Direttore Valter Vecellio. 1 year 39 weeks ago
Arundhati Roy

India. Una rivoluzione imbarazzante. Il caso Anna Hazare

Anna Hazare, scrive Arundhati Roy sull’indiano “The Hindu”, è stato paragonato a un nuovo Gandhi. Ma non illudetevi: se i mezzi sono gandiani, le sue richieste non lo sono affatto.

Se quella che stiamo vedendo in TV è davvero una rivoluzione, allora è senz’altro una delle rivoluzioni più imbarazzanti e incomprensibili di questi ultimi tempi. Per motivi completamente diversi fra loro, e in modi completamente diversi, si potrebbe dire che i maoisti e i sostenitori del disegno di legge contro la corruzione – noto come jan lokpad – hanno una cosa in comune: entrambi vogliono rovesciare lo stato indiano. Uno dal basso, attraverso una lotta armata condotta da un esercito formato in maggioranza da adivasi (le popolazioni tribali originarie dell’India), cioè composto dai più poveri dei poveri. L’altro dall’alto, attraverso un colpo di mano gandiano senza spargimento di sangue, guidato da un santo di nuovissimo conio e da un esercito di abitanti delle città, quindi di persone sicuramente meno povere. Il tutto con la collaborazione del governo, che sta facendo il possibile per rovesciare se stesso.

Lo scorso aprile, quando Anna Hazare aveva cominciato da poco il suo primo “digiuno fino alla morte”, il governo, in cerca di un modo per distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica dalla sfilza di scandali per corruzione che ne avevano scosso la credibilità, ha invitato il Team Anna – è il marchio scelto da questo gruppo della “società civile” – a partecipare a una commissione congiunta incaricata di redigere il progetto di una nuova legge contro la corruzione. Pochi mesi dopo, però, ha abbandonato quella strada e ha presentato in Parlamento un suo progetto di legge talmente pieno di difetti che era impossibile prenderlo sul serio.

Poi il 16 agosto, la prima mattina del suo secondo “digiuno fino alla morte”, ancor prima di dare il via all’iniziativa o di commettere qualsiasi infrazione alla legge, Anna Hazare è stato arrestato e messo in prigione. Ed ecco che la lotta per jan lokpal si è trasformata in una lotta per il diritto a protestare: la lotta per la democrazia. Nel giro di qualche ore dall’inizio di questa “seconda lotta per la libertà”, Anna è stato rilasciato. Astutamente ha rifiutato di uscire dal carcere di Tihar, a New Delhi, ed è rimasto lì in qualità di ospite riverito. Ha cominciato un digiuno per rivendicare il diritto a digiunare in un luogo pubblico. Per tre giorni, mentre fuori dal carcere di massima sicurezza si assiepavano la folla e i furgoni delle TV, esponenti del Team Anna facevano la spola avanti e indietro portando i suoi video-messaggi da mandare in onda su tutti i canali della TV nazionale (a chi altro sarebbe stato concesso questo lusso?). Nel frattempo, 250 dipendenti del comune di Delhi, 15 camion e sei ruspe lavoravano senza soste trasformare la melma del piazzale Ramlila in un palcoscenico degno del grandioso spettacolo in programma per il fine settimana. Adesso Anna, servito di tutto punto, seguito dai medici più pagati di tutta l’India, ha cominciato la terza fase del suo digiuno fino alla morte. “Dal Kashmir a Kanyakumari, l’India è una”, ci ripetono i conduttori televisivi.

I metodi di Anna Hazare saranno anche gandiani, ma le sue rivendicazioni proprio no. Contrariamente alle idee di Gandhi sul decentramento del potere, il progetto di legge jan lokpal è un provvedimento draconiano, il quale prevede tra l’altro che una commissione attentamente selezionata amministri una burocrazia gigantesca, con migliaia di dipendenti e con il potere di sorvegliare tutti, dal primo ministro ai membri del potere giudiziario e del parlamento e a tutta l’amministrazione, giù fino al più oscuro funzionario governativo. La jan lokpal avrà il potere di indagare, sorvegliare e perseguire. Salvo per il fatto che non avrà carceri proprie, sarà un’amministrazione indipendente volta a contrastare l’amministrazione elefantiaca, irresponsabile e corrotta che già abbiamo. Due oligarchie al posto di una, insomma.

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Se funzionerà o no, dipende dall’idea che abbiamo della corruzione. Si tratta di una semplice questione di legalità, d’irregolarità finanziarie e di bustarelle, o invece è la moneta di una transazione sociale in una società colpevolmente iniqua in cui il potere continua a essere concentrato nelle mani di una minoranza sempre più esigua? Immaginate, per esempio, una città di grandi magazzini dove siano state vietate le bancarelle nelle strade. Un ambulante passa bustarelle al poliziotto di quartiere e al funzionario del comune per poter violare la legge vendendo la sua mercanzia a chi non può permettersi di comprare nei negozi. E’ così terribile? In futuro dovrà pagare anche il rappresentante del Lokpal? Insomma, la soluzione dei problemi che affliggono le persone comuni sta nell’affrontare e risolvere le disuguaglianze strutturali, oppure nel creare un’ennesima struttura di potere di fronte a cui le persone dovranno inchinarsi?

