Direttore Valter Vecellio. 1 year 8 weeks ago
Susan Slymonovics

Algeria. Con il petrolio, ma senza pane

Dopo la caduta di Zine el Abidine Ben Ali in Tunisia e di Hosni Mubarak in Egitto, molti si sono chiesti se l'Algeria sarebbe stato il prossimo paese a sbarazzarsi di un leader autoritario. Il 21 gennaio 2011 i principali movimenti di opposizione algerini hanno dato il via al Coordinamento nazionale per la democrazia e il cambiamento (Cndc) che comprende anche i sindacati e le associazioni femministe, studentesche per i diritti umani.

Quando il Coordinamento ha indetto per il 12 febbraio una grande manifestazione ad Algeri, poche migliaia di partecipanti hanno dovuto scontrarsi con almeno trentamila agenti di polizia. Il 19 febbraio le forze di sicurezza hanno impedito una seconda manifestazione pacifica.

Le proteste algerine si distinguono da quelle tunisine ed egiziane per vari motivi. Inannzitutto in Algeria negli ultimi anni le manifestazioni sono state frequenti, diversamente da quello che è successo negli altri due paesi. Inoltre è diversa la composizione sociale dei partecipanti e il tipo di spazi che occupano. Nelle piazze davanti ai palazzi del potere algerini c'erano pochi intellettuali, esponenti politici o di organizzazioni della società civile. Molto più numerosi sono stati i giovani che si sono dati appuntamento nei quartieri poveri ed affollati, come Bab el Oued al Algeri, per manifestare la loro hogra, il sentimento diffuso di oppressione e frustrazione. Le loro proteste sono state etichettate di volta in volta come violenze, saccheggi o rivolte del pane, senza tenere conto delle cause che le hanno scatenate: i prezzi sempre più alti del civo, gli alloggi inadeguati, la mancanza di posti di lavoro e il giro di vite governativo sull'economia informale.

Le cosiddette rivolte del pane, però, non sono semplici "ribellioni di pancia", come sosteneva lo storico inglese Edward P.Thompson, ma devono essere considerate come una forma altamente complessa di azione popolare diretta, disciplinata e con obiettivi chiari. Le strategie messe in atto dai manifestanti e le loro richieste sono espressione di un desiderio più generale di maggiore uguaglianza. Non a caso i giovani hanno preso di mira le banche, i negozi e le auto, i simboli più evidenti delle disparità economiche. Diversamente dalla Tunisia e dall'Egitto, l'Algeria ha accumulato 160 miliardi di dollari in riserve valutarie straniere. Il paese ha grandi giacimenti di gas e petrolio, che contribuiscono a un terzo del PIL. Negli ultimi tempi il governo ha cercato in modo sporadico di incentivare l'economia di mercato, riducendo la spesa pubblica e i posti di lavoro nella pubblica amministrazione. Gli algerini però continuano a considerare il governo come il principale motore dell'occupazione. Ad alimentare le proteste della popolazione si aggiunge anche la consapevolezza che i ricavi del settore petrolifero non servono a migliorare la qualità della vita dei più poveri o il tasso di occupazione. In tutto il mondo arabo l'Algeria gode di un primato: è il paese dove sono scoppiate più proteste. Nel corso del 2010 sono state circa un centinaio, con migliaia di episodi minori. Questa eruzione costante di scontento ed agitazione, violenta o pacifica, è l'unica strategia con cui una parte della società può far arrivare e le proprie richieste ai suoi leader.

*da "Jadaliyya"
 

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