi di persone avide e incapaci hanno creato disastri immani. Tutto questo, ben vero, non autorizza i ringalluzziti fautori delle ideologie totalitarie ad auto-consolarsi dai propri furori e ad auto-assolversi dalle proprie violenze. Quale che sia il futuro che ci aspetta, il comunismo resta una delle forme più feroci di Stato totalitario mai concepite nella storia dell’umanità. Non averlo compreso per tempo mi pare una responsabilità non trascurabile. A quanti oggi pretenderebbero di “avere avuto ragione”, dunque, concludo ricordando le parole di Adriano Sofri dopo lo scioglimento di Lotta Continua: “Per fortuna abbiamo perso”.
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