Intanto gli arredi scenici e le coreografie, il nazionalismo aggressivo e lo sventolio di bandiere della “rivoluzione” di Anna sono tutti presi in prestito dalle proteste anti-reservation (esplose nel 2006 contro la decisione del governo di riservare alle caste inferiori quote in certi istituti di istruzione superiore), dalla parata per la vittoria ai mondiali di cricket e dai festeggiamenti per gli esperimenti nucleari. Il segnale che ci mandano è che se non appoggiamo il Digiuno con la d maiuscola non siamo “veri indiani”. Le TV che trasmettono 24 ore su 24 hanno deciso che in India non c’è nessun altro avvenimento degno di essere riferito nei notiziari.

Naturalmente “Digiuno” non significa quello che Irom Sharmila fa ormai da più di dieci anni (adesso è sottoposta a nutrizione forzata) contro la legge sui servizi speciali delle forze armate, che dà licenza ai militari di Manipur di uccidere in base a un semplice sospetto. Non significa lo sciopero della fame a staffetta condotto proprio in questo momento da decine di migliaia di abitanti dei villaggi del Koodankulam, nel Tamil Nadu, per protestare contro la centrale nucleare in costruzione. E “popolo” non indica la popolazione di Manipur che appoggia il digiuno di Irom Sharmila, né le migliaia di persone che tengono testa ai poliziotti armati e alle mafie del settore minerario a Jagatsinghpur, a Kalinganagar, a Niyamgiri, a Bastar, a Jaitapur. Non si parla delle vittime della fuga di gas di Bhopal né degli abitanti della valle di Narmada, espropriati per costruire la diga. Né degli agricoltori che resistono contro gli espropri delle terre. No, “popolo2 indica solo il pubblico che si è riunito per assistere allo spettacolo di un settantaquattrenne che minaccia di digiunare a morte se il suo disegno di legge jan lokpal non viene discusso e approvato dal Parlamento. “Popolo” sono le decine di migliaia di persone che le nostre TV hanno miracolosamente moltiplicato in milioni, come Cristo moltiplicò i pani e i pesci per dar da mangiare agli affamati. “Un miliardo di voci ha parlato”, ci vengono a dire. “L’India è Anna”.

Ma chi è veramente questo nuovo santo, questa Voce del Popolo? Stranamente, non gli abbiamo sentito dire neanche una parola su questioni di grande urgenza: nulla sui suicidi degli agricoltori vicino al suo villaggio, né sull’operazione Green Hunt un po’ più in là. Nulla su Singur (dove la Tata motor aveva in progetto di produrre la sua auto economica). Nandigram (dove 14 persone che si opponevano all’esproprio delle terre in favore di una centrale chimica sono state uccise), Lalgarh (teatro di un’operazione di polizia contro i maoisti), nulla sulla Posco (che intende costruire un grande impianto siderurgico nell’Orissa a cui gli abitanti si oppongono), sulle rivolte contadine o sul flagello delle zone a economia speciale. A quanto pare non ha un’opinione sulle intenzioni del governo di dispiegare l’esercito nelle foreste dell’India centrale. Però appoggia la xenofobia di Raj Thackeray, il fondatore del partito di destra Marathi, e ha elogiato “il modello di sviluppo” del primo ministro del Gujarat, che ha sovrinteso al pogrom del 2002 contro i musulmani (dopo le polemiche Anna ha ritirato le sue dichiarazioni, ma presumibilmente non la sua ammirazione).

Malgrado il baccano, i giornalisti seri hanno fatto il loro dovere. E così adesso conosciamo i passati rapporti di Anna con l’ RSS (un corpo paramilitare volontario di nazionalisti indù). Abbiamo potuto sentire quel che dice Mukul Sharma, che ha studiato le istituzioni comunitarie del villaggio di Anna, Ralegan Siddhi, dove in questi venticinque anni non si sono mai tenute elezioni del gram panchayat (organo di autogoverno locale), né della società cooperativa. Sappiamo qual è l’atteggiamento di Anna nei confronti degli harjan (figli di dio, così Gandhi chiamava gli intoccabili): “Nella concezione del mahatma Gandhi, ogni villaggio dovrebbe avere un chamar (sottocasta dei dalit e conciatori per tradizione), un sunar (casta di orafi), un kumhar (casta di ceramisti). Costoro dovrebbero svolgere un lavoro corrispondente alle loro qualifiche e funzioni, così che il villaggio possa essere completamente autosufficiente, E’ quello che pratichiamo noi a Relegan Siddhi”.

Sorprende forse che alcuni componenti del Tean Anna abbiano anche rapporti con Youth for Equality, il movimento che nel 2006 ha guidato le proteste antireservation? La campagna è guidata da persone che gestiscono un pugno di ong che ricevono generosi finanziamenti provenienti fra l’altro da Coca Cola e Lehman Brothers. Tra i finanziatori delle campagne contro la corruzione ci sono aziende e fondazioni proprietarie di industrie che producono alluminio, costruiscono porti e zone economiche speciali, gestiscono imprese immobiliari e sono legate a filo doppio a esponenti politici che controllano imperi finanziari miliardari. Alcuni di loro sono indagati per corruzione e altri reati. Ma cos’hanno tutti da essere tanto entusiasti?

