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Marco Fabio Garozzo

Liberalismo e italiani, incontro possibile?

16-08-2012

I socialdemocratici, con Giuseppe Saragat, amavano dire che fosse il destino cinico e baro ad impedire la realizzazione del loro successo sulla scena politica, allora dominata da democristiani e comunisti. Così come, ovviamente, non era il fato (o soltanto la contingenza di una legge elettorale) a negare il successo al partito socialdemocratico, non credo sia ascrivibile alla dea bendata la refrattarietà degli italiani al liberalismo. Oltre ai retaggi culturali e al ventennio fascista, corporativista, credo che il motivo della debolezza dei liberali in Italia sia intrinseco, che risieda nella divisione perenne dei liberali, dovuta alla loro stessa natura: uno spirito fortemente critico e autocritico, che mette in gioco continuamente persino le proprie idee in quanto non dogmatico, non ideologico, ma guidato dall'empirismo. Il liberale autentico, pur naturalmente desiderando una realtà ben diversa da quella attuale, non pretende di imporre un modello di uomo, non si permetterebbe mai di dedicare risorse economiche prelevate dalle tasche di tutti (i contribuenti) per "educare" l'uomo secondo le idee liberali. Egli analizza la realtà e dalla constatazione dei fallimenti o dei successi dei provvedimenti di volta in volta presi dagli esecutivi ne deduce conseguentemente le scelte migliori per un buon governo. La sua adesione alla "idea liberale", come la chiamerebbe Panfilo Gentile, deriva dalla constatazione del fallimento dei modelli di economia pianificata, dalla mortificazione del bene più prezioso (la libertà individuale) operata dai regimi totalitari, statalisti, integralisti, cesaristi e partitocratici. Tutto ciò, da un lato costituisce una debolezza politica tutt'altro che trascurabile, ma dall’altro rappresenta una ricchezza culturale, feconda di una continua dialettica e felicemente incompatibile con la creazione di un pensiero unico dominante.

Nonostante la loro naturale propensione al dubbio, quindi, esistono punti certi che uniscono tutti i liberali come, appunto, la loro comune posizione contro i sussidi e i protezionismi statali, il loro scetticismo per la ricetta delle nazionalizzazioni e dello Stato imprenditore, infaustamente perseguita dal nostro paese dai primissimi anni ’60. Il fallimento delle politiche di pianificazione economica di stampo collettivista e post fascista (Corporazioni, ecc.) del nostro paese sono, ahinoi, all’origine dello spaventoso debito. Lo Stato imprenditore e i vari sussidi elargiti, anche ad imprese decotte, sono serviti entrambi a ingrassare il meccanismo clientelare, non certamente ad aumentare la produttività e a favorire l'imprenditoria sana, non questuante (a questo scopo sarebbero state sufficienti ed efficienti gli alleggerimenti del carico fiscale).

Illuminante, in proposito, quanto scrive Ludwig Von Mises, in "l’Azione Umana" nel 1949 a proposito della Sozialpolitik: “Questi propagandisti devono finalmente ammettere che l’economia di mercato non è così cattiva come le loro ‘singolari’ dottrine la dipingono, dopo tutto. Permette la produzione dei beni.[...] Ma, obiettano i campioni dell’interventismo, è ritenuta carente sotto il profilo sociale. Non ha cancellato povertà e miseria. [...] Il principio del welfare deve sostituire quello del profitto[...] Più ci addentriamo in questo compito, più priviamo il welfare di ogni concreto significato e contenuto, facendolo diventare una parafrasi incolore dell’azione umana, cioè, l’urgenza di rimuovere il più possibile le difficoltà. Come universalmente riconosciuto, quest’ obiettivo può essere raggiunto più velocemente, e pressoché esclusivamente mediante la divisione del lavoro, ove gli uomini cooperano all’interno della cornice dei legami sociali. L’uomo sociale a differenza dell’uomo autarchico, deve modificare necessariamente la sua originale indifferenza biologica verso il benessere di chi è al di fuori del suo nucleo familiare. Deve adattare la sua condotta in base alle richieste della cooperazione sociale e badare al successo del suo prossimo come condizione indispensabile del proprio. Da questo punto di vista si potrebbe descrivere l’oggetto della cooperazione sociale come la realizzazione della maggior felicità per il più ampio numero di persone possibile”.

