Direttore Valter Vecellio. 10 ore 47 min fa
Gabriele Carracoy

L'ideologia dell'austerity

27-07-2012

In un articolo pubblicato il primo giugno scorso sull'edizione cartacea del New York Times inititolato "L'agenda dell'austerity" Paul Krugman dopo essersi soffermato sull'irrazionalità delle misure di austerità in una fase recessiva e sull'erroneo accostamento tra bilancio statale e bilancio famigliare che giustifica tali politiche, pone un paio di domande: "come mai così tanti politici insistono con misure di austerity durante la depressione? E come mai non cambiano piani, anche se l’esperienza diretta conferma le lezioni di teoria e della storia?"

Proviamo a dare delle risposte. L'élite politica europea a venti anni dalla cosidetta "fine della storia" si è accostata, come mai in precedenza, all'élite "tecnica" degli economisti. Il politico e l'economista sono da sempre figure vicine ma la loro contiguità ha subito una rapida accellerazione a partire dalla fine della guerra fredda che non era solo una battaglia tra apparati militari, "raffredati" dalla deterrenza nucleare, ma era prima di tutto un confronto fra due ideologie di natura economica prima che sociale. In questo senso la vittoria di una ha determinato un modello economico come modello Politico. A partire da quel momento l'Occidente ha progressivamente rimosso il dibattito tra differenti visioni dell'economia dall'agenda politica finendo, salvo provvedimenti di ordinaria amministrazione, per confondere l'agenda politica con quella dell'economia. Un'economia in cui la sfiducia nei confronti dello Stato è proporzionale alla fede nel mercato e che di conseguenza ha teso ha deregolamentare la cornice stessa dei mercati.

A questo punto è necessario notare che la scienza economica, come tutte le scienze sociali, è scientifica solo nel metodo ed è quindi soggetta a tendenze e a mode. La moda attuale consiste in una radicalizzazione del paradigma liberale, oggi noto come "neoliberismo", sostantivo disprezzato dagli addetti ai lavori che preferiscono considerarsi semplicemente liberali, con buona pace dei loro ben più moderati predecessori. Il neoliberismo economico dunque è un ideologia al pari del comunismo, e non a caso condivide con esso un'innata fiducia nell'umanità. Per tornare alla domanda che Krugman si pone, possiamo dire che tanti politici adottano misure di austerità durante la depressione per il semplice fatto che sono fideisticamente convinti di ciò che fanno, o meglio, non saprebbero fare altrimenti: concetti banali come l'intervento dello Stato, la pianificazione pubblica e il welfare non rientrano nel loro recinto ideologico ma in quello dell'ex nemico.

A onor del vero, va detto che molte delle persone che propongono le suddette misure recessive, cioè l'impoverimento generalizzato in vista di una ipotetica ripresa come l'unica soluzione possibile, sono in buona fede. Se da un lato questo ci può consolare circa l'etica di alcune illustri figure politiche, dall'altro lato è un pericolo perchè si corre il rischio di confondere quella che è una precisa angolazione economica con un generico buon senso. Quindi, per ricollegarmi alla seconda domanda dell'economista premio Nobel, i policy makers europei non cambiano i loro piani pur avendo esperienza diretta della teoria e della storia, perchè, nella migliore delle ipotesi, hanno realmente fiducia in ciò che dicono e fanno. L'esempio delle guerre passate non ha evitato il riproporsi di nuove guerre, così come la sciagurata fine di alcuni dittatori non ha evitato il ritorno di uomini che si proponevano come dittatori pur conoscendo la storia.

Spesso, nelle persone animate da un sentimento ideologico, il calcolo dei rischi non viene affrontato in maniera equilibrata e ciò si riflette nell'uso degli slogan nel tentativo di gestire argomentazioni improponibili. In questo periodo, non a caso, se ne sentono molti:"abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità", "siamo tutti chiamati a fare i sacrifici". Ma il più bello, da sempre preludio dei capitoli più interessanti dei libri di storia è "non c'è alternativa". Ecco, se davvero non esiste un'alternativa a un impoverimento di massa del sud Europa, mi chiedo se gli attuali policy makers stiano pensando concretamente alle tensioni sociali che potrebbero nascere in futuro. Ma questo oggi sembra non essere un problema dell'economia. Tantomeno della politica. 

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