Direttore Valter Vecellio. 1 year 35 weeks ago
Alessandro Litta Modignani

I tanti fraintendimenti dell’opinione pubblica europea. Israele-Palestina, la Grande Dispercezione

Mediamente, l’opinione pubblica europea ha del conflitto mediorientale una percezione distorta, dovuta alla scarsa conoscenza dei fatti storici e a un’informazione quasi sempre incompleta, deviante, quando non apertamente ostile. Per “opinione pubblica” non mi riferisco a quella parte più o meno dichiaratamente antisemita, cioè antiebraica, minoritaria e collocata prevalentemente (ma non esclusivamente) all’estrema destra; né all’altro segmento violentemente antisionista, cioè anti-israeliano, più numeroso e d’abitudine schierato a sinistra. Parlo invece di una vasta area di opinione pubblica “centrale”, moderata, meno connotata politicamente ma non per questo meno suggestionabile, condizionata da una serie di “convinzioni” ben radicate ma assolutamente sbagliate, “percezioni” apertamente false e tuttavia credute vere. Una serie di luoghi comuni di cui è facile dimostrare l’infondatezza e che però persistono tenacemente, con conseguenze politiche non secondarie, gravi e dannose soprattutto per Israele. Per cercare di smontare alcuni di questi luoghi comuni scrivo l’elenco qui di seguito, consapevole della limitatezza di questo tentativo. Spero con ciò di offrire un contributo a un’informazione più equilibrata e corretta, alla chiarezza e soprattutto alla verità.

Primo. La causa fondamentale del perdurare del conflitto in Medio Oriente è la mancata soluzione della “questione palestinese”. Falso. La vera causa del conflitto è rappresentato invece dalla “questione israeliana”, cioè dall’esistenza dello Stato di Israele, assolutamente intollerabile per larghissima parte del mondo arabo e musulmano. Per costoro l’offesa ai fratelli palestinesi è solo un pretesto, un tentativo di mascherare l’odio antico con una nobile causa, per cercare di far passare la cancellazione di Israele come la riparazione di un’ingiustizia. Se i paesi arabi avessero davvero a cuore la sorte dei palestinesi, non gli avrebbero sparato addosso per decenni, ovunque essi abbiano tentato di trovare rifugio: dall’Egitto alla Giordania, al Libano, alla Siria; non rifiuterebbero loro l’ingresso e il lavoro sul proprio suolo; non avrebbero occupato (loro, ben prima di Israele!) per quasi vent’anni anni, fra il 48 e il 67, il territorio che l’Onu aveva destinato allo Stato arabo di Palestina. Ma costituire quello Stato avrebbe significato per gli arabi prendere atto di conseguenza dell’esistenza di Israele, un fatto anche psicologicamente insopportabile. Ecco perché la soluzione della “questione palestinese” non potrà mai portare con sé la fine della guerra, come dimostra il tentativo di Abu Mazen di questi giorni. Per raggiungere la pace è necessaria invece una di queste due condizioni: o la cancellazione di Israele dalla carta geografica, oppure lo spegnimento (magari un poco alla volta) del fuoco dell’odio che arde nelle viscere del mondo arabo-musulmano. La stragrande maggioranza degli israeliani sogna di vivere finalmente in pace, fianco a fianco con i paesi arabi confinanti, mentre la stragrande maggioranza del mondo arabo considera questa condizione una tragedia e una resa. Questo è il problema: il “rifiuto della convivenza” da parte del mondo arabo-musulmano. La questione palestinese esiste, nessuno lo deve negare, poiché le condizioni di vita di quel popolo sono spesso drammatiche e miserevoli. Ma contrariamente a quello che pensano i distratti cittadini europei, la tragedia palestinese rappresenta un effetto e non la causa del conflitto mediorientale.

