Direttore Valter Vecellio. 8 ore 58 min fa
Valter Vecellio

Valanga di ricorsi contro l’Italia a Strasburgo. In carcere un suicidio ogni cinque giorni. L’inferno dei CIE

23-07-2012

Trattamento "inumano e degradante" dei detenuti in carceri sovraffollate e non attrezzate. Se l'Italia non corre ai ripari, questo rischia di diventare prossimamente uno dei più rilevanti motivi di condanna da parte della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, riferisce l’“Ansa” da Strasburgo. E’ la denuncia della “peste italiana” che si fa europea, come da sempre denunciano Marco Pannella e i radicali. Una “non-notizia”, a quanto pare.
"Attualmente pendono alcuni ricorsi, anche se non molti, di detenuti troppo malati per restare in carcere, mentre quelli legati al poco spazio a disposizione in cella sono circa 1.200", dice una fonte ufficiale della Corte. Già ora, a causa delle cattive condizioni di detenzione, la Corte di Strasburgo ha condannato l'Italia quattro volte in quattro anni, ricorda sempre l’“ANSA”. L'ultima martedì scorso, e un'altra volta, condanna definitiva, giovedì: per aver violato l'articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti Umani, che sancisce che nessuno può essere sottoposto a trattamenti inumani e degradanti; con una motivazione che fa amaramente sorridere: l’Italia non sarebbe venuta meno ai suoi obblighi “volontariamente”, ma per "inerzia e mancanza di diligenza". La Corte di Strasburgo in questo modo ha voluto sottolineare, si chiarisce, “le difficoltà e la lentezza finora incontrate dall'Italia a trovare una soluzione al problema carcerario, e che non lasciano ben sperare per il futuro, dato l'altissimo numero di ricorsi pendenti a Strasburgo”.
Simbolico ed emblematico il caso di Franco Scoppola, caso per cui la Corte ha inflitto due delle quattro condanna all'Italia: la prima, arrivata nel giugno del 2008, e la seconda la settimana scorsa, per averlo tenuto in carcere nonostante medici e magistrati avessero appurato che la detenzione gli impediva le necessarie e adeguate cure, e anzi aggravava la sua situazione già pesantemente compromessa. Scoppola doveva essere subito trasferito in una struttura sanitaria adeguata o messo agli arresti domiciliari, ma sono occorsi più di tre anni perché questo accadesse. Da qui la nuova condanna arrivata dalla Corte, che sottolinea come dal 2008, anno della prima sentenza, le autorità italiane non hanno fatto alcun passo formale per dimostrare di aver risolto il problema.

Altro nodo messo in evidenza sia dal caso Scoppola che da quello di un altro detenuto, Salvatore Cara-Damiano, per cui l'Italia ha subito una delle altre condanne, è l'indeguatezza anche di quelle strutture carcerarie in teoria specializzate nella detenzione dei malati gravi come il carcere di Parma (dove entrambi erano detenuti), preposto ad accogliere carcerati con problemi motori e a offrire cure adeguate per i casi più difficili.

La mala sanità in carcere si lega all'altro grande problema dell'Italia e causa di condanna da parte di Strasburgo, ossia il sovraffollamento nelle prigioni contro cui i radicali proprio questa settimana hanno condotto una campagna. La Corte ha condannato l'Italia già una volta nel 2009 per il caso di Izet Sulejmanovic, detenuto in una cella in cui aveva a disposizione meno di 3 metri quadrati quando secondo gli standard internazionali dovrebbero essere 7. Alla Corte, però, ora pendono più di mille ricorsi di detenuti, che lamentano ugualmente celle non in linea con gli standard e altri disservizi, come la mancanza di acqua calda nelle docce. Il Governo italiano lo scorso novembre ha presentato a Strasburgo il piano carceri per dimostrare che sta agendo in modo da non essere nuovamente condannato. Il Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa, organo incaricato di verificare se gli Stati membri rispettano le sentenze della Corte, ha però chiesto a Roma di dimostrare con i numeri come questo piano ridurrà il sovraffollamento, e di specificare se i magistrati, che adesso possono risarcire i detenuti per mancanza di spazio nella cella, hanno anche il potere di migliorare effettivamente la loro condizione detentiva. Strasburgo valuterà di nuovo la questione a settembre.

Giornalista professionista, attualmente lavora in RAI. Dirige il giornale telematico «Notizie Radicali», è iscritto al Partito Radicale dal 1972, è stato componente del Comitato Nazionale, della Direzione, della Segreteria Nazionale.

