Deficit di sanità, di democrazia e pericolo per la salute
In tempi di spending review e di difficile ricerca del pareggio del bilancio pubblico c’è un fenomeno che stranamente non viene preso in considerazione: l’accumularsi dei deficit e debiti delle regioni sottoposte a Piani di Rientro. Sono regioni in deficit sanitario cronico da quasi un decennio e per le quali una legge tanto assurda quanto inefficace prevede fra l’altro che sia concordato un piano di rientro con il Governo centrale e che, nei casi più gravi, per la gestione del piano sia nominato Commissario lo stesso Presidente di regione.
Il risultato sperimentale di tutto ciò è che il deficit sanitario di ciascuna di queste regioni continua negli anni, che per tamponarlo vengono aumentate le tasse regionali, stornate ingenti risorse destinate allo sviluppo e che in tutta questa vicenda i cittadini vengono beffati tre volte:
- come contribuenti, perché chiamati a pagare più tasse per nulla;
- come pazienti, perché i servizi sanitari erano, sono e continueranno ad essere di qualità pessima (tanto che ogni anno centinaia di migliaia si fanno curare in altre regioni);
- come cittadini, perché i soldi di quella sanità in deficit sono impiegati per distorcere il meccanismo elettorale e di creazione del consenso.
Queste regioni producono deficit sanitari di diversa entità ma ugualmente maleodoranti; primo in classifica è il Lazio (oltre 1000 milioni di euro l’anno), seguono Campania (400 circa), Puglia (300) e tutte le altre. per un valore complessivo che supera i 2 miliardi l’anno.
Sono prevalentemente regioni del sud-centro ma governate nel tempo e nello spazio da giunte sia di centro-destra che di centro-sinistra.
Il debito complessivo accumulato (ancor più maleodorante) supera la decina di migliaia di miliardi di euro e prima o poi si rovescerà non solo su quelle classi politiche regionali ma anche e soprattutto sui cittadini (come tali, come pazienti e come contribuenti), così come la montagna del debito pubblico italiano sta facendo a livello nazionale.
L’esatto livello dei deficit e dei debiti sanitari è misurabile in miliardi di euro e facilmente reperibile nei dettagli in documenti ufficiali dei principali centri studi (CERGAS, CEIS, relazioni del Ministero Economia, della Banca d'Italia).
Il guasto che ha creato e crea in termini di democrazia e legalità è di più difficile misurazione ma è ,se possibile, ancora più grave e sotto gli occhi di tutti: lo scopo principale delle immense risorse pubbliche impiegate in sanità (complessivamente circa 120 miliardi l’anno) non è tanto la tutela della salute ma la tutela del consenso delle maggioranze, dei partiti e dei singoli esponenti politici regionali (Presidenti in testa). Nelle regioni a forte deficit regionale sanitario e con Piani di rientro questo è ancora più accentuato e attuato in modo cinico: nomine, appalti, spese, assunzioni. Insomma tutto è deciso secondo il criterio dell’accrescimento del consenso elettorale a spese delle finanze pubbliche e contro la salute dei cittadini.
Ciò vale in diversa misura in tutte le regioni, tanto che i Direttori Generali delle aziende sanitarie e ospedaliere sono i veri segretari/amministratori dei partiti a livello locale e che ciascuno di essi è apertamente attribuito a quel partito o a quell’altra corrente. Resta però il fatto che nelle regioni “normali” almeno i servizi sanitari sono accettabili, pesano meno sui contribuenti e i deficit economici sono nulli o contenuti.
Ma in tutte le regioni senza eccezione restano invece il deficit di democrazia e l’alterazione del meccanismo di creazione del consenso causati da questo tipo di gestione/abuso della sanità: fare l’esempio della Lombardia è sin troppo facile.
Se dunque i deficit sanitari regionali sono dannosi per i contribuenti, pericolosi per i pazienti e violenti per gli elettori come fare per dire loro di smettere?
Una prima risposta è semplice, gratuita, di sicura efficacia e condivisa da quanti studiano e osservano il sistema in modo indipendente: nelle regioni sottoposte a Piani di Rientro va nominato un Commissario che non sia il Presidente della regione (fra i maggiori sospettati dei crimini gestionali sanitari) ma un esperto del settore che non abbia avuto incarichi istituzionali nella regione, da valutare esclusivamente sui risultati.
Va nominato dunque Commissario chi sia esente da interessi politico-istituzionali e di consenso nella regione e che assuma decisioni esclusivamente in base a criteri di programmazione sanitaria e tutela della salute. Potrà sembrare strano, visto lo scempio pluriennale di questa gestione sanitaria, ma esistono anche in Italia persone che non si sono assuefatte alla politica del deficit e del debito pubblici. D’altra parte rispetto al livello nazionale di governo i Commissari in materia sanitaria hanno un compito più semplice, non dovendo ricercarsi maggioranze a colpi di fiducia ma solo attuare quanto ritenuto giusto ed opportuno.
In Parlamento sono stati formalizzati emendamenti e proposte di legge in questo senso dai parlamentari radicali ma gli altri gruppi (di entrambi gli schieramenti) sono prudenti e silenti, per timore di perdere il controllo delle gestioni, anche di quelle fallimentari.
A coloro che, in buona fede o meno, sono allarmati da una necessaria ristrutturazione territoriale sanitaria va ricordato che la sanità deve essere solo uno strumento di tutela della salute, che per i paesi sviluppati maggiore spesa sanitaria non vuol dire più salute: quelli che presentano livelli di salute migliore hanno livelli di spesa sanitaria più bassa così come viceversa quelli a maggior spesa sanitaria presentano risultati di salute inferiori.
L’allarme di coloro che vorrebbero una spesa sanitaria sempre crescente è dovuto alla consapevolezza che questa crescita è necessaria al mantenimento (antidemocratico) del consenso politico e di posizioni di potere.
Abbattere il deficit sanitario ha due conseguenze positive: tutela la salute dei cittadini, riduce il deficit di democrazia.
Cominciamo dal cancellare l’assurdità dei Presidenti-Commissari: togliamo ai primi le risorse per crearsi consenso a spese di tutti e diamo ai secondi la possibilità di riportare, finalmente, la sanità a strumento di tutela della salute. Come pazienti, contribuenti e cittadini-elettori ci guadagneremo tutti.
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