Direttore Valter Vecellio. 8 ore 45 min fa
Maurizio Bolognetti

Il “Caso Taranto” e i Nicky-Riva Boys – Istantanee dalla “Città dei due mari”

07-08-2012

Proviamo a sfogliare la vicenda Ilva, il “Caso Taranto”, capitolo della “Peste Italiana”, come se fosse un album fotografico.

Prima istantanea - Il 19 dicembre 2008 la Regione Puglia licenzia la legge n.44 recante per oggetto “Norme a tutela della salute, dell’ambiente e del territorio: limiti all’emissione in atmosfera di policlorodibenzodiossine e policlorodibenzofurani.” La legge in oggetto entra in vigore il 23 dicembre 2008 e prevede “un campionamento in continuo”. Il governatore di tutte le puglie, Nicky Vendola, presenta il provvedimento come un grande risultato a tutela dell’ambiente e della salute.

Seconda istantanea – Il 30 marzo 2009, a poco più di tre mesi dall’approvazione della legge 44, la Regione Puglia inserisce la retromarcia e approva la legge n.8 che modifica il comma 1 dell’art. 3 della legge 44. Di fatto si passa dal “campionamento in continuo” a un più conveniente “valore medio su base annuale” da calcolare “con almeno tre campagne all’anno”.

La legge anti-diossina è stata per Vendola una legge manifesto, che non ha certo migliorato la situazione dei monitoraggi di sostanze altamente tossiche. Ad oggi, per esempio, il famigerato camino E312, ubicato a ridosso della città e del martoriato quartiere Tamburi, non è dotato di un sistema di monitoraggio in continuo e, come se non bastasse, è emerso che nel periodo esaminato dagli inquirenti l’Ilva ha ricevuto tre controlli(quelli previsti dalla legge n.8/2009) tutti anticipati da preavviso. Ciliegina sulla torta, i restanti punti dell’impianto di agglomerazione non sono dotati di nessun sistema di monitoraggio. Insomma, la tanto sbandierata legge antidiossina di fatto è servita solo a migliorare l’appeal elettorale del governatore. Un’altra poetica visione vendoliana!

Direzione Radicali Italiani e Segretario di Radicali Lucani.

Terza Istantanea – Nel novembre 2010, in occasione della presentazione del rapporto “Ambiente e sicurezza” dell’Ilva, una pagina patinata ci fa capire molto, alla luce del senno di poi, ma anche di quello di prima. E’ il 23 novembre e i Nicky-Riva Boys scendono in campo compatti. Alla presentazione del rapporto è presente Emma Marcegaglia, che bellamente dichiara: “Se le imprese perseguissero solo ed esclusivamente i criteri ambientali sparirebbero nel giro di poco tempo, ma soprattutto resterebbero aziende che non fanno il loro mestiere. Ecco perché all’Ilva va riconosciuto il merito di aver saputo coniugare ambiente e competitività. Il Referendum è pura follia”. Emma, Emma, facci capire: ma sei davvero convinta che il mestiere delle aziende sia quello di inquinare e devastare un territorio e tutte le sue matrici ambientali? Diciamocelo, nella vicenda Ilva non solo non abbiamo avuto “l’esclusività”, ma abbiamo assistito a una totale strafottenza. Altro giro, altra corsa. Sempre il 23 novembre, sempre presentazione del sopra citato rapporto. Anche Vendola prende la parola e con lo stile alato che gli è proprio dichiara: “Chiesi a Emilio Riva, nel mio primo incontro con lui, se fosse credente, perché al centro della nostra conversazione ci sarebbe stato il diritto alla vita. Credo che dalla durezza di quei primi incontri sia nata la stima reciproca che c’è oggi. La stessa che mi ha fatto scendere in capo contro il referendum per la chiusura del polmone produttivo della Puglia”. Detto che da cotante dichiarazioni emerge tra Marcegaglia e Vendola un’assoluta convergenza di pareri avversi all’utilizzo dello strumento referendario, verrebbe altresì da chiedersi - al di là della suggestiva narrazione - in che modo davvero sia stato difeso il diritto alla vita e soprattutto l’art. 32 del dettato costituzionale e le direttive Ue in materia di protezione ambientale. Fatto sta che la “fede” (chissà in cosa), che ha accomunato in questi due anni Vendola e Riva, non è bastata ad evitare la contaminazione del Mar piccolo e neppure un ulteriore avvelenamento dei tarantini e della loro città .

Quarta Istantanea – Sempre Novembre 2010. Sul numero zero della rivista “Il Ponte”, edita da Ilva spa, appare una lunga intervista a Vendola. Nel rispondere all’intervistatore il governatore tra l’altro afferma: “Nel caso dell’ILVA, gli investimenti dal punto di vista ambientale sono stati notevoli, sebbene rimanga ancora molto da fare. In moltissimi settori sono state applicate le migliori tecnologie disponibili, come previsto dalla legislazione europea”. Al giornalista che gli chiede “come è cambiata l’Ilva negli ultimi anni”, Vendola risponde: “Dal mio primo incontro con l’ing. Riva sono cambiate molte cose. In primo luogo è cambiata la fabbrica”. Lungi da me voler infierire, ma ritengo sia difficile poter conciliare questa armonia dipinta da Vendola con le parole pronunciate da Aldo Ranieri e dal “Comitato cittadini liberi e pensati”, che hanno contestato pesantemente i vertici sindacali. Difficile conciliare questa affermazione con le perizie chimiche ed epidemiologiche prodotte dalla Procura e anche con la percezione che i tarantini e gli operai hanno dell’ambiente in cui vivono.

