Direttore Valter Vecellio. 13 ore 29 min fa
Valter Vecellio

Giustizia: siamo all’hic Rhodus, hic salta

01-08-2012

Cominciamo dalla notizia: sovraffollamento, mancanza di strategie e soprattutto carenza di personale sanitario e di servizi rendono precaria l’assistenza ai detenuti. Un deficit, l’ennesimo del sistema carcerario italiano, che sconta gli effetti della riforma che ha trasferito la sanità penitenziaria al Servizio sanitario nazionale. In sintesi, è la denuncia dell’associazione Antigone, alla quale si unisce il Sindacato di polizia penitenziaria Sappe.

Sono in tutto 12 in Italia i Centri diagnostico terapeutici (Cdt). Ad oggi i detenuti ricoverati sono 560. I Cdt sono presenti a Bari, Cagliari, Genova Marassi, Messina, Milano Opera, Milano San Vittore, Napoli Poggioreale, Napoli Secondigliano, Parma, Torino Lorusso-Cotugno, Pisa e Roma Regina Coeli. Con la riforma del 2008 – dice il presidente dell’associazione Antigone Patrizio Gonella – sono le Asl che devono occuparsi della sanità penitenziaria. In realtà se ne fanno pochissimo carico, e quindi non li fanno funzionare come dovrebbero. Ci sono anche luoghi ben attrezzati, come ad esempio Pisa, ma altre realtà sono in completa sofferenza.
A Regina Coeli e Bari, le situazioni peggiori. Addirittura nel carcere romano c’è lo scandalo di una sala operatoria che adesso è chiusa. Ogni volta che un detenuto deve operarsi, anche per un piccolo intervento, deve essere trasportato fuori dalla mura del carcere, aumentando costi e rischi alla salute e utilizzando più personale di quello che servirebbe per una banale operazione interna.

Il paradigma di un sistema al collasso: “Dietro le sbarre”, spiega Gonnella, “problemi semplici diventano enormi. Ho personalmente seguito il caso di un ragazzo che ha dovuto aspettare 6 mesi perché gli togliessero un ferro lasciato nel piede dopo l’operazione che aveva subito. Ma questa è storia di sempre. Guardando avanti bisogna risolvere i problemi e dunque le Asl devono mettere a punto una strategia precisa per questi centri, utilizzando il personale che hanno all’esterno, nuovi medici e infermieri del servizio territoriale”.

L’allarme è condiviso dal segretario generale del Sappe, Donato Capace: “Sulla sanità carceraria ci sono gravissime lacune. L’Asl deve intervenire e assicurare il funzionamento di questi centri, altrimenti potrebbero scoppiare rivolte che, complice il caldo infernale, il sovraffollamento e i problemi della promiscuità, rischiano di avere serie conseguenze sulla sicurezza all’interno delle carceri. Senza contare che si sono già sviluppate diverse infezioni che hanno colpito sia detenuti sia baschi azzurri addetti alla loro sorveglianza. Ad oggi l’Asl è deficitaria perché non riesce ad assicurare una continua assistenza sanitaria. Ogni giorno gli agenti penitenziari cercano di ottenere il rispetto dei diritti dei detenuti, ma la situazione si può risolvere solo se l’Asl investe in questi settori personale sanitario e medici. In carcere chi soffre sta male due volte. Il Cdt di Regina Coeli ad esempio, andrebbe completamente ristrutturato; ma soprattutto serve un’assistenza sanitaria ai detenuti affetti da patologie particolari. Una seria politica di assistenza sanitaria in carcere servirebbe anche ad evitare i viaggi della speranza tra i penitenziari e l’ospedale di riferimento. Tutto ciò oltre a tutelare la salute di detenuti e baschi azzurri, avrebbe una ricaduta positiva anche in termini di costi e di mobilità per il personale.

Giornalista professionista, attualmente lavora in RAI. Dirige il giornale telematico «Notizie Radicali», è iscritto al Partito Radicale dal 1972, è stato componente del Comitato Nazionale, della Direzione, della Segreteria Nazionale.

