Direttore Valter Vecellio. 3 ore 11 min fa
Marco Pannella

"Io ho voluto rischiare la vita perché non ci siano altri Bobby Sands"

14-08-2012

Quella che segue è l’intervista a Marco Pannella che viene pubblicata sul numero 3 di “Luca”, il trimestrale dell’associazione Luca Coscioni. 

Abbiamo chiesto a Marco Pannella di guardare insieme a noi il film “Hunger”, di Steve McQueen. Armati di alcune fotocopie, dove era riportata parte della sceneggiatura del film, abbiamo incoraggiato Pannella a parlarci della sue impressioni, della sua idea di lotta nonviolenta nel confronto con la scelta dello sciopero della fame a oltranza di Bobby Sands.

Che ricordo hai della vicenda di Bobby Sands?

“Ricordo una persona che mi voleva bene e che aveva capacità di essere amore civile, Indro Montanelli, alla notizia della morte di Bobby Sands, dopo il suo sciopero della fame ad oltranza, scrisse: “Adesso Pannella non potrà continuare a fare i suoi scioperi della fame senza morire”. Io gli risposti: “Bobby Sands ha voluto rischiare la vita, ma in realtà ha rischiato la morte. Io ho voluto rischiare la vita perché non ci siano più altri Bobby Sands”.
Nel dialogo del film tra padre Dominic e Bobby Sands, la natura della lotta di Bobby Sands, ma anche il suo temperamento, sono molto chiari. In lui rivedo la figura del piccolo principe di Saint-Exupéry, l’innocenza romantica. Non a caso il giovane Bobby Sands, con i suoi occhi azzurri, evoca il paradiso, racconta di voler vivere nella natura, che considera buona. E’ alla ricerca dell’assoluto. Assoluto significa sciolto da tutto, privo di relazione. E’ questa illusione fondamentalista il problema, illusione che riguarda anche i potenti. Penso a Obama e a Cameron, che in realtà sono gli eredi di Bush, nella loro impotente devozione all’assoluto della ragion di Stato.
Il ragionamento di Bobby Sands è chiaro: “Devo sparare questo mio corpo contro gli inglesi. Morte a loro e morte a noi”. E’ il romanticismo, con anche visioni naturalistiche e naturistiche. Mi ammazzo per colpire il nemico”.

All’epoca in un’intervista definisti Bobby Sands un fondamentalista.

“Non capiva Bobby Sands che la scelta assolutistica è perdente, e che per vincere occorre stabilire un dialogo con il potere, perché il problema è disarmare il potere, togliendogli quello che la grande tragedia greca e shakeasperiana ci dice, ossia che il potere rende impotenti e pazzi. La scelta nonviolenta è relazione, è dialogo. Quella di Bobby Sands è il rifiuto della relazione. E’ la purezza. E’ l’assoluto. Si assassina per il bene. E’ l’illusione della morte salvifica. Dono la morte per il bene della comunità.
E’ bella la scena successiva al dialogo tra Bobby Sands e padre Dominic. Il poliziotto, non a caso di colore, pulisce la merda dei prigionieri irlandesi, toglie gli odori, e mentre Bobby sta morendo, nell’immagine domina il bianco, il nitore, la purezza.
Bobby Sands pensava: “Mi hanno preso, i nemici mi tengono in galera, non posso più sparare prima di loro, perché la lotta è mortale. O muoio io, o muoiono loro. Mi ammazzo per colpirli”. E’ l’idea della morte salvifica. Ma è qui il punto. Nello statuto del Partito Radicale il comandamento “Non uccidere” non può avere l’alibi nemmeno della legittima difesa. All’inizio mi sembrava eccessivo. Però c’è un problema semantico. Nella guerra la questione è: “deve morire lui o devo morire io”. La guerra è appunto mortale, come pensava Bobby Sands. Invece nella nonviolenza devono vivere tutti e due, io e il mio nemico. Come è possibile? Perché ho la risorsa del non uccidere. Il gioco è se hai la capacità di dare vita all’altro e lui di dare vita a te. Per l’oppresso la violenza è sempre suicida, perché è l’apologia della morta del nemico, ma con la morte del nemico è sicura anche la propria morte. L’oppresso sa che se usa i forconi, gli altri useranno le mitragliatrici. Se usa le mitragliatrici, gli altri useranno la bomba atomica”.

Consideri storicamente vincente la scelta della nonviolenza?