Quinta istantanea – Nel settembre del 2011, il n.35 della rivista “Epidemiologia e Prevenzione” pubblica un importante studio condotto su alcuni degli oltre 50 siti di bonifica di interesse nazionale presenti in Italia. Nello studio in oggetto, denominato “Sentieri”, si parla anche di Taranto. Gli autori, riferendosi alla città dei due mari, scrivono: “A partire dal 1990 i territori comunali di Taranto, Crispiano, Massafra, Statte e Montesola sono stati definiti area ad elevato rischio ambientale. L’area di Taranto è stata oggetto di due studi di mortalità residenziale. Il primo studio, sul periodo 1980-1987, evidenziò come il quadro di mortalità rilevato nel comune di Taranto suggerisse la presenza di fattori di inquinamento ambientale diffusi, in particolare amianto, e una rilevante esposizione della popolazione maschile ad agenti di rischio di origine occupazionale. Il secondo studio, sulla mortalità nei Comuni dell’area sul periodo 1990-1994, fece emergere un quadro di mortalità caratterizzato da eccessi in numerose cause di morte sia tra gli uomini sia tra le donne, suggerendo un ruolo delle esposizioni ambientali. Le analisi di eterogeneità spaziale per Comune hanno indicato, inoltre, che molti degli eccessi di rischio relativi all’intera area erano presenti anche nel solo Comune di Taranto, confermando l’ipotesi di un rischio sanitario di origine industriale, e in particolare il possibile ruolo di numerosi inquinanti atmosferici, gassosi e particolato, quali fattori di rischio per la mortalità per cause respiratorie, cardiovascolari e polmonari. L’analisi temporale della mortalità sui periodi 1981-1984, 1985-1989 e 1990-1994, ha mostrato un gradiente di crescita per tutti i tumori e i tumori polmonari in entrambi i generi, e per il tumore della mammella e le malattie dell’apparato respiratorio tra le donne”. Non basta, nello stesso studio, con specifico riferimento agli operai dell’Ilva, si legge: “Uno studio trasversale sull’esposizione professionale a idrocarburi policiclici aromatici (IPA) è stato effettuato su 355 lavoratori (impiegati nelle operazioni di manutenzione e nelle ditte di pulizia) della cokeria delle acciaierie ILVA di Taranto. Lo studio ha evidenziato livelli urinari di 1-idrossipirene (1-OHP, biomarcatore della dose interna di IPA) significativamente più elevati nel gruppo di lavoratori addetti alla manutenzione, mentre nessuna differenza è stata osservata in relazione alle abitudini al fumo. Lo studio ha mostrato, altresì, che il 25% dei lavoratori presentava livelli superiori al proposto valore guida limite di 2.3 μMol/Molcreat”.

L’album fotografico dedicato ai veleni industriali e politici di Taranto per il momento si ferma qui. Il “Caso Taranto”, città bombardata da decenni da un cocktail di veleni, che certo non provengono solo dall’Ilva, ma anche dall’Eni, dalla Cementir, ecc., assurge anch’esso a simbolo di quel “Caso Italia” che sta ormai contagiando l’Europa. Nel “Caso Taranto” troviamo tutte le tracce della “Peste Italiana”, cioè di un realtà che nega legalità, democrazia e diritto alla conoscenza. Una volta di più gioverà affermare ciò che risulta evidente a chi ha occhi per vedere: “la strage di legalità si traduce sempre in strage di popoli”. Di certo se qualcuno avesse ascoltato quel Marco Pannella, che si fa carico di vestire i panni del salveminiano profeta di sventure, forse non saremmo arrivati al sequestro e agli arresti di oggi. Poteva essere l’esercito del lavoro, il welfare to work in un paese che ha bruciato migliaia di miliardi in ore di cassa integrazione ed ha alimentato discriminazioni, fino al punto da far apparire un cassaintegrato un privilegiato agli occhi di chi non ha goduto e non gode di nessun paracadute sociale. Poteva essere e non è stato, ma continuiamo ad alimentare la speranza che con un po’ di coraggio un cambiamento reale potrà esserci domani.

P.S. A titolo di mera cronaca, nel ricordare alcuni dei capi d’imputazione del procedimento che ha portato al sequestro dell’area a caldo dello stabilimento Ilva di Taranto - che vanno dal disastro ambientale alle omissioni dolose, dall’avvelenamento di sostanze alimentari al danneggiamento aggravato di cose pubbliche - gioverà sottolineare che alcuni degli imputati risultano recidivi, come nel caso di Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento, che vanta ben sette condanne definitive ed Emilio Riva con due condanne definitive e sei pendenze giudiziarie presso il tribunale di Taranto sempre reati connessi all’inquinamento prodotto da una fabbrica che, a detta del governatore Vendola, era diventata quasi un eden. Per dirla con Marzullo “la vita è sogno e i sogni aiutano a vivere”… ma forse il governatore dovrebbe smetterla di raccontare di un isola che non c’è, dove magari impiantare un ospedale, e tornare con i piedi per terra.
 

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