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Maurizio Bolognetti

Taranto e le “prediche inutili” di Marco Pannella. A futura memoria

27-07-2012

Squilli di tromba e rulli di tamburo annunciano che un’intera città rischia di trasformarsi in un campo di battaglia, con i soliti noti pronti a soffiare sul fuoco e ad indicare untori. Penso a Taranto e ascolto i proclami del solito Nicky, che dichiara urbi et orbi che la città dei due mari “è un problema della nazione”. Ascolto e vorrei dirgli che il vero problema è quello che nel 1994 denunciava Marco Pannella, quando parlando di Taranto e dell’Ilva affermava: “Taranto non è l’Ilva, è sbagliato appiattire la città sul suo stabilimento. Chi annuncia e chi prepara la guerra di Taranto vuol prendere per i fondelli i tarantini. Si tratta delle stesse persone, dello stesso regime, che hanno trasmesso a questa città una cultura assistenzialistica e che ora vogliono la guerra”.

Sono passati 20 anni e il dramma vero è che le parole pronunciate allora da Pannella sono maledettamente attuali in questo paese che è affondato grazie alle zavorre corporative, sindacatocratiche e partiticratiche.

Si odono di nuovo gli squilli di tromba a Taranto e c’è chi una volta di più è pronto a cavalcare la disperazione di migliaia di persone ridotte a merce di scambio nelle mani di quanti non riescono ad immaginare e a prefigurare un futuro altro, possibile e praticabile per una città che non può eternamente rimanere ostaggio di un insediamento industriale che ne ha totalmente stravolto l’identità, oltre ad aver inquinato pesantemente tutte le matrici ambientali.

Dov’erano coloro che adesso parlano di “primato della politica”? Di che primato parlano? Primato su cosa? Primato o prevaricazione? Abbiamo l’impressione che in nome di una qualche ragion di stato o interesse della nazione qualcuno stia invocando il primato della politica sulla legge, la legalità e il diritto alla salute. Se così fosse non ci meraviglieremmo affatto, visto che in questo paese la Costituzione scritta è stata da tempo sostituita dalla costituzione materiale e che l’assenza di democrazia e stato di diritto fa del nostro Stato una “democrazia reale”, così come un tempo si parlava di “socialismo reale”.

Era il 1994 e Marco Pannella intervistato da Lucio Maraini affermava: “l’Ilva doveva essere chiusa da tempo…le privatizzazioni di realtà patrimoniali pubbliche non devono necessariamente comportare una “fedeltà al comparto” dei disegni industriali privati. Bisogna riflettere, riconcepire, valutare i costi economici del recupero, valutare i benefici di soluzioni alternative. Ma l’Ilva è quella stessa Taranto che se, ad esempio, avesse visto impiegare un decimo dei capitali gettati negli altiforni, per valorizzare il suo immenso capitale di bellezza, di storia, di cultura, sarebbe “ricca” oggi di masse di “turisti” non di massa”.

Capito Nicky? Se qualcuno avesse ascoltato allora, forse oggi non ci ritroveremmo a dover contare i caduti. Forse non avremmo dovuto deportare le cozze del Mar piccolo o abbattere le pecore contaminate dalla diossina.

E per carità, lo sappiamo che i veleni di Taranto non sono solo quelli dell’Ilva, ma che la città è avvelenata quotidianamente dalle raffinerie Eni e dalla Cementir. Un cocktail di veleni che al di là dei limiti stabiliti dalla legge si riversa da anni su un territorio e i suoi abitanti assurti quasi al ruolo di cavie. Laddove, è bene ricordarlo, inquinamento fa rima non solo con malattie tumorali, ma anche o forse soprattutto con malattie croniche e infiammatorie.

A Taranto si è riusciti a sconvolgere anche i dati della Commissione Europea della salute e i grafici che parlano del “Picco della salute”. A Taranto, forse si può parlare di un “consistente e allarmante nucleo di nuova shoah” e di certo di strage di legalità che si fra strage di popoli.

Oggi a sedere sul banco degli imputati sono i vertici dell’Ilva. Le accuse sono gravissime e vanno dal disastro ambientale alle omissioni dolose, ma occorre chiedersi quali siano state le responsabilità di coloro che avrebbero dovuto controllare e non lo hanno fatto. Quali le responsabilità di un ceto dirigente che a più livelli ha preferito chiudere gli occhi e mettere la testa sotto la sabbia.

Direzione Radicali Italiani e Segretario di Radicali Lucani.

Pannella, nel 1994, denunciava la “monocultura” dell’Ilva e la miopia del ceto dirigente; evocava Rossi, parlando di socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti e il pugliese Salvemini. Pannella, nel 1994, evocava l’esercito del lavoro e parlava di un altro welfare: “Il salario minimo garantito deve poter risolvere elementari problemi di scontentezza, di attesa, di disagi, di difficoltà: tuttavia se è minimo, non soddisfa i lavoratori; se non è troppo minimo, lo temiamo. Deve essere quindi "a tempo" e legato ad un calendario di conversione, di investimenti, come dicevo ... e anche di mobilità umana, civile, culturale, eliminata dalla "cultura assistenzialista, sindacalista, che difende il "lavoro" anche come "servaggio" della gleba, di uomo incapace di viaggio, di altrove, di ricerca, di orizzonti se non come tabù da non toccare”.

Venti anni dopo, coloro che hanno prodotto le macerie che hanno richiesto l’intervento della magistratura continuano ad esercitarsi in parole d’ordine stantie e inseguono la disperazione che essi stessi hanno creato e continuano a creare.

Con Maurizio Turco abbiamo affermato che occorre “un piano di disoccupazione industriale strutturale che tenga conto dell’esistente - dalla famiglia Riva all’ultimo dipendente part time dell’ultima società dell’indotto – e quindi investire non già nell’apertura forzata dell’ILVA ma nella sua chiusura. Abbiamo detto che occorre “investire in un piano di formazione professionale vero (volto cioè allo sbocco professionale non dei formatori ma dei formandi) e rispondente ad un piano straordinario per la promozione e il rilancio dell’area jonico salentina in una prospettiva agro-turistico-artigianale. A cominciare dai miliardi di ore/lavoro necessari alla bonifica del territorio”.

Con Elisabetta Zamparutti abbiamo voluto sottolineare il paradosso vendoliano di “una Puglia governata all’insegna del sole, del mare, del vento e delle energie pulite che però ha difeso e continua a difendere una fabbrica di veleni e di morte”.

Di certo se qualcuno avesse prestato attenzione alle einaudiane “prediche inutili” di Marco Pannella, oggi Taranto non sarebbe la polveriera che è e neppure il campo dove gli apprendisti stregoni di una politica incapace di avere slanci e visioni potranno ancora esercitarsi.

E’ il regime, è quella peste figlia del sessantennio partitocratico che ci ha regalato la bancarotta delle pubbliche finanze, la bancarotta della giustizia, gli avvelenati di Stato e il debito ecologico che stiamo scontando con intere aree del paese che ricordano il delta del Niger. E intanto, Nicky continua a suonare la sua arpa.
 

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