Chi è il malato di PAS? La bagarre che non si interroga e non vede
Giorni “caldi” nella sfera del Diritto di famiglia. In discussione il DDL 957 che ha alzato un vespaio; ogni giorno decine di articoli contrastanti danno vita a vere e proprie bagarre tra associazioni, “femministe”, ed esperti. Per quanto ogni singolo aspetto, dal divorzio breve al mantenimento diretto, dalla PAS all’affidamento, dalla residenza a tutto ciò che riguarda questo tema sia riconducibile e basilare al sano sviluppo dei bambini -vero interesse supremo-, io resto “fedele” ai miei studi e ricerche: la PAS o comunque gli abusi cui vengono sottoposti molti bambini coinvolti nelle separazioni conflittuali; e in questi giorni ho avuto l'impressione che questo interesse venisse meno, lasciando spazio a ideologie più o meno fondate e realistiche.
Una domanda mi sta poi perseguitando da tempo, conosco la PAS direttamente, sulla carta e l'ho vista su molti, ma in realtà chi affligge? Il genitore alienante, l'alienato o i figli programmati? Da una domanda rivolta in questo modo, pare io non ne sappia proprio nulla, invece è l'esperienza a farmi parlare. Faccio un passo indietro e analizzo ogni aspetto: la PAS è la Sindrome di Alienazione Parentale. Quindi per sua natura, quale Sindrome, è un insieme di segni e sintomi che compongono una situazione “particolare” in un individuo. Segni e sintomi sono ormai ben noti, anche se ritengo vi siano due aspetti che non sono stati inseriti ne contemplati; li espongo in seguito.
Si può negare che un genitore, il programmatore, non sia afflitto da un disturbo se da vita ad un brainwashing devastante a danno del figlio? Si può pensare che un genitore, l’alienato, non sviluppi disturbi quali rabbia, apatia, instabilità e altro, se viene dipinto e trattato come il mostro cattivo? È sperabile che un bambino, il programmato, non sviluppi problematiche psicologiche che, a breve o lungo termine, hanno la possibilità di trasformarsi in problemi patologici che potrebbe non essere in grado di affrontare sino a farli diventare danni, sindromi, patologie o malattie? Chi è il “malato di PAS”? Questa riflessione vale sia nell'ipotesi di PAS –Sindrome- come di PAD –Disturbo- che dovrebbe divenire l'acronimo presente nel nuovo DSM V.
Che il padre dell'ipotesi PAS sia Gardner lo sanno tutti, che sia contestato per una sua personale condotta morale lo trovo irrilevante se quello che ha detto negli anni è dimostrabile e riscontrabile: e lo è. Gardner ci ha fornito delle linee guida che nel corso della storia sono andate rafforzandosi, decadendo, ampliandosi. Vi sono poi altri, più o meno recenti luminari, che si sono pronunciati: da Gulotta alla Buzzi, Miller, Lowen, Giordano, Lavadera, Nestola e via di seguito.
Per penna di Alice Mannarino è apparso sul sito State of Mind, il giornale delle scienze psicologiche, un articolo che descrive un esperimento -Lavadera et al. 2012 Università Sapienza, Roma- eseguito su 20 bambini di 11 anni che, in base agli otto sintomi di Gardner rispondevano all'alienazione parentale ed uno gruppo di controllo di 23 bambini della medesima età, anch'essi figli di separati, ma non presunti alienati. Il risultato del test evince chiaramente che i bambini sottoposti alla programmazione sviluppano caratteristiche psicologiche di disturbo: i sintomi riscontrati da Gardner. Ed ammette altresì che tali disturbi possono avere effetti a lungo termine.
Ad Aprile ho concluso una personale ricerca basata sulla mia opinione, per altro non già espressa in precedenza da Titolati, che la PAS è da considerarsi un contenitore, in questo modo è semplice individuare tutte le patologie, disturbi, manie e sindromi che affliggono il genitore alienante: qui differisco da Gardner che sostiene che non è necessariamente disturbato il genitore alienante; a mio parere chi fa volontariamente del male ai figli o li strumentalizza è malato; potrei considerare di essere più rigida di lui che spesso venne descritto come magnanimo.
Ho aggiunto, agli effetti della programmazione, la Sindrome Fibromialgica, patologia da dolore cronico che affligge tutto il corpo. Anche in questo caso non vi è sufficiente ricerca e materiale scientifico, oltre a una serie di problematiche di tipo burocratico, per riconoscere la Sindrome come una vera “malattia”; basta, però, analizzarla per riscontrare moltissime similitudini che la fanno entrare di diritto negli effetti della PAS. È fondamentalmente una risposta del corpo ad un attacco esterno; Lowen, tra gli altri, ben descriveva la barriera muscolare come un filtro per le emozioni: la rabbia ad esempio, quando trattenuta, è automaticamente un agente che crea dolore all'ospite. Nello stesso modo anche il tessuto nervoso e le memorie. Daniele Ugolini, terapista della riabilitazione, che ha voluto lasciarmi un contributo significativo nella ricerca, scrive “... Sappiamo altresì che un evento che si associa ad uno stimolo nocicettivo (es.: dolore) genera, all’interno delle strutture cellulari predisposte alla registrazione, la sintesi di una nuova proteina (Brunelli M., Kandell E.R.): questa proteina a sua volta induce una modifica non ereditabile che resterà scritta nel patrimonio genetico cellulare fino a quando quell’individuo avrà vita”.
Dinnanzi a tali effetti, che indubbiamente saranno protratti nel tempo e andranno a ledere ogni sfera dell'individuo, come è possibile che esperti e “addetti ai lavori” si perdano in bagarre inutile? Come è accettabile, per un genitore che vede rovinato presente e futuro del figlio dall'ex coniuge, restare ad ascoltare diatribe inutili sul fatto che il DDL 957 sia un attacco punitivo alla donna? Che importanza potrà mai avere se il genitore programmante è la madre o il padre, quando l'unico risultato è uccidere l'infanzia dei bambini?
La verità è che lentamente si sta coltivando un futuro malato. Il rischio è di “distruggere” un’infanzia, programmare e condannare adulti e bambini al dolore cronico, consegnare la società a pericoli -dal bullismo infantile alla delinquenza-, creare danni economici al singolo ed alla collettività; oggi si contano all'incirca 2 milioni di Fibromialgici in Italia, persone che non possono quasi condurre una vita normale, non riescono a lavorare o non riescono a mantenere il posto di lavoro, disperdono centinaia di euro ogni mese in visite e terapie, molto spesso inconcludenti, e pesano, quando è possibile, anche sul servizio sanitario nazionale. Rendere dei figli orfani di genitori in vita, e totalmente incapaci di prendersi cura delle loro necessità, non è un rischio, ma un percorso che ci stiamo obbligando inutilmente ad intraprendere.
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