Non dimentichiamo che la campagna per la Jan Lokpal si è intensificata più o meno quando sono esplose le imbarazzanti rivelazioni di Wikileaks e una serie di scandali compresa la grande truffa delle licenze per i cellulari di seconda generazione, detta “2G spectum”, in cui alcuni grandi gruppi industriali, giornalisti, ministri, parlamentari e politici del partito nazionalista Bharatya Janata hanno colluso in vari modi per far sparire dalle casse dell’erario miliardi di rupie. In tanti anni, è la prima volta che certi giornalisti-lobbisti vengono svergognati, e sembra che alcuni capitani d’industria potrebbero addirittura finire in prigione. Tempismo perfetto per un’agitazione popolare contro la corruzione…o no?

Nel momento in cui lo stato abdica ad alcune sue funzioni tradizionali (erogazione dell’acqua e dell’elettricità, trasporti, telecomunicazioni, attività mineraria, assistenza sanitaria e istruzione), ed esse vengono svolte al suo posto dalle ong; nel momento in cui il potere spaventoso dei mezzi d’informazione dei grandi gruppi industriali cerca di controllare anche l’immaginazione delle persone, ci si aspetterebbe che queste istituzioni – corporation, stampa e ong – venissero incluse nella giurisdizione di una legge come la Jan Lokpal, e invece il disegno di legge ci lascia completamente fuori. E adesso sono abilmente riuscite a scagionarsi strillando più forte di tutti gli altri e pompando una campagna che cavalca il tema dei politici cattivi e della corruzione del governo. Ma c’è di peggio: demonizzando solo il governo, si sono costruite un pulpito da cui invocare l’ulteriore abdicazione dello stato della sfera pubblica e una nuova serie di riforme: più privatizzazioni, più accesso alle infrastrutture pubbliche e alle risorse naturali del paese.

Ma gli 830 milioni di persone che vivono con 20 rupie al giorno trarranno qualche vantaggio da un insieme di scelte politiche le rendono ancora più povere e spongono il paese verso una guerra civile? Questa crisi spaventosa è figlia del completo fallimento della democrazia rappresentativa indiana, in cui gli organi legislativi sono composti da criminali e politici milionari, che hanno smesso di rappresentare il popolo. Non lasciatevi ingannare dallo sventolio di bandiere: sotto i nostri occhi vediamo smembrare l’India in una lotta per la signoria più letale di qualsiasi battaglia combattuta dai signori della guerra in Afghanistan. Salvo che qui la posta in gioco è molto, molto più alta.

Da sapere
Chi è Anna Hazare? Ex autista dell’esercito, Anna hazare – il suo vero nome è Kisan Buburao – è nato nel 1934 a Ralegan Siddhi, un villaggio rurale del Maharashtra, nell’India orientale. Nel 1965, durante la guerra indo-pachistana, dopo essere stato l’unico sopravvissuto a un attentato contro un veicolo su cui viaggiava, ha deciso di cambiare radicalmente vita, “mettendosi al servizio degli altri”. Si è occupato di migliorare le condizioni di vita nel suo villaggio natale, arrivando a farne un modello attraverso metodi discutibili: tra le altre cose ha vietato la vendita e l’uso di alcolici e tabacco, imponendo ai trasgressori pene durissime, anche fisiche. Negli anni ’90 ha cominciato a usare lo sciopero della fame a oltranza, strumento reso famoso da Gandhi, contro i politici corrotti.

La protesta. Nell’aprile del 2011, dopo mesi segnati da vari scandali legati alla corruzione, Hazare ha cominciato un nuovo sciopero della fame, seguito da decine di migliaia di persone in tutto il paese, per chiedere, attraverso una legge ad hoc (jan lokpal), la creazione di un difensore civico che indaghi sui casi di corruzione. Il disegno di legge approvato è diverso da quello proposto da Hazare, che lo giudica troppo debole perché esclude il premier e le alte cariche dallo stato dalle indagini. Per questo l’attivista ha annunciato un nuovo digiuno.

Il 16 agosto, poche ore prima di cominciare il digiuno, Hazare è stato arrestato insieme a 1200 sostenitori che non avevano accettato una serie di condizioni poste dalle autorità, tra cui finire lo sciopero della fame dopo tre giorni. Subito dopo l’arresto, giustificato dal primo ministro Manmohan Singh come un atto dovuto, migliaia di persone sono scese in piazza. I principali quotidiani indiani hanno criticato duramente il governo, uno su tutti “The Hindu”, che l’ha definito “corrotto, repressivo e stupido”. Hazare, rimesso in libertà poco dopo, è rimasto in carcere dove ha cominciato a digiunare finché non gli fosse riconosciuto il diritto di scioperare ad oltranza. Giunti a un compromesso, Hazare ha ricominciato il digiuno pubblico e il 23 agosto ha chiesto di discutere la legge con dei mediatori del governo.

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