Mali: sale la tensione, tutti si preparano alla guerra, governo, jiadisti, tuareg arabi e Algeria alla finestra
Sembra essere cominciato il conto alla rovescia, nel nord del Mali, in attesa della guerra per il controllo della regione, ma soprattutto per capire se possa avverarsi il sogno degli jihadisti di fare dell’area una piattaforma per 'esportare' il loro modello ben al di fuori dei confini maliani.
La tensione sale quotidianamente e ne è conferma il susseguirsi di proclami da tutti i protagonisti: il governo di Bamako, che si dice pronto a partire per la riconquista delle regioni perdute; gli jihadisti, che parlano delle zone sotto il loro controllo come il primo nucleo dell’agognato califfato; la comunità economica degli Stati dell'Africa occidentale, pronta a mandare tremila uomini armati quando il governo lo chiederà ufficialmente; i tuareg del movimento nazionale di liberazione dell'Azawad, che vogliono proclamare uno stato indipendente e laico; le varie comunità della zona (arabi, musulmani, tribù) che si sono accorte ora che il Mali è stato mutilato nella sua sovranità nazionale.
Insomma, il clima è quello della vigilia e, se pure ancora ufficialmente non sono in azione, l'eco delle armi sembra giungere netta al cospetto di chi – stati vicini e cancellerie occidentali – teme che la vittoria degli jihadisti determini un effetto domino dalle imprevedibili conseguenze. Le ultime notizie che giungono dal Mali (oltre ad improbabili alleanze tra gruppi territoriali armati, alcuni dei quali espressione della realtà tribale) confermano la confusione del governo che non può fare affidamento sul presidente della Repubblica Dioncounda Traod, (ancora a Parigi per i postumi dell'aggressione subita).
Quindi tutto il peso della situazione grava sul premier, Cheick Modico Diarra, impegnato nella disperata impresa di ridare una parvenza di stato al suo paese. Il tutto rimanda la responsabilità delle decisioni ad altri, come l'Algeria, che resta in posizione d'attesa, respingendo le enormi pressioni che le vengono fatte perché intervenga per restituire la sovranità di Bamako al Mali, ma soprattutto per mettere in sicurezza le sue frontiere a sud, che mai vorrebbe in mano agli jihadisti, quelli che, quotidianamente, insanguinano il paese con i loro attentati. La delicatezza della situazione in Mali è sotto gli occhi di tutti, come dimostrano le continue prese di posizione della politica internazionale, ma di passare dalle parole ai fatti ancora non si parla. E questo gioca a favore degli islamici integralisti, da al Qaeda nel Maghreb, al movimento per l'unità e a jihad nell'Arica occidentale, ad Ansar Dine. Con una conseguenza evidente: le settimane passate dopo avere cacciato dal nord i tuareg dell'MNLA hanno ingrossato le loro fila di giovani fanatici che arrivano, oltre che dal Mali, ance dall'Algeria, dalla Mauritania, dall'Africa centrale e, più di recente da quel serbatoio ribollente di astio e di rivendicazioni non esaudite che è il popolo Saharawi. Tacendo poi, delle enormi iniezioni di denaro fresco nelle loro casse, con attività lucrose come sequestri di persone, contrabbando di armi, tratta di esseri umani e traffico di droga.
(*ANSA)
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