Anche escludendo la mala fede di coloro che con la scusa delle crociate contro lo sfruttamento capitalistico propongono un mercato pianificato, è sotto gli occhi di chiunque constati la realtà che ci è possibile conoscere solo parzialmente le dinamiche socio-economiche collettive, mentre ce la caviamo meglio quando provvediamo, da noi, a noi stessi. Controllare totalmente le dinamiche significa imporre acquisti e vendite, trasformando i cittadini, soggetti che liberamente e individualmente scelgono sulla base dei loro gusti, in sudditi di uno stato totalitario, come avveniva in URSS. Nella nostra economia mista, avviene il solito compromesso all’italiana. Un controllo non così pieno come quello sovietico, ma sufficiente a corrompere l’economia di mercato, ad alimentare il sottobosco clientelare tipico delle commistioni pubblico-privato.

Il “Corriere” del 2 dicembre 2011 ha pubblicato un interessante articolo, prendendo spunto dalla classifica del Transparency International.

Il centro Einaudi di Torino, riporta il “Corriere”, ha calcolato che per effetto della discrezionalità della decisione politica (vedi sistema clientelare di assegnazione degli appalti, ecc.), i maggiori costi sostenuti dai contribuenti nel solo anno 1991 erano stati ben 6000 miliardi circa. E dopo Tangentopoli la situazione non è affatto migliorata. Quale insegnamento trarne? Io ne trarrei due. Il primo, che Mani Pulite (la soluzione giudiziaria alle deficienze della politica) non ha rimosso le cause del problema corruzione (ma ha soltanto agito sul contingente e peraltro azzerando la dirigenza di alcuni partiti, non indagando a fondo su altri). Il secondo, che una delle cause prime del dilagare del fenomeno corruttivo deriva dalla idea di democrazia sociale, cioè dalla visione delle democrazia che vuole che sia lo Stato, buon padre di famiglia, a dirigere il mercato, a imbrigliare l'economia, che vuole che lo Stato sia imprenditore, che abbia golden share un pò in tutte le più importanti industrie e società. Questa visione dello Stato, come dicevano Luigi Einaudi e dopo di lui Giovanni Malagodi e altri, si contrappone alla democrazia liberale, che invece limita le funzioni dello stato a pochi, ma certi, ambiti di competenza, attribuisce allo stato la funzione di garante del Diritto: grazie a forti istituzioni di vigilanza, in ambito economico questo si traduce nel lasciare ampia possibilità di competere alle energie imprenditoriali private, controllando la qualità del terreno della competizione (che sia quello del libero mercato). Il clientelismo, secondo questa visione dello stato, avrebbe vita molto più dura. Di certo il clientelismo, utilizzando la ricetta liberale, non si estirperebbe in modo assoluto, intendiamoci, ma almeno non sarebbe alimentato dall'opacità, non troverebbe più il lasciapassare del comitato di potere che blocca colui che vorrebbe competere sul terreno del merito, rispettando il Diritto, invece favorisce colui che "olia" il sistema, del comitato della burocrazia elefantiaca funzionale soltanto ai clienti del sistema che trovano iter incredibilmente "semplificati". Cos'è, d'altronde, il liberalismo se non la libertà responsabile, la libertà che pone un limite in quella altrui, la libertà autolimitata dal mercato, quando questo è realmente competitivo e non drogato dall'ingerenza di un insindacabile e prepotente leviatano che si atteggia a garante etico? 

