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Sarkozy: «Mubarak, un grande e colto patriota»

Da fine gennaio, quando ha iniziato a pattugliare le strade, a fine agosto di quest’anno la polizia militare egiziana ha arrestato e condotto davanti a giudici con le stellette quasi 12mila civili: un numero superiore a quello dei cittadini non in divisa che hanno affrontato processi militari durante l’intero precedente trentennio, con Hosni Mubarak al potere. I tribunali militari hanno assolto solo 795 degli 11879 imputati, con un tasso di condanne del 93%. Tale situazione è stata denunciata con forza da Human Rights Watch, che l’ha definita «parodia della giustizia».
Nel suo blog sul quotidiano “Libération” – dedicato alla rivoluzione del Cairo ma, ben presto, anche alla “controrivoluzione”… – Aalam Wassef riprende dopo un lungo silenzio il dialogo con il pubblico francese, chiedendo attenzione per le migliaia di manifestanti, e di colpevoli di reati d’opinione, incarcerati nel suo Paese; il post è una lettera al presidente Nicolas Sarkozy, nostalgico degli ottimi rapporti con l’ex omologo egiziano e con il suo regime.


Il Cairo, 17 marzo 2011

Caro Nicolas,

Come stai? La Libia, tutte quelle storie lì?

Senti un po’, mi hanno appena mandato un articolo pubblicato da “Le Figaro”, che traccia un bilancio del pranzo del 14 settembre all’Eliseo: quello con Waresquiel, Rouvillois, Rey e gli altri, in preparazione dell’11 novembre. (1) Charles Jaigu, l'autore dell’articolo, riporta alcune tue considerazioni:
«[Sarkozy] saluta Hosni Mubarak come “un grande, colto patriota”. “Si poteva parlare, con loro,” dice, riferendosi all'apparato statale egiziano. “I manifestanti di piazza Tahrir, è come dire il Café de Flore a Saint-Germain-des-Pres”.» (2)
Dammi ascolto, l’analogia è pazzesca. Proprio stamattina leggevo che un giovane egiziano è stato sodomizzato in una stazione di polizia, dopo essere stato torturato dagli agenti – nessun rapporto, voglio rassicurarti, con quegli altri agenti della polizia militare che controllano la verginità delle manifestanti. I poliziotti non avrebbero apprezzato che, durante l’interrogatorio, il giovane abbia alluso all'incarcerazione del loro ex leader, Habib El Adly, già ministro degli Interni. El Adly, come sai, era l'uomo chiave dello Stato di polizia di Mubarak, la perfetta incarnazione di quell'apparato statale egiziano con cui, a quanto pare, il dialogo ti risultava più facile.
Con quale nostalgia ripenso, assieme a te, al buon patriota che, lungo trent’anni, ha interpretato per noi Pol Pot, Franco e, quando ci annoiavamo, Pinochet. Quelli erano bei tempi, Nicolas… Ma tutto passa.

##autore

E poi, la sua cultura… Hai ragione nel ricordare l’apertura e la curiosità di Mubarak, uomo di mondo, sempre attento, così raffinato. Non esiste film, libro, dibattito o informazione di cattivo gusto che egli avrebbe corso il rischio di rendere accessibili al proprio popolo, come lui ostile a tutto ciò che fosse stato in grado di risvegliare il suo senso critico. Non un testo scolastico di geografia che contemplasse l’esistenza dello Stato di Israele, con il pericolo che il popolo d’Egitto compiesse un passo di troppo verso relazioni fraterne le quali, all’istante, non avrebbero più giustificato il contributo finanziario versato dagli Stati Uniti “per il mantenimento della pace”. Non si dirà mai abbastanza della cura e del costante impegno spesi da Safwat El Sherif, l’ex ministro dell'informazione, nel passare tutto al setaccio della censura, per l’amore e a beneficio esclusivo del Paese.
Avresti anche potuto far colpo sui tuoi ospiti aggiungendo che la cultura di Mubarak si è estesa ben oltre i confini d'Egitto! Lui non ha forse letto, tra le altre, le opere dei maggiori pensatori della vecchia Germania Est? Opere che non mancheranno di averlo grandemente ispirato nella costruzione di un apparato statale meraviglioso, noto come Amn el Dawla (Sicurezza di Stato). Nicolas: un apparato magnifico, bello come… no, cento volte più bello della STASI.

Ma dove mi hai davvero conquistato è con la battuta: «I manifestanti di piazza Tahrir, è come dire il Café de Flore a Saint-Germain-des-Pres». Mi sono scompisciato dalle risate. Sai perché? Perché a giorni mi troverò proprio lì! Vuoi che ci incontriamo al Flore o preferisci il Fouquet’s? (3)
Comunque vada, non mancherò di portare il tuo messaggio ai miei compagni di piazza Tahrir – non ai mille manifestanti che sono già morti, ma ai dodicimila che stanno crepando nelle galere. Nella loro immensa sofferenza e nella loro solitudine, sempre più angosciosa, loro apprezzeranno questo piccolo pensiero, questo fiorellino giunto dalla Francia.

Infine, ecco per te una piccola canzone, proveniente dall’Egitto (4). Spero che ti piaccia, è abbastanza bella, no?

Aalam
 


(1) L’11 novembre – giorno dell’armistizio franco-tedesco del 1918 – è in Francia una festa nazionale, di commemorazione della vittoria e della pace, che il presidente Sarkozy intende trasformare in giornata di commemorazione di tutti i caduti per la Francia. Per discutere di questo progetto, il capo di Stato ha invitato a un pranzo di lavoro nove illustri storici, tra cui i citati Waresquiel, Rouvillois e Rey.

(2) Il Café de Flore in Saint-Germain-des-Prés – il quartiere parigino degli artisti – è stato fin dalla nascita, nel 1885, luogo prediletto d’incontro di schiere di uomini di cultura, e una sorta di “ufficio di scrittura” per autori come Charles Maurras, Guillaume Apollinaire, Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir; rappresenta, oggi, una meta turistica. Con la similitudine tra i dimostranti di piazza Tahrir e gli avventori del caffé, Sarkozy vuole connotare i primi come intellettuali da strapazzo, che si trovano in piazza a fare chiacchiere da bar.

(3) Fouquet’s: altro famoso caffè-ristorante parigino, con più di un secolo di vita, situato in un edificio di avenue des Champs-Élysées catalogato come monumento storico.

(4) La canzone di Aalam, Je suis venu vous dire que j’allais rester (“Sono venuto a dirvi che io resterò”), riprende la musica della canzone di Serge Gainsbourg Je suis venu te dire que je m’en vais (“Sono venuto a dirti che me ne vado”), sostituendone le parole con un testo ironico, in cui il presidente Sarkozy parla in prima persona di sé («ho ucciso il Sessantotto essendone il figlio»), delle sue vicende sentimentali e matrimoniali, dell’intenzione di restare in carica all’Eliseo e di non perdere le abitudini preferite: l’imposizione ai ministri del “Sarkozy style”, l’esercizio senza condivisioni del potere, i jet, le coppe di champagne al Fouquet, il jogging praticato in notturna nell’intimità – con 500 paparazzi al seguito, …

Traduzione a cura di Serena De Santis

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