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Secondo. Gli israeliani, oltre al territorio che spetta loro, chiamato Israele, occupano con la forza un’altra porzione di terra che si chiama “Palestina”. Sbagliato. Anche Israele “è” in Palestina, nel senso che risiede in quella parte della Palestina storica che le venne assegnata con una votazione dalle Nazioni Unite (caso di legittimazione pressoché unico al mondo) nel dicembre del ‘47. L’altra parte della Palestina, la Cisgiordania e la Striscia di Gaza sono state occupate, come si è detto, prima da Giordania ed Egitto e solo dopo da Israele, a seguito della Guerra dei Sei giorni (1967). L’intero Sinai, cioè circa l’80 per cento dei territori occupati nel ’67, è stato restituito da Israele all’Egitto in seguito al trattato di pace del ‘78, proprio in ottemperanza alle famose “risoluzioni Onu” del dicembre ’67, incentrate sullo scambio “peace for territories”. Nel corso della sua storia, Israele ha occupato e sgombrato per tre volte il Sinai, ma solo la terza volta in cambio di un trattato di pace. Le volte precedenti si è ritirato unilateralmente. Quindi, quando gli estremisti gridano in piazza “Palestina libera!”, bisogna capire bene cosa vogliono: non che gli israeliani si ritirino a casa loro in Israele, bensì che l’intera Palestina storica sia liberata del tutto e per sempre dalla presenza dello Stato ebraico. E’ questa la “pace” cui aspirano i “pacifisti” italiani. Ma la maggior parte degli europei ignora la spartizione Onu del dicembre ’47 e non capisce quanto sia violenta questa minaccia.

Terzo. Israele è uno Stato teocratico, riservato esclusivamente a chi pratica la religione ebraica. Assolutamente falso. Israele è il frutto del “sionismo”, cioè del processo risorgimentale del “popolo” ebraico, cioè ancora: del più grande tentativo di riforma e di laicizzazione dell’ebraismo mai tentato nella storia di questo popolo straordinario. Il sionismo nasce e si sviluppa nell’800, a mano a mano che gli ebrei riescono a emanciparsi e a uscire dai ghetti delle città europee. Il sionismo è sempre stato osteggiato dai rabbini tradizionalisti come una bestemmia e un allontanamento dal precetto biblico, perché la Terra di Israele secondo costoro sarebbe venuta solo con l’avvento del Messia. (I rabbini che hanno appoggiato il sionismo potrebbero essere equiparati, per intenderci, ai cattolici liberali nel Risorgimento italiano). Si tratta dunque di un processo al contempo laico e nazionale, che mira al recupero della Patria per il popolo ebraico, identificata là dove esso ha sempre mantenuto le sue radici storiche e culturali: in Palestina e a Gerusalemme. E’ un’aspirazione comune a tutti i popoli europei nell’800, che si è realizzata per gradi, attraverso alterne vicende, fino alla proclamazione dell’indipendenza, il 15 maggio del 1948. In Israele oggi vivono circa 1,8 milioni di cittadini arabi israeliani, per lo più musulmani, che hanno scuole, moschee, partiti, sindaci e parlamentari, varie cariche pubbliche, godendo di tutti i diritti civili fondamentali, sicuramente superiori a quelli di qualsiasi paese arabo (sono solo esentati dal servizio militare). Altro che “razzismo” e “ apartheid”. In Israele i religiosi sicuramente oggi sono un problema, nessuno può negarlo, per il loro fondamentalismo e la loro invadenza nella vita pubblica. E’ un conflitto aperto: una ragione in più per difendere Israele, la sua democrazia e la sua laicità, anche dai nemici interni oltre che da quelli di fuori. Israele è dunque lo Stato del “popolo” ebraico, non della “religione” ebraica, anche se gli europei mostrano spesso, per cattiva informazione, di non saper cogliere questa differenza.

