Lo Stato “umiliato” ha la febbre a 40, l’amnistia è l’unica cura…
“Il sovraffollamento nelle carceri rappresenta un tema di prepotente urgenza sul piano costituzionale e civile”. Così affermava il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione del convegno sulla giustizia organizzato il 28 luglio scorso dai Radicali.
Ad un anno, la situazione nelle nostre carceri si è ulteriormente aggravata. Dall’inizio del 2012 in carcere si sono suicidate trentaquattro persone detenute, oltre a sette agenti della polizia penitenziaria. Sono numeri che mettono i brividi, perché rappresentano una forma di violenza legalizzata e tenuta sotto silenzio all’opinione pubblica. L’urgenza di ieri è divenuta oggi sinonimo di insostenibilità, non solo sul piano della dignità (minima!) da garantire a ciascun individuo, ma anche su quello della credibilità di uno Stato che deve recuperare spazi di legalità, per tornare ad essere in qualche misura democratico.
Ma il carcere è solo “la punta estrema” di un sistema giustizia che è al collasso e che ci vede tra i più condannati d’Europa per irragionevole durata dei processi. Il governatore della Banca d’Italia attribuisce alla lunghezza dei processi civili la perdita di un punto di Pil per l’economia italiana. Una giustizia lenta rende più difficoltoso ottenere il credito bancario e deprime il livello degli investimenti. Ma soprattutto spinge sistema economico e imprese ad adottare comportamenti, scelte, strutture aziendali volti a minimizzare il rischio di incorrere in giudizio. E il risultato è una forte perdita di competitività. Per non parlare dei nove milioni (!) di processi penali pendenti, che ingolfano le scrivanie dei magistrati rendendo il lavoro nei tribunali insostenibile.
La condizione del sistema giustizia è tra i primi ostacoli alla ripresa economica e democratica del nostro Paese. Ci si aspetterebbe, quindi, un immediato intervento da parte della politica e delle istituzioni. E invece, quella assunzione di responsabilità, più volte richiamata da Pier Luigi Bersani, da Pier Ferdinando Casini e da tutti i leader dei maggiori partiti, sembra valere a giorni alterni. Solo i Radicali propongono una via di uscita, tramite un immediato provvedimento di amnistia. Il filo da tirare per arrivare a riforme complessive in tema giustizia.
Al riguardo, il presidente della Repubblica ha parlato di condizioni “politicamente non mature”; piuttosto depenalizzazione dei reati minori, revisione dei meccanismi di custodia preventiva e avanti col “piano carceri”. Dietro, un’opinione pubblica tenuta a reti unificate all’oscuro delle motivazioni proposte da Pannella, nonostante questa proposta abbia recentemente visto attivarsi trentamila cittadini in una “quattro-giorni” di sciopero della fame e del silenzio.
Sì, perché l’amnistia ha un significato ben preciso, che deve essere conosciuto per poter esserne riconosciuta la validità. In primis, amnistia significa cura per uno Stato con febbre a 40. Per un malato che ha l’aspirina a portata di mano non solo è inutile, ma può essere addirittura mortale attendere mesi prima che i medici trovino l’antibiotico. Mi si dirà: allevia, ma non cura. E poi: racchiude un morbo, perché usciranno indiscriminatamente tanti criminali. E qui si entra nel cuore della questione: la portata “emergenziale” di questo strumento è rafforzata da una valenza fortemente strutturale. Non solo porta sollievo al nostro Stato “umiliato” (cit. Napolitano) e al lavoro dei magistrati, i quali si vedrebbero ridotti i processi penali a 1 milione e mezzo dai 4 e mezzo pendenti, ma anticipa quelle stesse riforme strutturali da tanti richiamate (ma mai attuate). L’amnistia, infatti, non viene concessa a mò di indulgenza o carità, ma deve seguire dei criteri precisi, collegati agli anni ancora da scontare oppure alla tipologia di reato.
Si potrebbe, ad esempio, far rientrare nel suddetto provvedimento tutti quei reati considerati “minori”, o perché senza vittima o perché non più avvertiti come tali dalla società (cd. “inutili”). Ma, soprattutto, si potrebbero far rientrare quelle “emergenze sociali”, come le tossicodipendenze e l’immigrazione, che non sono riuscite a trovare, sino ad oggi, adeguate soluzioni di politica sociale, e che per questo vengono relegate nel dimenticatoio carcerario. Insomma, perché fare domani (e quando?) provvedimenti di depenalizzazione di reati che già oggi, proprio con questa misura, possono essere prese? Consideriamo, poi, che non si tratterebbe solo di alleviare le condizioni dei tanti, troppi, malati di giustizia, ma di permettere, nell’ambito di una crisi acuta, di garantire ai cittadini una giustizia giusta, celere e economicamente sostenibile. È su questo terreno che la politica deve giocare la sfida. Se continuare a percorrere la strada delle promesse e della non-credibilità, divenendo ogni giorno più fragile, oppure, invece, decidere di dare un segnale serio ed immediato. E questo segnale ha un solo nome: amnistia.
*da “Tempi”
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