“Credo che la logica della nonviolenza abbia vinto sulla scelta di Bobby Sands. Dove sono oggi i Bobby Sands? Dove stanno gli assassinati inglesi?
Con la lotta nonviolenta cerco di trasferire in te (potente) l’energia che ti manca, per applicare e rispettare la tua stessa legge. Cerco di darti la forza di farlo.
Non ti mostro i muscoli, non ti odio. Voglio salvarmi con te e salverete, perché il destino del potere è quello di farti impazzire.
Sono passati dei decenni e noi siamo ancora qui, mentre sono scomparsi i Bobby Sands. Semmai adesso ho il problema di intervenire con umiltà, non con modestia, che è una virtù squallida, per aiutare il Dalai Lama con i trentaquattro monaci che sono impegnati in uno sciopero della fame ad oltranza, perché tra loro si è diffusa l’illusione che la propria morte possa servire alla comunità. Tra i monaci tibetani c’è un’esasperazione che li porta alla disperazione. Ma questa scelta è in contraddizione con il Dalai Lama e anche con Rebiya Kadeer, che è la leader della minoranza degli Uiguri, e che fa parte del direttivo del Partito Radicale Transnazionale. Rebiya Kadeer ha dichiarato: “Noi lottiamo per la libertà degli Han, perché non vogliamo privilegi, vogliamo i loro stessi diritti”. E’ quello che dice oggi anche il Dalai Lama. Comprendono che il problema è quello della vita, e quindi della libertà e della democrazia.
Che la nonviolenza sia oggi vincente lo dimostra anche la ragionevolezza popolare dei giovani africani o rumeni che praticano lo sciopero della fame come forma di protesta nelle nostre carceri. Sono loro stessi a dire: “Quando torneremo a casa lotteremo con la nonviolenza, rischiando la vita e non la morte”.

Giacinto Pannella detto Marco (Teramo, 2 maggio 1930) è un politico e giornalista italiano, che si definisce radicale, socialista, liberale, federalista europeo, anticlericale, antiproibizionista, nonviolento, e gandhiano. Leader nonviolento del Partito Radicale Nonviolento Transpartito Transanzionale.

Il potere è impermeabile al dialogo?
“No, affatto. Mi viene in mente la figura di Thomas Sankara, presidente del Burkina Faso tra il 1984 e il 1987, a seguito di una rivolta popolare scoppiata dopo la sua destituzione da Primo ministro. Con lui discutevamo di Burkina Faso e di nonviolenza. Riuscii a convincerlo a non fare quei processi che piaccono tanto a Grillo. Il suo predecessore era Jean-Baptiste Ouedraogo, un leader tradizionale, sospettato di connivenze con le ex potenze colonialiste. Invece di processarlo, lo liberò.
Mentre poi discutevamo della sua possibilità di restare al potere, Thomas Sankara mi disse che se anche i francesi avessero tentato di destituirlo, nel giro di qualche ora, sarebbero potute intervenire le truppe guidate dal suo braccio destro Blaise Compaoré, che considerava un fratello. Il suo braccio destro, il suo fratello, era anch’egli un puro, un piccolo principe. Era un militare, quindi punito, onesto, integro, con il senso della vita e della morte. Ed è stato lui ad assassinare Thomas Sankara. Erano dei personaggi alla Saint-Exupery. Non a caso cambiarono il nome del paese da Alto Volta in Burkina Faso, che significa “Paese degli uomini integri e puri”. C’era anche in loro la purezza, come il Bobby Sands. Ecco, vorrei aiutare i “compagni di Bobby Sands” a lottare in modo diverso e far loro capire che il potere è impotente”.

Come leggi i movimenti di protesta più recenti? Qual è la loro capacità di dialogare con il potere? Prendiamo il caso dei No TAV?

“Quando gli accordi internazionali sui corridoi europei sono stati adottati a Bruxelles, con ratifiche di tutti gli Stati, nessuno ha fatto la battaglia in Parlamento, a Roma. A livello regionale nessuno si è mosso. Se non sei presente con lucidità, prevedendo, poi è una violenza bloccare quel progetto. Un progetto che prevede dei costi che sicuramente è ingiusto pagare.
Governare è pre-vedere. E’ avere visione, e non solo punto di vista.
Mario Marchitti, un compagno radicale, ci aveva subito avvisato di quanto la soluzione adottata sarebbe stata costosa. E io avevo subito parlato della necessità di trovare tutte le compensazioni territoriali per sanare la parte di passività del consumo del territorio”.

E delle forme di lotta degli indignados?

“I ragazzi, come i vecchi, se sono indignados, “lo prendono in quel posto”. Ci si indigna sempre per i comportamenti altrui, mentre è più utile amare quello che si vuole. Il limite di queste forme di lotta è che si tratta di una protesta perenne, animata dall’infelicità, ma che tende a non avere un obiettivo. Proprio per questo è anche più manipolabile dal potere e dal regime, che non la teme, e permette, infatti, che invada i mezzi di comunicazione”.
 

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