Quarto. Israele è nato subito dopo la seconda guerra mondiale, come risarcimento al popolo ebraico per le sofferenze patite con la Shoah ad opera dei nazisti. Assolutamente sbagliato. Si tratta di un tipico “errore di percezione”: post hoc, propter hoc. Questa è la tesi che piace ai sostenitori della causa araba, che possono dire: ma che colpa hanno gli arabi nella Shoah? E’ la tesi che piace ad Ahmadinejad, che ha chiesto retoricamente: “ma allora, se è vero che sono stati uccisi 6 milioni di ebrei - cosa che io non credo affatto - perché gli europei non hanno assegnato agli ebrei un loro territorio, che so, la Galizia austriaca?” E’ vero invece che quel lungo processo risorgimentale nazionale, sopra descritto, ha avuto una spinta decisiva dopo la fine della guerra, quando si sono create le condizioni storiche, politiche, diplomatiche e militari per la proclamazione dell’indipendenza, preparata a lungo dai padri fondatori guidati da Ben Gurion. Nella guerra del 48-49 gli israeliani, pur essendo ancora soltanto una milizia di volontari, hanno avuto la meglio su 5 o 6 eserciti regolari, mandati dagli Stati arabi per soffocare sul nascere lo Stato ebraico. Allora il Gran Muftì di Gerusalemme, già alleato di Hitler, invitò gli arabi ad abbandonare in fretta le loro case, per consentire l’attacco. Sarebbero tornati di lì a poco, non appena gli ebrei fossero stati annientati. “Gli ebrei superstiti, se vorranno, potranno restare – disse l’amico di Hitler, stretto congiunto di Yasser Arafat – Non credo però che saranno in molti”. Invece, per la prima volta dopo duemila anni, gli ebrei israeliani hanno dimostrato di sapersi difendere. La tragedia palestinese nasce così, con quell’appello del Gran Muftì. Questa è la storia vera della “nakba”, che gli europei per lo più ignorano. Certo ci sono state eccessi, violenze, uccisioni, episodi tragici e dolorosissimi anche da parte israeliana. Quale guerra ne è immune? Perché negarlo? Infatti Israele non lo nega. Ne ha parlato ad esempio Benny Morris in “Vittime”, suscitando un grande dibattito in Israele. Ne parla Vittorio Dan Segre nel suo bel libro “Le metamorfosi di Israele”. Ben Gurion, dopo aver vinto la guerra, è riuscito a costringere i suoi estremisti alla resa. Occorre aggiungere però che nulla di ciò che è accaduto era veramente irreparabile, se solo ci fosse stata la volontà di pace, specie all’indomani di una tragedia mondiale di proporzioni infinitamente superiori, avendo per giunta a disposizione l’immensa ricchezza del petrolio. Invece la guerra è continuata per più di 60 anni e dura tuttora. Perché? L’Europa si interroghi su questo, invece di fare ingenuamente il “tifo” per il più debole.

Quinto. Israele era un paese democratico finché hanno governato i laburisti, ma adesso è degenerato in uno Stato autoritario, in mano alla destra militarista e guerrafondaia. Nulla di più falso e facilmente confutabile. Questa tesi è particolarmente cara alla sinistra moderata e democratica europea, sempre alla ricerca di un’identità ideale, in equilibrio fra i vecchi stereotipi e una patina di modernità. Tesi suffragata dal fatto che Rabin, dopo gli accordi di Oslo, è stato assassinato da un estremista di destra, finendo così fra gli israeliani “buoni” di sinistra, contrapposti ai “cattivi” di destra (ma quando Rabin era ministro della Difesa, durante la prima Intifada, non ne parlavano così bene; l’unico ebreo buono è dunque solo... quello morto?). Se guardiamo la pura cronaca dei fatti, Begin ha firmato la pace con l’Egitto, Shamir ha firmato la pace con la Giordania, Sharon ha sgombrato Gaza: tutti e tre capi del Likud. Proprio Ariel Sharon, il falco per eccellenza, ha dimostrato che gli uomini d’armi in Israele possono trasformarsi in fautori di pace. Egli ha sgombrato con la forza i coloni dalla striscia di Gaza, contraddicendo la politica di tutta la sua vita e pronunciando parole che nessuno avrebbe mai immaginato di poter udire. Questo ha saputo fare Sharon, da primo ministro di Israele. La risposta, da Gaza, è stata la vittoria di Hamas, l’uccisione e la cacciata degli uomini dell’Anp e uno stillicidio di missili sulle città israeliane del sud. E’ la pura cronaca dei fatti, che molti europei ignorano.

Questo elenco potrebbe continuare a lungo, ma preferisco fermarmi qui. Già solo questi cinque punti meriterebbero lunghi approfondimenti e discussioni interminabili. Mi rendo conto di non avere apportato, in questo scritto, alcun elemento di novità sostanziale nel dibattito sulla questione mediorientale, ma di avere solo tentato una sintesi molto limitata e parziale di alcuni punti controversi. Mi piace pensare però che non sia stato un lavoro inutile, se servirà a sfatare anche solo in parte alcuni pregiudizi che condizionano, secondo me negativamente, il dibattito su Israele e sulla sua difficile democrazia.
 

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