Più in generale. Giorni fa il quotidiano napoletano “Il Mattino” ha pubblicato un articolo di una brava giornalista, Rosaria Capacchione, intitolato “Ingiuste detenzioni, record di risarcimenti: uno su dieci. Nel distretto di Napoli ogni giorno depositata una richiesta di danni. A Salerno sono tre al mese”. Il quadro che emerge è impietoso: gli italiani non si fidano dei loro giudici, delle sentenze, delle modalità di espiazione della pena; e non si può dar loro torto. Gli errori giudiziari sono costati allo Stato (cioè alla collettività, a tutti noi), nel solo 2011, 46 milioni di euro. In media ogni anno si celebrano 2.369 procedimenti per ingiusta detenzione o errore giudiziario, e il record (di assoluzioni e risarcimenti) appartiene alla Corte di Appello di Napoli: 9,53 per cento del totale. Ottomila le richieste di risarcimento presentate negli ultimi dieci anni (un terzo delle quali accolte), 213 milioni liquidati tra il 2004 e il 2007. E ventimila errori giudiziari nello stesso quadriennio. Al 31 maggio 2012, delle 144.650 cause pendenti dinanzi alla Corte di Strasburgo, 14.150 provenivano dal nostro Paese. Solo la Russia e la Turchia stanno peggio, rispettivamente con 35.350 (24,4 per cento) e 17.150 (11,9 per cento) ricorsi.
Ma nella mala-giustizia non c’è solo il carcere. Ci sono anche i processi che finiscono con un’assoluzione. Secondo l’Euripes, sono il 20 per cento. I dati relativi al 2007, ultimo anno di cui sono disponibili le statistiche ragionate, indicano che nel distretto napoletano a quell’epoca c’erano 497 procedimenti pendenti per risarcire ingiuste detenzioni, dei quali 335 iscritti a ruolo in quello stesso anno: 1,36 persone al giorno, dunque, sono state arrestate e processate ingiustamente. Per arrivare al totale di Napoli si devono sommare tutti i procedimenti pendenti presso le Corti di appello di Roma, Milano, Torino, Palermo, Firenze, Genova, Catania, Bologna, Potenza, Cagliari e Trento. Ancora più allarmante il dato regionale della Campania: a quelli di Napoli vanno aggiunti i dati del distretto di Corte di appello di Salerno, con 42 procedimenti pendenti e 37 nuove iscrizioni. Il caso-Napoli rappresenta però solo la punta dell’iceberg. Bari, ad esempio, conta 382 procedimenti per ingiusta detenzione, Catanzaro 246. Seguono Lecce (194), Reggio Calabria (179), Messina (144), Roma (135), Palermo (69). Numeri che potrebbero essere maggiori se la legge non avesse imposto un tempo di prescrizione brevissimo: il risarcimento può essere chiesto entro e non oltre i due anni dalla sentenza liberatoria. In pratica, neppure il tempo di respirare di nuovo l’aria della libertà e di riprendere i fili della propria esistenza. Un’ingiustizia nell’ingiustizia.

Ancora: Daniela Marchesi è direttrice dell'Unità di Ricerca "Economia e Diritto" dell'Istituto Studi Analisi Economia; si occupa di analizzare e valutare gli effetti del sistema normativo e dell’efficienza della Pubblica amministrazione sull’attività, lo sviluppo e la competitività del sistema produttivo italiano rispetto a quelli dei maggiori paesi industrializzati. E’ editorialista del “Sole 24 ore”, è tra i soci fondatori della Società Italiana di Diritto e Economia. Perché parlare oggi di Daniela Marchesi. Su “LaVoce.info” Marchesi ha pubblicato un piccolo saggio di straordinaria attualità e interesse: “Il costo salato della giustizia civile”. Si ricorda come il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco nelle sue Considerazioni finali ha attribuito alla lunghezza dei processi civili la perdita di almeno un punto di Pil per la nostra economia; che la Commissione Europea e il Consiglio, nel formulare le raccomandazioni per l’Italia in adempimento della Strategia Europa 2020 hanno sottolineato che “La lunghezza delle procedure nell'esecuzione dei contratti rappresenta un ulteriore punto debole del contesto imprenditoriale italiano”, raccomandando di “ridurre la durata delle procedure di applicazione del diritto contrattuale”. E osserva che “l'Italia segna il passo rispetto agli altri paesi avanzati si dal punto di vista dei tempi, sia da quello dei costi privati di accesso alla giustizia civile”.

Se ne ricava che i tempi biblici dei nostri processi civili giocano un ruolo determinante per quel che riguarda un freno allo sviluppo, le aziende non crescono e non innovano. Una giustizia lenta rende più difficoltoso ottenere il credito bancario e deprime il livello degli investimenti. Ma questa non è che la punta dell'iceberg. Una giustizia inefficiente, ricorda Marchesi, compromette il potere di minaccia necessario alla regolarità delle transazioni e induce le imprese a preferire altri partner commerciali; il risultato complessivo è una forte perdita di competitività del sistema Italia.

Del dissesto della nostra giustizia civile non vi è uno specifico colpevole: non sono gli avvocati, non sono i magistrati. Al risultato concorrono tutti, anche gli utenti del servizio quando ne abusano ricorrendo in giudizio non per risolvere una questione giuridica incerta, ma per spuntare una dilazione di pagamento o una transazione favorevole.

Una radiografia “tecnica” della situazione; e proprio il suo essere tecnica la rende politica. Ed è politica la risposta che serve e che urge. Marco Pannella e i radicali sostengono che la riforma strutturale capace di mettere in moto quel meccanismo virtuoso di grandi riforme necessarie è costituito dal provvedimento di amnistia. I fieri avversari di questa proposta hanno avuto molto tempo per offrire proposte e soluzioni alternative all’amnistia che possano raggiungere lo stesso obiettivo. Oltre al loro NO non hanno saputo e potuto dire altro. Il loro NO è la difesa dello status quo, dell’ingovernabilità della giustizia, della barbarie del nostro sistema carcerario. Tracciata la linea, come dice il famoso legionario: “Hic Rhodus, hic salta”.
 

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