Direttore Valter Vecellio. 11 ore 23 min fa
Luca Fortis

Il Medio Oriente guardi a Mandela e Gandhi

08-08-2012

Alcuni anni fa mi trovavo in un piccolo paese sulla costa ovest del Sud Africa. Una zona poco abitata e dalle forti influenze Afrikaner. Il paesaggio era di tipo continentale e l'odore dell'oceano forte. Camminando guardavo la piccola chiesa in stile europeo e la bellezza e la perfezione del villaggio. Tutto era ben tenuto e dava l'aspetto di un paesino piuttosto ricco. Ma appena si girava lo sguardo la situazione era ben diversa. A due passi dalla deliziosa tea house partivano una serie di povere baracche in legno. Non vi era miseria, ma certo il contrasto con le case perfette e linde di fronte era piuttosto forte. Mi resi subito conto che, come spesso ancora accadeva nelle zone rurali del Sud Africa, le case in stile europeo erano quelle dei bianchi, mentre le baracche erano quelle dei coloured. Quel villaggio mi colpì profondamente, in quanto era una metafora del Paese. Pensai subito alla fragilità di quel mondo idilliaco che sembrava aver escluso “quell'altro mondo” che però era lì a due passi. Mi chiesi cosa sarebbe accaduto se gli abitanti del cosiddetto "altro mondo" avessero perso la pazienza. Pensai: e si fossero svegliati una mattina e avessero attaccato "i ricchi bianchi"?

Mentre camminavo per le stradine del paese ascoltavo le voci della gente. La ragazza bianca della tea house aveva un perfetto accento afrikaner ed una voce gentile. La chiesa della zona bianca era "Dutch reformed". Ad un cento punto mi resi conto, con mio gran stupore, che al contrario che in altre zone del Paese, in cui i rapporti tra proprietari terrieri bianchi e lavoratori neri erano tesi e alcune volte drammatici, in quel paesino c'era una aria allegra. Compresi il perché nel momento in cui ascoltai un paio di ragazzi coloured che parlavano tra di loro. La mia attenzione cadde sui loro nomi, Ian, André... Anche i loro cognomi erano chiaramente boeri. Quando poi vidi la chiesetta capii. L'edificio religioso era anche esso di rito riformista olandese. Il loro dilemma era: "mi rivolto contro mio zio?".

Intuii in quell'istante, che quando si vive per cinquecento anni in terre lontane, qualunque ideologia si crei, qualunque differenza religiosa o culturale ci sia, è impossibile non mischiarsi biologicamente e culturalmente. Se si fossero fatte delle analisi del Dna si sarebbe scoperto che in quel villaggio, ricchi e poveri, bianchi o coloured, cittadini di serie a o di serie b, erano tutti parenti. Erano tutti sud africani. Questo meccanismo è svelato in modo magistrale nel magnifico libro dello scrittore Afrikaner, Andrè Brink, la "Valle del diavolo". Brink racconta che dietro il paravento della pelle, si nasconde una verità sorprendente. La cultura, la mitologia e la religione degli Afrikaner sono molto simili a quelle delle tribù nere. In parole povere, dopo secoli e nonostante in apparenza i vari popoli non si fossero mischiati, l’humus culturale è diventato lo stesso. La maggioranza dei coloured che abita la provincia del Capo dimostra che questi popoli si sono uniti anche biologicamente. Fu questa verità psicologica e umana che comprese Nelson Mandela quando, in modo sorprendente, sconfisse il regime dell'apartheid. Il Sud Africa, a quel tempo, era una potenza nucleare e nonostante la pressione internazionale difficilmente, possedendo la bomba atomica, sarebbe stato attaccato per motivi umanitari se avesse represso nel sangue un’eventuale rivolta nera. Inoltre il Paese avrebbe sempre trovato una nazione come la Cina disponibile a comprare il suo oro, i suoi diamanti e il suo uranio.

Il regime è crollato anche e soprattutto, a mio parere, grazie ad un’intuizione psicologica. In parole semplici, Mandela comprese che gli africaner, si sentivano africani e non coloni europei. L'attaccamento dei boeri nei confronti del Sud Africa è quasi religioso. Quando gli inglesi invasero la colonia olandese del Capo i coloni non tornarono in Olanda, ma intrapresero una lunga e difficile migrazione verso le terre africane a nord di Città del Capo creando così le libere repubbliche boere. Gli afrikaner pensavano che quella terra gli fosse stata concessa da dio. Mandela comprese il loro rapporto viscerale con il Sud Africa e capii che una delle motivazioni che c’erano dietro al regime dell'apartheid era la paura di essere costretti a lasciare il Paese dopo la decolonizzazione o di scomparire in mezzo alla maggioranza nera.