Questo comune denominatore, che fa dei liberali gli autentici oppositori delle cause prime del clientelismo, ha, com’è intuitivo comprendere, un valore d’indubbio interesse per la salute del tessuto produttivo e per lo Stato di Diritto di una società che ambisca a definirsi civile. Tuttavia, non soltanto non è capace di suscitare l’interesse e la simpatia del comune cittadino, ma non riesce nemmeno a costituire il collante dei liberali per smentire con forza le dilaganti tesi false e strumentali da parte di chi ha interesse a colpire il liberalismo. Infatti, il paradosso a cui oggi assistiamo è la abnorme diffusione della mistificazione informativa. Si cerca di far passare per dato oggettivo e inconfutabile l'aberrante tesi secondo la quale la causa della crisi risiede nel libero mercato, cioè nel fatto che il mercato non sia pilotato e imbrigliato dalla politica (come secondo costoro, invece, dovrebbe per scongiurare il pericolo del default). Secondo questi “informatori” di regime sarebbe proprio la libera concorrenza (e non, invece, il meccanismo clientelare partitocratico possibile grazie alla invasività della politica nel mercato) ad aver prodotto gli attuali livelli di indebitamento e di debito. La mostruosa spesa pubblica, generata dalla politica clientelare (Panfilo Gentile amava definirla democrazia mafiosa), secondo questa vulgata, non sarebbe intimamente connessa alla crisi che stiamo vivendo. Viene così ribaltato il dato empirico secondo cui è proprio il potente a dover temere quelle istituzioni (delle quali in Italia non esiste neanche l'ombra) che sostengono i liberi mercati, perché queste trattano tutte le persone allo stesso modo, annullando l’importanza del potere. Al potenziale cittadino italiano, ed attuale suddito della disinformazione, non arriva con forza ed in modo convincente il messaggio che I mercati, la cui libertà sia garantita da tali Istituzioni, sono una fonte di concorrenza, e costringono i potenti a mettere continuamente alla prova la propria competenza. 

Anche la disquisizione intorno alla misura dello Stato (in ambito liberale si parla spesso di Stato minimo) è un argomento pretestuosamente scelto dai nemici del liberalismo. Coloro che mirano strumentalmente a liquidare la tradizione liberale con battute da bar sport, traducono l’idea liberale dello Stato nella pericolosa utopia della rinuncia ad un organo centrale di controllo, ad una regia attenta del rispetto delle regole. Già con Benjamin Constant il liberalismo è sempre stato intimamente connesso al Costituzionalismo. Un liberale autentico non può prescindere dal modello costituzionale. Vede nello Stato e nelle sue Istituzioni (pesi e contrappesi, il potere giudiziario e quello della Corte costituzionale, il Parlamento, il Governo, ecc.) dei baluardi contro l'imbarbarimento e la degenerazione a “far west” della civile convivenza e competizione.

Un ulteriore comune denominatore dei liberali è costituito dalla loro propensione al modello federalista e il loro forte scetticismo verso forme di centralismo statalista. Naturalmente, in questo ambito il federalismo di cui parliamo è quello autentico, erede del Carlo Cattaneo, non quello scimmiottato da taluni demagoghi. Per un liberale l’ideale sarebbe la completa gestione individuale della propria vita. Gli è tuttavia chiarissimo che gli individui possono essere veri esseri umani, civili, solo all’interno del tessuto sociale, in quanto sono creature sociali. Hanno la necessità di formare delle piccole comunità di giustizia, all’interno delle quali vari problemi possono essere regolati democraticamente. Diventano, così, cittadini, membri della polis. Inoltre i liberali sono altrettanto consapevoli del fatto che al crescere delle comunità umane, alcuni problemi non possono essere affrontati a livello di singola città, o di regione. In questi casi le comunità più piccole si possono federare per formarne una nuova e più grande, autorizzata ad affrontare questi problemi. Il federalismo autentico consiste in questo, in un concetto che è opposto a quello in cui credono gli statalisti, favorevoli all'accentramento. La prospettiva rispetto a chi, tramite la sussidiarietà, "concede" agli organi locali gli ambiti di discrezionalità, per un liberale è ribaltata. In una società federalista la delega arriva dagli stessi singoli cittadini. Soltanto in questo modo la politica e il governo emana dall’individuo, mentre nel modello centralista le scelte emanano dal potere centrale, statale, al di sopra degli individui e che paternalisticamente concede lo spazio per le attività dei singoli. Giuseppe Dossetti vedeva nella libertà un mezzo, non il fine, e Giorgio La Pira nella solidarietà un obbligo di legge e non uno spontaneo moto dello spirito. Il problema del welfare e della spesa pubblica potrebbe essere risolto sotto un'ottica opposta a quella centralista o statalista, ponendo l'accento sulla necessità di metter mano al portafoglio dei contribuenti esclusivamente per erogare servizi e garantire il benessere del cittadino. Non per sostenere uno stato imprenditore o per "proteggere" imprese che, a causa della loro incapacità, non saprebbero altrimenti stare a galla. Una delle più evidenti aberrazioni della cultura collettivista e dirigista è la convinzione che i diritti soggettivi naturali (proprietà, libertà e vita) siano incompatibili con quelli sociali (scuola, sanità, pensioni, ecc.) e che si debbano sacrificare i primi per preservare i secondi.