Detenuti: un suicidio ogni 5 giorni, un decesso ogni due. Da inizio anno 20 detenuti si sono tolti la vita. 57 le morti in cella nel complesso. I dati dell’Osservatorio permanente delle morti in carcere. Dal 2000 a oggi sono 712 i detenuti che si sono tolti la vita. La media è di 58 ogni anno.
Una seconda “non notizia”: in meno di quattro mesi sono 20 i detenuti che si sono tolti la vita. Da inizio anno il totale delle morti in cella arriva a quota 57. Questo significa che in carcere avviene mediamente un suicidio ogni 5 giorni e un decesso ogni 2. Sono i dati forniti dall’Osservatorio permanente delle morti in carcere, che tira un primo bilancio di questo inizio 2012.
L’età media dei detenuti suicidi è di 35 anni. Tra questi, 6 erano stranieri e 14 italiani. L’ultimo caso è quello di Davor Brletic, 33enne serbo che la scorsa settimana aveva tentato il suicidio, impiccandosi con un lenzuolo, nel carcere bresciano di Canton Mombello. Dopo alcuni giorni trascorsi nel reparto di rianimazione dell’ospedale Civile di Brescia, è deceduto ieri. Il detenuto più giovane a togliersi la vita è stato Alessandro Gallelli: aveva 21 anni e si è impiccato, usando una felpa come cappio, nel carcere di San Vittore a Milano. Tra le tante storie di disperazione c’è anche quella di Youssef Ahmed Sauri, definito dall’Osservatorio “vittima della legge svuota-carceri”: aveva 27 anni e si è ucciso strangolandosi con una striscia di coperta in una delle “camere di sicurezza” della Questura di Firenze. Era stato arrestato poche ore prima nel Pronto soccorso di Santa Maria Nuova per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. Alina Diachuk, 31 anni, è invece una “vittima della legge Bossi-Fini sull'immigrazione”. Ucraina, ha preferito la morte all’espulsione: il 16 aprile in una stanza nel Commissariato di Villa Opicina, frazione di Trieste, si è strangolata con il cordino della felpa, mentre era in attesa degli adempimenti amministrativi.
Dal 2000 a oggi sono 712 i detenuti che si sono tolti la vita. La media è di 58 ogni anno. In totale il conto dei decessi in questo arco di tempo arriva a quota 1.990 (160 di media l'anno). “Nello stesso periodo nelle carceri della Turchia, dove sono richiusi circa 100mila detenuti, i decessi sono stati poco meno di 1.000” fa presente l’Osservatorio citando dati del Consiglio d'Europa; “Un raffronto che la dice lunga sulle attuali condizioni detentive nelle carceri italiane”.

Immigrati: medici per i diritti umani, i CIE peggio delle carceri. Rapporto nel 2011: 7.735 persone trattenute, 3.880 poi rimpatriate
Terza “non-notizia”. “Vengono chiamati ospiti, ma sono dei detenuti”. Così Alberto Barbieri, coordinatore generale di MEDU (Medici per i Diritti Umani), definisce le migliaia di migranti trattenuti nei CIE, i Centri di identificazione ed espulsione distribuiti sul territorio italiano. Da un rapporto di MEDU, emerge come nel 2011 siano stati 7.735 (6.832 uomini e 903 donne) i migranti trattenuti nei Cie operativi in Italia, e di questi solo la metà (3.880) sono stati effettivamente rimpatriati (dati forniti dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell'Interno). Il dato secondo MEDU è "preoccupante", alla luce del fatto che, nonostante l'estensione della durata massima del trattenimento da 6 a 18 mesi "il tasso complessivo di efficacia ha registrato un incremento modesto rispetto al 2010 (3.399 rimpatriati su 7.039)".
Se poi si compara il numero effettivo di rimpatri effettuati nel 2008 (anno in cui i termini massimi di trattenimento erano ancora di 60 giorni prima di essere prolungati a 6 mesi nell'agosto 2009 e successivamente a diciotto mesi nel 2011), con quello del 2011, si registra una diminuzione di più di 400 rimpatri (da 4.320 a 3.880). "Siamo preoccupati - dice Barbieri - su due versanti. Innanzitutto rispetto allo scorso anno c'è stato un peggioramento sul fronte dei diritti umani, e lo abbiamo verificato di persona avendo visitato ultimamente i CIE di Roma (Ponte Galeria), Torino, Bologna e Bari e in tutti i centri le condizioni di vita sono disagevoli. In particolare il CIE di Roma si presenta come una struttura fatiscente e infatti è al primo posto nella triste classifica delle fughe. Sono delle vere e proprie carceri, anzi peggio, perché nei CIE non si svolge alcuna attività (in alcuni vietano anche di avere delle matite o un giornale), inoltre non è possibile parlare con gente esterna che non sia un parente di primo grado, quindi in pratica con nessuno, dato che i parenti vivono solitamente nel Paese di origine. Devastanti sono anche le ripercussioni psicologiche di coloro che chiamano ospiti. Al fallimento del viaggio si aggiunge infatti l'incertezza sul proprio futuro. L'altro aspetto preoccupante riguarda la reale efficienza dei CIE, che, ricordo, hanno l'obiettivo di identificare per poi espellere. Per quanto riguarda gli immigrati che arrivano nei centri, ad oggi, solo 1 su 2 viene rimpatriato, nonostante la detenzione sia stata prolungata a 18 mesi. Ma il dato più allarmante lo si ricava considerando il numero totale degli immigrati irregolari, che nel nostro Paese è di circa 443.000 (dato ISMU a gennaio 2011), quindi stando ai dati secondo cui sono 3.880 gli immigrati rimpatriati, ne torna a casa meno dell'1%".
L'inefficienza dei centri è dimostrata dalla serie senza precedenti di rivolte e fughe di massa dell'ultimo anno (787 i migranti fuggiti nel 2011 rispetto ai 321 del 2010). Un dato "che sconcerta - si legge nel Rapporto di MEDU - è anche l'alto numero di cittadini dell'Unione europea internati nei centri di identificazione ed espulsione. Lo scorso anno, infatti, sono transitati nei CIE ben 494 migranti di origine rumena, terza nazionalità in assoluto per numero di presenze".
 

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