Intuita questa chiave di lettura, Mandela ha convinto i bianchi ad aprirsi alla democrazia garantendogli un futuro politico, economico, culturale e sociale nella nuova nazione arcobaleno e loro si sono fidati. Oggi dopo quasi 20 anni, tutte le previsioni catastrofiche sul crollo del Paese dopo la fine dell'egemonia bianca si sono dimostrate false. Certo, il Sud Africa non è un paradiso, ma questo esiste, per chi crede, solo dopo la morte. Il Paese è però una delle democrazie più importanti al mondo, fa parte dei Brics e i bianchi sono ancora protagonisti, nonostante molti problemi come il crimine comune. L'idea che il segreto per pacificare una nazione sia garantire agli individui e alle comunità culturali e religiose un futuro, Mandela la ha sicuramente appresa anche dalle battaglie che Gandhi, giovane avvocato, fece in Sud Africa per difendere i diritti della comunità indiana.

Gandhi e Mandela, a mio giudizio, hanno trovato una chiave di lettura che l'occidente dovrebbe riproporre oggi per risolvere molte crisi. Ad esempio quella israelo-palestinese, o quella siriana. Se si cammina a Gerusalemme, e si va a mangiare in un ristorante ebraico è probabile che si mangino hommus, falafel, kebab, gli stessi piatti che si assaggerebbero in un ristorante arabo. Se si entra in una moschea non si vedrebbe rappresentato il volto di dio esattamente come in una sinagoga. I riti ebraici e quelli arabi, cristiani e musulmani a ben guardare non sono così diversi. I contrasti sembrano essere simili a quelle tra due fratelli che hanno litigato e che non si parlano più. Oggi servirebbe un Mandela o un Gandhi che, seguendo il percorsogià tracciato da Rabin, penetri il muro della paura reciproca che paralizza le parti più liberali israeliane e palestinesi. Si dovrebbe convicere la gente che si può convivere, non solamente accettando l'esistenza di due stati, quello Israeliano e quello palestinese, ma anche parlandosi, riscoprendosi, arricchendosi reciprocamente. I palestinesi dovrebbero liberarsi definitivamente di un’ideologia che non riconosce in modo chiaro e limpido il diritto di Israele di esistere, e gli israeliani dovrebbero finalmente affrontare in modo netto la questione delle colonie nei territori palestinesi. Solo due politici forti e capaci di far sognare possono riuscirci.

Già oggi tra i due popoli vi sono dei ponti sotterranei e nascosti. Se si passeggia per le strade di Gerusalemme, molte delle ceramiche che vengono vendute dai commercianti israeliani sono palestinesi o iraniane. Sì, strano a dirsi, ma tra Israele e l'Iran esiste un rapporto commerciale che viene portato avanti dalla comunità di ebrei che ancora vive in Persia (20mila persone). Pur non potendo per le leggi iraniane entrare in Israele, lo fanno comunque passando dalla Turchia e non facendosi timbrare il passaporto in Israele. Anche l'economia israeliana e palestinese sono intrinsecamente legate. La vita trova sempre il modo di costruire ponti.

La democrazia sud africana e quella indiana potrebbero essere un ottimo esempio anche per la Siria di oggi dove gran parte delle minoranze cristiane, druse e alawite appoggiano il partito baathista di Assad proprio per paura che i sunniti una volta al potere li discrimino. Sia il regime Iracheno di Saddam, che quello siriano degli Assad, nascono dall'ideologia di Michel Aflaq. L’intellettuale e politico siriano per garantire un futuro alle vaste minoranze religiose, figlie della tolleranza dell'impero ottomano, dopo che quest'ultimo era caduto, si inventò il nazionalismo arabo come collante. Oggi l'Occidente e i sunniti, che combattono per la libertà in Siria, se garantissero alle minoranze religiose un ruolo nel futuro del Paese, potrebbero convincere drusi, alawiti, e cristiani a non appoggiare più il regime. Il Baath perderebbe così il suo collante con gran parte della popolazione e verrebbe condannato in questo modo ad una quasi sicura sconfitta. Anche la guerra civile libanese è stata sconfitta con una garanzia, se pur fragile, di futuro per tutte le comunità e gli individui grazie a una democrazia che riconosce tutte le minoranze come integranti della propria cultura.

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