In questo ambito, relativo all’intervento centralista, a parte i servizi (infrastrutture, ecc.), la differenza nella spesa pubblica fra un sistema ed un altro è relativa alla quota spesa per lo “Stato sociale”. I Paesi che spendono di più, alla fine, hanno all’incirca la stessa crescita economica, la stessa speranza di vita e lo stesso grado di istruzione di quelli che spendono di meno, scrive Giorgio Arfaras, direttore della Lettera economica del Centro Einaudi. Oltre il 35% di spesa pubblica non si osserva un miglioramento della qualità della vita. L’Italia – al netto degli oneri del debito pubblico – spende circa il 40 per cento. Dunque, in Italia, avanza un 5% di taglio alla spesa. E questo senza tener conto di notevoli margini di miglioramento sulla qualità della spesa, sovente destinata ad alimentare i meccanismi clientelari anzichè finalizzata al miglioramento del benessere. Porsi il problema della riduzione della pressione fiscale, misura quanto mai necessaria a dare una boccata d’ossigeno a ciò che resta della nostra imprenditoria, significa, in ottica di libertà responsabile, porsi il problema della riduzione della spesa pubblica. Non si possono ridurre le tasse, cioè le entrate, senza provvedere ad una parallela e drastica riduzione degli sprechi.

Nell’ambito della spesa pubblica rientra l’inefficienza delle nostre facoltà universitarie. Costi pubblici elevati per mantenerle, scarsa qualità del servizio fornito. I propugnatori dell'idea liberale vorrebbero elevare la qualità delle nostre facoltà, liberandole dalla cappa dirigista che non consente la loro benchè minima autonomia amministrativa ed economica, compresa la possibilità di licenziare e assumere docenti sulla base del loro rendimento, dei loro meriti. Valore legale del titolo di studio, centralismo che soffoca l'autonomia delle nostre università e obbligatorietà d'iscrizione agli ordini professionali di stampo corporativista, sono ostacoli ad una società aperta e competitiva (come qualche mese fa ho ricordato su “Notizie Radicali”). Analogamente, nell'ambito della Giustizia i criteri di avanzamento di carriera dei magistrati e la totale impunità, del corpo giudicante, dalla colpa grave o dal dolo, risultano incompatibili con l'idea liberale, ponendo l'Italia sideralmente lontana dai paesi di democrazia liberale.

Conclusioni.
Se non è il destino cinico e baro, la marginalità del liberalismo in Italia può interamente dipendere dalla natura tipicamente indipendente e individualista del liberale? Credo che nonostante i numerosi punti comuni e nonostante la lotta alla disinformazione sia un ulteriore motivo importante per tendere alla coesione, i liberali soffrano di una divisione artificiosa che va oltre la loro naturale propensione al dissenso e al netto rifiuto del pensiero unico. Questa divisione rende ancora più remota la possibilità che la cultura liberale possa incidere in ambito politico e si trascina dai tempi della polemica fra Benedetto Croce e Einaudi. Il grande filosofo napoletano si ostinò a porre su piani distinti gli aspetti etici, filosofici e politici del liberalismo e quelli strettamente economici, che definì con il termine liberismo. Questo senza cogliere, invece, che Il liberalismo di Einaudi è la dottrina di filosofia morale che si fonda sul diritto naturale della libertà ed è quindi ingiustificata e arbitraria la distinzione fra le applicazioni “politiche” e quelle “economiche” in cui si estrinseca il liberalismo. Il liberalismo è uno solo, in quanto deriva dalla filosofia della libertà, brillantemente espressa da Constant : “Il diritto di ciascuno di noi di dire la sua opinione, di scegliere il proprio lavoro e di esercitarlo, di disporre della sua proprietà…, di andare e di venire senza chiederne il permesso e senza rendere conto dei propri motivi e dei propri passi…”. Esistono, è vero, esempi in cui un regime illiberale e non democratico consenta la libertà di mercato, come nel Cile di Augusto Pinochet, o attualmente in Cina. E viceversa è possibile che politiche economiche protezionistiche vengano perseguite anche da governi che si ispirano al liberalismo (come nelle democrazie occidentali tra le due guerre mondiali). Ma si tratta di contraddizioni che sopravvivono instabilmente, sono fenomeni temporanei. Il libero scambio cede velocemente il posto ad altre forme economiche sotto i regimi autoritari, così come sotto un regime economico che nega il libero mercato la democrazia liberale soccombe facilmente.

Questa artificiosa separazione fra diritti individuali e libero mercato, che ritroviamo sovente persino in seno alla stessa casa liberale, risulta letale per la diffusione delle idee di quanti, con sensibilità e storie differenti, si richiamano al liberalismo. Alcuni punti, apparentemente solo etici, hanno un forte impatto a livello di libertà e crescita economica. In altri termini, alcune riforme che in apparenza riguardano esclusivamente i diritti civili, sono di portata economica enorme (e viceversa, riforme che rendano il mercato libero possono produrre anche effetti di libertà in campo etico, operando un cambio di mentalità che sposta la centralità dallo Stato all’Individuo).

Esempi? L’antiproibizionismo (vedi il recente intervento di Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone) e la liberalizzazione della prostituzione, che vuol dire rimozione del terreno in cui cresce la criminalità organizzata. Ma l’esempio, che mi sembra il più eclatante, di riforma in ambito dei diritti individuali che ha importanti ricadute economiche è relativo alla Giustizia.

Come può un paese come il nostro illudersi di ricrescere se non si abbreviano i tempi della giustizia e non si ha la certezza del Diritto? Come possono le imprese investire in questo contesto? Le procedure di recupero dei crediti nei processi vedono il privato soccombere per anni nei riguardi delle PP.AA. e poi, nella migliore delle ipotesi, vedersi riconosciuta la somma dovuta quando l'azienda è ormai decotta. Insistere sui temi della Giustizia (tempi lunghi e incertezza del Diritto significano Giustizia negata anche e soprattutto per il tessuto produttivo del paese, per l'imprenditoria sana e non questuante), significa aprire la prospettiva del rilancio economico. In una situazione come quella che l'Italia sta vivendo, chi è quell'imprenditore che investe? Altro che attrarre gli investimenti, con questa (in)Giustizia fungiamo da repulsore di chiunque voglia lealmente intraprendere. La battaglia dei radicali per l'amnistia, lungi dall'essere incontrollata apertura delle carceri a tutti i detenuti, risulta uno strumento immediatamente efficace per riportare a livelli civili l'indice di occupazione delle carceri e contribuire sensibilmente alla riduzione dei tempi della Giustizia (ripristinando il principio della certezza del diritto). Laura Arconti, sull’argomento, ha opportunamente richiamato le parole de "Lo scrittoio del Presidente" (1954), una delle citazioni meno note del grande Einaudi: «Nella vita delle nazioni di solito l'errore di non saper cogliere l'attimo fuggente è irreparabile».

 

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